SudCultura nasce dall’intuizione di un gruppo di amici: comunicare la Bellezza attraverso alcune immagini e le loro storie. Una pagina fatta di fotografie, scattate da appassionati non professionisti, durante le loro escursioni alla riscoperta dei “luoghi comuni”. Mete troppo vicine per potersene vantare, località troppo locali, luoghi già sentiti rispetto ai quali voler cambiare aria. In una paro
la, subcultura in cui non volersi riconoscere, di cui vergognarsi, da cui scappare. Le immagini e le storie di questa pagina iniziano proprio da qui, per ridare valore al Sud non negandone le criticità ma attraverso la sfida di una ri-esistenza proprio dentro quella subcultura. Solo scavando verso le radici di una storia problematica, possiamo ripartire per comunicare la bellezza di ciò che impariamo a riconoscere come SudCultura. Scopriremo che Sud non è un territorio confinato, ma una cultura; un metodo con cui guardare la realtà, nella complessità dei suoi fenomeni, che ci obbliga a studiarli a fondo per comprenderne il senso vero e non stereotipato. La struttura che vi proponiamo è l’approfondimento di un luogo diverso ogni settimana, mediante post fotografici per il momento autoprodotti e storico-etnografici. In tal modo, speriamo di combinare l’immediatezza dell’immagine con la complessità dello studio degli aspetti culturali e sociali. Vi aspettiamo, allora, in questo luogo di partenza, per viaggiare insieme alla riscoperta della SudCultura. ENGLISH
SudCultura is a page of photographs and stories, made by a group of friends during their journeys around Southern Italy. The idea is to make people feel the beauty of a land which has always been considered only “mafiosa”, poor, abandoned and underdeveloped. We want to reflect upon the causes of these processes, which are certainly true, but just part of the story. We will discover that the subject of our page is not a defined territory, but a culture, namely a subculture becaming, in the linguistic game of Italian words, a SudCultura (i.e. Southern Culture). In this way we hope, through the lens of photography, to avoid “the dangers of the single story” (borrowing the fortunate expression by Chimamanda Ngozi Adichie).