24/03/2026
Una interessante riflessione
(credit: newsletter Brocchi sui Blocchi del 24/03/2026)
Divorzio alpino in arrampicata
Nelle ultime settimane si parla molto di “divorzio alpino”. Il termine, tornato in auge per un caso di cronaca, sta rimbalzando tra social e giornali.
Un po’ dappertutto si leggono storie simili: gente lasciata indietro, partner che vanno avanti, persone che si ritrovano in situazioni in cui non volevano cacciarsi. Alcuni casi sono estremi, altri molto meno, ma la dinamica è sempre quella: due persone partono insieme, a un certo punto è come se non lo fossero più.
Succede quando una persona sceglie per l’altra. Quando qualcunə si sente di dover andare oltre il proprio limite, anche se non vorrebbe. Quando unə si vuole fermare e l’altrə continua a ti**re.
Il caso è interessante perché mette luce su temi di cui si parla poco: la responsabilità quando i livelli di esperienza sono diversi e, soprattutto, le relazioni tra persone che vanno in montagna. Perché, anche se in forme leggermente diverse, tutto questo succede anche nell’arrampicata.
Chi non si è mai trovatə a dire sì a una scalata solo per non scontentare l’altrə?
O a provare qualcosa anche se in realtà non avevi voglia (o avevi paura) spintə dall’insistenza altrui?
O a passare ore ad aspettare il partner più forte, come se fosse normale che unə abbia più diritto dell’altrə di scalare?
Anche queste, in fondo, sono forme di “divorzio alpino”.
Succede perché quando c’è una grande differenza di esperienza, si crea una dipendenza. Chi ne sa meno si affida completamente all’altrə: si affida su dove scalare, che attrezzatura portare, quali decisioni prendere durante la giornata. E spesso smette anche di fare domande, perché si fida.
Ma quando unə decide e l’altrə si adatta, non si sta più andando insieme: ritmi diversi possono creare un distacco (fisico o emotivo) difficile da colmare.
Non si può negare che questa dinamica, nella maggior parte dei casi, coincide anche con una dinamica di genere. Perché l’ambiente montano è stato per anni un ambiente ad appannaggio degli uomini, in cui le donne vengono troppo spesso viste come quelle che ne “sanno meno”.
Inoltre l’immaginario della montagna è ancora legato agli ideali maschili di resistenza e forza. All’idea che si debba andare avanti, che fermarsi sia un fallimento, che spingere sia sempre la scelta giusta.
E quindi si spinge, anche quando non avrebbe senso. Ma l’arrampicata non è sempre una questione di spingere. È una questione di come stai dentro al momento. Alla relazione tra te, la roccia, la natura e gli/le altrə climbers.
Il “divorzio alpino” è quindi un mix letale di impazienza, ego, differenze di livello e (soprattutto) cattiva comunicazione.
Ma come evitare che accada?
A prescindere dal tuo genere, se ti riconosci in alcune di queste situazioni, forse vale la pena farci caso:
🚩 La persona con cui scali decide sempre per due.
🚩 Le tue domande vengono liquidate velocemente.
🚩 Ti ritrovi a fare cose che non hai davvero scelto.
🚩 Hai la sensazione di essere “trascinatə dentro” più che coinvoltə.
A quel punto meglio parlarne prima. Decidere insieme dove si va, cosa si fa, quanto si scala. Condividere le informazioni, non solo seguire chi ne sa di più. Scegliere qualcosa che funzioni per entrambə, non solo per unə.
E se tutto questo non avviene: allora forse è meglio che il divorzio avvenga prima che in montagna.
(Brocchi Sui Blocchi 24/03/2026)