13/08/2026
S proposito di post acchiappa click..👇
IL BAMBINO CHE HA CANCELLATO UN AEREO
Spoiler alert :
dato rilasciato dall IATA …
93.107 episodi di passeggeri ADULTI indisciplinati o con attacchi di panico, hanno causato 355 voli cancellati solo nel 2025 …
Giusto per restare nell’ottica razionale e avere un minimo di conoscenza sulla realtà 😅
Prima di commentare a vanvera …
Ovvero: quando una notizia di tre righe diventa una trilogia fantasy grazie a Facebook.
Io di solito non mi esprimo sulle storie virali, soprattutto quando diventano benzina per la massa frustrata dei social: si prende una notizia, si eliminano metà dei fatti, si aggiungono un paio di dettagli inventati e poi parte il processo pubblico.
Questa volta però mi sono fermata.
Non tanto per la storia dell’aereo.
Per i commenti.
“Dovevano picchiarlo.”
“Dovevano imbavagliarlo.”
“Una bella sberla.”
“Genitori incapaci.”
“Io preferisco il cane ai bambini.”
Insomma, una vicenda sulla sicurezza aerea trasformata nella riunione annuale del Ministero dell’Educazione a Cinghiate.
Quindi facciamo una cosa rivoluzionaria: partiamo dai fatti.
VERSIONE SOCIAL:
“Bambino di DUE ANNI non vuole mettere la cintura, i genitori non lo sanno gestire e per colpa sua viene cancellato un volo.”
VERSIONE REALE:
Il 6 agosto 2026, sul volo Porter Airlines PD444 da Victoria, in Canada, a Toronto, durante il rullaggio verso la pista, un bambino molto piccolo si alza dal sedile e non riesce a rimanere seduto e correttamente assicurato.
L’età precisa non è stata resa pubblica. Le fonti parlano di young child o toddler.
Quindi no: non sappiamo ufficialmente che avesse due anni.
Ma tranquilli, Facebook gli ha già fatto carta d’identità, certificato di nascita e probabilmente anche il tema natale.
Il genitore e l’equipaggio cercano di sistemarlo, ma non riescono.
E qui entra in gioco quella cosa noiosissima chiamata sicurezza: un aereo non può decollare con un passeggero non correttamente assicurato.
Quindi l’aereo torna al terminal.
La famiglia viene fatta scendere, vengono rimossi i bagagli e devono essere completate le procedure necessarie.
E qui succede la cosa che nei post acchiappa-click viene curiosamente dimenticata.
Passano ore.
Il tempo necessario per completare le operazioni fa arrivare il volo oltre le 00:30, cioè l’orario di chiusura della pista dell’aeroporto di Victoria.
Risultato: il volo viene cancellato e gli altri passeggeri vengono riprenotati per il giorno successivo.
Quindi no.
Il bambino non ha “cancellato l’aereo”.
Ha dato origine a una situazione che, attraverso tutte le procedure successive, ha portato alla cancellazione.
Che è un po’ diverso.
E GIÀ CHE CI SIAMO, FACCIAMO UN ALTRO PICCOLO APPUNTO.
Perché anche qui leggo commenti del tipo:
“Eh, ma se viaggi con bambini piccoli puoi anche andare in macchina.”
Certo.
Facilissimo.
Peccato che Victoria e Toronto siano praticamente agli antipodi del Canada.
Il volo dura circa 5 ore e 10 minuti.
In macchina, lo stesso tragitto è di circa 41 ore e 45 minuti di viaggio.
Quarantuno.
Ore.
E quarantacinque.
Minuti.
Non stiamo parlando di Roma-Torino, dove puoi decidere di prendere la macchina, il treno, l’aereo, il Frecciarossa o, se proprio vuoi, partire a piedi e arrivare prima del prossimo Natale.
Qui stiamo parlando di una tratta enorme da una costa all’altra del Canada.
E non esiste nemmeno una linea ferroviaria diretta che colleghi semplicemente Victoria e Toronto come alternativa pratica all’aereo.
Quindi quando leggo:
“Eh, ma potevano andare in macchina.”
mi viene da pensare che forse, prima di commentare una notizia internazionale, sarebbe utile almeno guardare una cartina.
Ma anche questo dettaglio, stranamente, nei post acchiappa-click non compare.
Perché “famiglia costretta a gestire una situazione complicata su un volo per una tratta di migliaia di chilometri” è meno efficace di:
“GENITORI IDIOTI PORTANO BAMBINO IN AEREO.”
“MA BASTAVA TENERLO IN BRACCIO!”
No.
Se un bambino ha più di 2 anni, viaggia con un proprio posto e deve essere assicurato durante le fasi previste del volo. Prima dei 2 anni la situazione è diversa e può viaggiare in braccio all’adulto secondo le procedure della compagnia.
E questa non è teoria da commentatrice della domenica: noi abbiamo viaggiato in aereo con Angelica e sappiamo esattamente come funzionano queste procedure.
Quindi sì: se quel bambino non riusciva a stare seduto e assicurato, l’aereo non poteva partire.
Punto.
Ma da qui a trasformarlo nel responsabile personale della cancellazione di un volo intero ce ne passa.
“ERA UN BAMBINO VIZIATO.”
Qui arriva una parte che trovo particolarmente interessante.
I passeggeri che erano su quell’aereo non sembrano avercela avuta con il bambino.
Anzi.
Alcuni hanno raccontato di essere stati preoccupati perché il bambino appariva molto spaventato.
