03/09/2026
𝗟𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼
Si potrebbe pensare che la Puglia, terra di pietra, sole e arsura, sia povera di grandi alberi e di boschi importanti. In realtà, il nostro patrimonio arboreo è molto più ricco di quanto immaginiamo. È un patrimonio spesso disperso, poco raccontato e, in alcuni casi, scarsamente segnalato e tutelato. Gli alberi monumentali pugliesi non sono soltanto elementi del paesaggio: sono testimoni viventi della storia naturale e umana della nostra regione.
Lo ricorda molto bene Enrica Simonetti nel suo splendido articolo pubblicato oggi sulla Gazzetta del Mezzogiorno, invitandoci a intraprendere un viaggio diverso attraverso la Puglia e la Basilicata: un itinerario tra querce secolari, ulivi millenari, carrubi, ginepri, lecci e pini loricati. Un turismo lento e consapevole, capace di condurci non soltanto verso i luoghi più conosciuti, ma anche davanti a quegli alberi che da secoli custodiscono silenziosamente il territorio.
Penso alle antiche faggete della Foresta Umbra, riconosciute dall’UNESCO, dove il tempo sembra essersi fermato e ogni albero appare come una colonna di una cattedrale naturale. Penso ai tassi che vivono in questo straordinario ambiente forestale, alberi antichissimi e misteriosi, capaci di attraversare i secoli con una lentezza che noi uomini abbiamo ormai dimenticato.
Nel Salento sopravvive la quercia vallonea, una presenza rara che richiama nel nome e nella diffusione l’altra sponda dell’Adriatico. La troviamo soprattutto nei territori di Tricase e Corigliano d’Otranto, mentre altre popolazioni crescono nei Balcani e in particolare in Albania. Non è soltanto un albero: è la testimonianza di antichi legami biogeografici tra terre oggi separate dal mare. Le sue grandi chiome raccontano una storia cominciata molto prima della comparsa dell’uomo.
E poi ci sono i fragni, gli alberi che più amo. Dalla zona di Sammichele di Bari, dove hanno lasciato il proprio nome anche a un’antica masseria, fino a Martina Franca e alla Murgia dei Trulli, i loro grandi fusti e le chiome arrotondate dominano un paesaggio unico. Il fragno è una quercia rara, presente soprattutto in Puglia e nei Balcani, un altro segno dell’antico legame naturale fra le due sponde dell’Adriatico.
Quando incontro un fragno non riesco a limitarmi a osservarlo: spesso lo abbraccio. Appoggio le mani sul suo ritidoma profondo e inciso, simile alla pelle segnata di un vecchio saggio, e guardo le sue foglie allungate che, nel pieno della vegetazione, assumono un verde intenso, quasi smeraldo. Quel colore è per me un segnale di vita e di benessere del territorio. Un fragno sano ci dice che la terra respira ancora.
Gli alberi, però, non vivono in un mondo immobile e pacificato. Anche nei boschi si combatte silenziosamente per la luce, l’acqua e lo spazio. Sul Pollino, mentre il faggio avanza verso le quote più elevate, il pino loricato si aggrappa alle rocce e cerca rifugio sempre più in alto. I suoi tronchi contorti, modellati dal vento, dal gelo e dalla siccità, sembrano lanciare un grido di resistenza. È una lotta naturale resa ancora più difficile dai cambiamenti climatici.
L’articolo di Simonetti ci accompagna anche tra le grandi querce di Accadia, il fragno secolare della Riserva delle Murge Orientali, le roverelle della Foresta Mercadante e di Corato, il grande carrubo di Polignano, l’ulivo millenario di Toritto e i pini loricati del Pollino. Ognuno di questi alberi possiede una propria identità, quasi un carattere, e conserva nelle radici la memoria delle generazioni passate.
Visitare gli alberi monumentali non deve diventare soltanto un’occasione per una fotografia. Deve significare conoscerli, rispettarli e soprattutto vigilare sulla loro sopravvivenza. Sono minacciati dagli incendi, dalla cementificazione, dall’agricoltura intensiva, dalle malattie, dall’abbandono e da una politica che troppo spesso considera la natura un ostacolo anziché una ricchezza.
Un albero monumentale non appartiene soltanto al proprietario del terreno sul quale cresce. Appartiene alla comunità, alla sua memoria e al suo futuro. Per questo dovremmo censirlo, segnalarlo, proteggerlo e raccontarne la storia. Perché quando cade un albero secolare non perdiamo soltanto del legno e delle foglie: perdiamo un archivio vivente, un pezzo di paesaggio e una parte di noi.
La Puglia non è una terra senza alberi. È una terra di alberi tenaci, discreti e resistenti, capaci di sopravvivere all’arsura e all’indifferenza degli uomini. Sta a noi imparare a riconoscerli, ad ascoltarli e, qualche volta, anche ad abbracciarli.