31/08/2026
31 agosto.
Eccolo, l’ultimo giorno d’agosto.
Quello in cui l’estate comincia lentamente a lasciare la Sardegna.
E forse è proprio adesso che riesco a guardarla davvero.
Perché durante l’estate la Sardegna viene attraversata, consumata, fotografata, raccontata.
Ma anche, troppo spesso, calpestata, violentata, sporcata.
In terra, dove restano rifiuti e tracce di chi è passato senza cura.
In mare, dove il turismo dimentica troppo spesso che quella distesa azzurra non è un parco giochi, né una discoteca.
E persino nel cielo, dove il silenzio viene trafitto dal rumore degli aerei.
Ogni estate sembra che le venga chiesto qualcosa in più.
Un pezzo di costa.
Un pezzo di territorio.
Un pezzo di mare.
Un pezzo della sua anima.
E lei, semplicemente, resiste.
Aspetta.
Aspetta che agosto finisca.
Che le spiagge si svuotino.
Che le barche diminuiscano.
Che il rumore si allontani.
E poi, piano piano, si riprende ciò che è suo.
Il mare.
Il vento.
Il cielo.
Il silenzio.
Le strade si fanno più lente.
La terra torna a respirare.
Il maestrale ricomincia a raccontare storie.
È questa la sua immensa resilienza.
Questa capacità di tornare a essere se stessa, ogni volta.
E forse è proprio questo che, ogni volta, mi commuove.
Vederla ferita, stanca, inerme.
E poi ritrovarla in certi dettagli.
Perché lei non smette di essere meravigliosa.
Non smette di accogliere.
Si ritrova.
Bellissima.
Selvaggia.
Imponente.
Come se ci dicesse:
“Adesso lasciatemi tornare ad essere me stessa.”
Buon ultimo giorno d’agosto, terra mia.
Da qui comincia il tempo in cui, finalmente, puoi riprenderti il tuo mare, il tuo vento e il tuo cielo.
E io, ancora una volta, resterò qui a guardarti.
E a commuovermi.