E le critiche dei passeggeri?
Non erano rivolte al bambino.
Erano rivolte soprattutto alle tempistiche e alla gestione della compagnia aerea, in particolare al tempo impiegato per far scendere la famiglia, rimuovere i bagagli e completare le procedure necessarie.
Ora fermiamoci un secondo.
Le persone che erano fisicamente su quell’aereo, che hanno perso il volo, che hanno dovuto scendere, aspettare e riprenotare… non hanno trasformato un bambino spaventato nel nemico pubblico numero uno.
Però arrivano gli estranei su Internet.
Quelli che non erano sull’aereo.
Non conoscono la famiglia.
Non hanno visto il bambino.
Non sanno cosa sia successo.
Eppure hanno già deciso chi è il colpevole, come andava educato e persino quante sberle meritasse.
Questo mondo è meraviglioso.
Uno è presente alla situazione, la vive, la vede con i propri occhi e magari pensa: “Quel bambino è terrorizzato, che situazione difficile.”
Uno invece è sul divano a migliaia di chilometri di distanza e pensa:
“IO AVREI PRESO LA CINGHIA.”
La tecnologia ha fatto passi da gigante.
Peccato che il cervello, evidentemente, non abbia ricevuto l’aggiornamento.
“ERA AUTISTICO.”
Non lo sappiamo.
Non c’è alcuna conferma ufficiale che il bambino fosse autistico, neurodivergente o avesse qualsiasi altra condizione.
È una teoria nata sui social.
Ormai Facebook è contemporaneamente pediatria, psicologia, neuropsichiatria infantile, aviazione civile e tribunale.
Tutto dal divano.
“DOVEVANO PICCHIARLO.”
“Dovevano imbavagliarlo.”
“Dovevano legarlo.”
“Una bella sberla e imparava.”
Stiamo parlando di un bambino molto piccolo che, secondo chi era realmente presente, era spaventato.
E no, non sto dicendo che la cintura fosse facoltativa.
Non lo era.
L’aereo non poteva decollare in quelle condizioni.
Sto dicendo che una cosa è la sicurezza, un’altra è la violenza.
E poi c’è la perla:
“IO PREFERISCO IL CANE AI BAMBINI IN AEREO.”
Io amo gli animali. Tanto.
Quindi non è una guerra tra cani e bambini.
Ma detta in questo contesto, la trovo una frase abbastanza aberrante.
Un cane non è migliore o peggiore di un bambino.
È un animale.
Un bambino è un essere umano piccolo che deve ancora imparare a gestire paura, frustrazione ed emozioni.
Un bambino che ha una crisi non diventa un essere umano di serie B.
E se siamo arrivati a scegliere tra “cani o bambini” per decidere chi dovrebbe avere il diritto di stare su un aereo, forse il problema non è più il bambino.
E POI ARRIVA LA PARTE SULLA VIOLENZA.
Parliamo continuamente di violenza.
Facciamo campagne, manifestazioni, leggi, giornate dedicate.
Violenza degli uomini sulle donne.
Violenza delle donne sugli uomini.
Perché sì: la violenza è violenza, indipendentemente da chi la subisce.
Poi arriviamo ai bambini e improvvisamente cambiano le regole.
“Gli ha dato uno schiaffo? Ha fatto bene.”
“Una sberla ogni tanto ci vuole.”
“I miei mi picchiavano e sono cresciuto bene.”
“Se non lo picchi, sei un genitore del cazzo.”
Quindi ricapitoliamo:
la violenza è sbagliata… tranne quando la vittima è un bambino e chi la esercita è il genitore?
In quel caso diventa educazione.
Anzi, addirittura buona genitorialità.
Un bambino può avere regole, limiti e conseguenze senza essere picchiato.
Perché dire:
“Non devi usare la violenza per risolvere i problemi. Adesso ti picchio per fartelo capire.”
è una strategia educativa sicuramente molto coerente.
Passiamo anni a dire ai bambini:
“Non picchiare.”
“Usa le parole.”
“Controlla la rabbia.”
Poi, quando siamo noi a essere esasperati:
“UNA BELLA SBERLA E GLI PASSA.”
Educazione esemplare.
LA STORIA, ALLA FINE, È QUESTA:
Un bambino non è riuscito a essere assicurato.
L’aereo è tornato al gate.
La famiglia è stata fatta scendere.
Sono stati rimossi i bagagli.
Sono state completate le procedure.
È trascorso troppo tempo.
La pista ha chiuso.
Il volo è stato cancellato.
E la cosa che trovo più surreale è questa:
i passeggeri che erano lì non hanno puntato il dito contro il bambino.
Lo hanno visto.
Hanno vissuto la situazione.
Hanno perso il volo.
Eppure hanno raccontato soprattutto la paura del bambino e criticato la gestione della compagnia.
Poi arriviamo noi, comodamente seduti davanti a uno schermo, e decidiamo che quel bambino era viziato, che era autistico, che i genitori erano incapaci e che doveva essere picchiato.
Perché evidentemente più sei lontano dai fatti, più ti senti qualificato a giudicarli.
Questo è il fantastico mondo dei social.
Dove non serve esserci.
Non serve sapere.
Non serve verificare.
Serve solo avere un’opinione.
Possibilmente urlata.
E possibilmente preceduta da:
“AI MIEI TEMPI…”
FONTI DELLA NOTIZIA REALE:
Associated Press
Global News