02/05/2023
Ritorno alle origini.
Torno nel mio liceo col cuore in gola e la "Lettera a una professoressa" nello zaino. Domani accompagnerò una classe a percorrere l'ultima tappa de Il cammino di Don Lorenzo Milani, da Vicchio a Barbiana.
Entro in classe senza una "lezione" pronta, ho con me soltanto i libri e qualche diapositiva con le foto da far vedere. Ma questo può aspettare. Si spostano i banchi, si butta all'aria la classe. Io racconto loro un po' di me per giustificare la presenza di uno strano tizio con la camicia rossa, il panciotto verde e gli scarponi ai piedi.
Poi, anche loro si aprono. Le prof escono e per due ore, in un clima di rispettosissimo silenzio fra compagne, si raccontano e mi raccontano di sé, delle difficoltà legate ad una scuola assurdamente stressante ed isterica, della necessità di vivere più "fuori" che rinchiusi a scuola come a casa. Tempo, relazione, voto, presenza, fisicità, storia, attualità. Nessuna di loro guarda il telefono per oltre due ore. Nessuna interrompe l'altra. E' un miracolo? E' bastato farle mettere in cerchio, facendo abbandonare banchi, penne, cellulari, ansie?
Leggo loro qualche tratto della Lettera, scritta collettivamente dai ragazzi di Barbiana. E' una risposta attualissima ai loro problemi d'oggi.
Domani si va a Barbiana. Dove non c'è nulla.
Che senso ha portare ragazze e ragazzi di 17-18 anni in un luogo come quello, oggi?
Sono loro a dirmelo. Con gli occhi spalancati ed i visi incuriositi, i pensieri stravolti dalle parole del Priore di Barbiana e dei suoi ragazzi. Come accadde a me, quasi 10 anni fa.