L’occhio si perde nei colori, nelle ondulazioni del terreno, nelle grammatiche del tempo che ha depositato antiche sapienze, racconti, favole, leggende. Come i resti di antiche città. Come i mosaici di Lucera, come l’Angelo di Siponto. Il mare é infinito, qui. Il biancore lattiginoso di Peschici sfuma nella luminescenza di Vieste. Ed arretra ricordando quel 15 luglio del 1554 quando Dragut, la spa
da snudata dell’Islam, giunse con i suoi uomini, e fu un fragore simile a quello di Otranto, un’ordalia, un rimescolamento del sangue. Qui inizia, la Puglia. Il nome arriva come una carezza. Daunia. Un lembo di paradiso nascosto. Con Pizzomunno finis terrae e sguardo verso l’oriente, commerci infiniti, parole che si confondono, saperi che si mescolano, profumi. Lecci, olivastri, pini d’Aleppo. Le grotte, gli anfratti. Il Gargano ha più di una meraviglia. E quel vecchio sito di vedetta costiera, Monte Saraceno dove per secoli le steli daune sono rimaste segrete, nascoste agli occhi.
È sufficiente spostarsi di poco. Allora ecco l’antica storia di un luogo distrutto da epidemie e terremoti e Manfredi che lo ricostruisce, e quel luogo diviene uno scalo commerciale importantissimo, nell’Adriatico, e passaggio obbligato per imperatori, papi, templari e cavalieri di Malta diretti al santuario dell’Arcangelo Michele. Ma sulla via, la cristianità deve fare i conti con l’altro lato di sé, e a San Leonardo incontrare il luogo della contaminazione e degli incroci: lì dove il 21 giugno, in uno dei più bei monumenti dell’arte romanica pugliese, dal foro obliquo della volta s’irradia il fascio di luce biancastra, a segnare il solstizio. Foresta Umbra che sia o saline, le porte di bronzo di Monte Sant’Angelo, con il loro lascito greco bizantino, o le architetture rurali, il Tavoliere, la luce che abbaglia e dà nome ai luoghi, i profili di aragonesi, catalani, borboni, e quello di Federico II, gli ex voto dell’Incoronata, e quella distesa di bianco, che riflette accecante il cielo, che scioglie il terreno e l’acqua. Sembra sterminato il Tavoliere, nelle mattine di luglio e nelle secche di gennaio. Uno strano silenzio. Chilometri senza che si incontri qualcuno, e la terra che si stende elementare e bellissima. Tra due segni d’acqua, tra le rocce e il mare, una terra sconosciuta ancora. Si fa innamorare. E può iniziare a dire.