11/03/2026
Havana Kyrie
Una dissonanza che trova la sua armonia
Ci sono sere in cui si accende la televisione senza un'idea precisa. Si scorre distrattamente il catalogo di RaiPlay, alla ricerca di qualcosa che valga davvero il tempo di una visione. È così che mi sono imbattuto quasi per caso in Havana Kyrie. Un titolo curioso, apparentemente enigmatico. Eppure bastano pochi minuti per capire che non si tratta di un film qualunque.
Il cuore simbolico della storia è racchiuso proprio in quelle due parole: Kyrie Eleison. In greco significa "Signore, abbi pietà". Una delle invocazioni più antiche della tradizione cristiana, entrata nei secoli nella grande musica sacra. Nel film, però, il Kyrie smette presto di essere soltanto un frammento liturgico. Diventa qualcosa di più universale: il grido silenzioso di un uomo costretto a fare i conti con se stesso.
Il protagonista, il Maestro Vittorio (un bravissimo ), è un direttore d'orchestra abituato alla disciplina e al controllo. Per lui la musica è ordine, rigore, perfezione tecnica. È il luogo in cui rifugiarsi per evitare le crepe della vita. Dietro l'autorità del gesto e la precisione dell'ascolto si intuisce però un'anima irrigidita da anni di distanze e silenzi.
Ed è qui che il film introduce il suo contrasto più affascinante: perché Cuba?
L'Avana appare come il contrario esatto del mondo interiore di Vittorio. È ritmo, colore, vitalità spontanea. Portare il rigore di un Kyrie europeo dentro questa realtà produce una tensione narrativa che diventa la chiave dell'intero racconto. Da una parte la forma, la tradizione, la disciplina della musica colta; dall'altra una città che vive di istinto, danza e improvvisazione.
In questo spazio di contrasto la musica diventa una lingua comune. Dove le parole non bastano, il Kyrie riesce a dire ciò che resta imprigionato nel cuore. Il dolore, il rimpianto, la fatica di riconoscersi fragili trovano nella musica un linguaggio capace di attraversare culture e generazioni.
Il film costruisce questa tensione come farebbe una composizione musicale. In musica una dissonanza crea inquietudine finché non trova la sua risoluzione. Qui la dissonanza è fatta di distanze, errori e silenzi accumulati nel tempo. Il Kyrie diventa allora l'invocazione necessaria per sciogliere quella tensione: il momento in cui l'uomo ammette che da solo non basta a se stesso.
Quando finalmente la musica si apre nella sua pienezza, il momento non è soltanto musicale. È umano. Vittorio non sta soltanto dirigendo un coro: sta dirigendo una riconciliazione, con la propria storia e con quelle vite che il destino gli ha fatto incontrare lungo il cammino. Quei ragazzi finiscono per diventare qualcosa di più di semplici allievi: sono la possibilità inattesa di una paternità ritrovata, una famiglia che la musica riesce a ricomporre dove la vita aveva lasciato fratture.
È qui che Havana Kyrie trova la sua forza più autentica. Il film suggerisce che la pietà - l'Eleison - non è un gesto di debolezza. È un atto di liberazione. Chiedere perdono, e soprattutto perdonarsi, è forse l'unico modo per tornare a sentire la melodia della vita.
E sorprende che un messaggio così semplice e profondo arrivi proprio da una visione trovata quasi per caso, scorrendo distrattamente una piattaforma digitale. A volte basta poco: un titolo, una musica antica, e una storia capace di ricordarci che anche le dissonanze più dure possono, prima o poi, trovare la loro armonia.
Franco Nero nei panni di un burbero direttore alle prese con un coro di bambini cubani e la musica di Gioachino Rossini