25/03/2026
Non era ancora sorto un giorno luminoso, quando i raggi dell’aurora colpirono le onde del mare Ionio; la luce del mattino scintillava sulle acque e il chiarore errante tremolava sul profondo mare azzurro.
E ormai la coraggiosa Proserpina, dimentica della gelosa cura della madre e sedotta dagli inganni di Venere, si dirige verso la valle irrigata dalle acque. Così avevano stabilito le Parche. Tre volte le porte emisero un suono d’avvertimento mentre i cardini giravano; tre volte l’Etna profetica rimbombò con lugubri tuoni. Ma nessun presagio, nessun segno poté trattenerla. Le dee sorelle la accompagnavano.
Davanti procedeva Venere, esultante per il suo inganno e ispirata dalla sua grande missione. Nel suo cuore già prevede il ratto imminente: presto dominerà il terribile Caos, presto, una volta soggiogato Dite, guiderà le ombre sottomesse. I suoi capelli, divisi in molte ciocche, erano intrecciati intorno al capo e fermati con uno spillone ciprio; una fibbia, abilmente forgiata dal suo sposo Vulcano, sosteneva il mantello riccamente ornato di gemme purpuree.
Dietro di lei avanzavano Diana, splendida regina dell’Arcadia, e Pallade Atena, che con la lancia protegge la rocca di Atene — entrambe vergini: Pallade, crudele dea della guerra; Diana, flagello delle fiere. Sul suo elmo lucente la dea nata da Tritone portava scolpita la figura di Tifone, morto nella parte superiore del corpo ma ancora contorcente negli arti inferiori. La sua terribile lancia, agitata, sembrava un albero che fendeva le nubi; solo il collo sibilante della Gorgone era nascosto nel mantello scintillante.
Più mite era lo sguardo di Diana, e molto somigliante a quello del fratello: si sarebbe potuto credere che guance e occhi fossero quelli di Febo, se non fosse stato per il sesso a distinguerla. Le sue braccia splendenti erano n**e, i capelli mossi fluttuavano nella brezza, l’arco non teso pendeva inattivo e le frecce erano dietro la schiena. La tunica cretese, stretta da due cinture, scendeva fino alle ginocchia.
Tra le due camminava la figlia di Cerere, orgoglio della madre e presto sua fonte di dolore, pari a loro per statura e bellezza. L’arte non aveva mai prodotto un tessuto così perfetto: sul suo abito erano ricamate la nascita del Sole e quella della Luna. Tetide li accoglieva nel suo grembo e ne placava i vagiti, mentre la loro luce illuminava le acque.
Le Ninfe la accompagnavano, affollate ai lati: quelle dei fiumi siciliani, dei torrenti e delle sorgenti. Tra tutte spiccava Ciane. Procedevano come una schiera di Amazzoni o come le Ninfe lidie nei riti di Bacco.
Enna, madre dei fiori, le vide e pregò Zefiro di benedire i campi. Il dio del vento sparse nettare e rugiada, e ovunque passava nasceva la primavera: le rose diventavano rosse, i giacinti azzurri, le viole purpuree.
Il luogo era ancora più bello dei fiori: una pianura dolce che si alzava in collina, con ruscelli che sgorgavano dalla roccia viva. Un bosco offriva ombra, e vi crescevano pini, querce, cipressi, allori e viti. Poco distante si trovava il lago Pergus, limpido e trasparente.
Qui giunsero le dee, e Venere le invitò a raccogliere fiori. Le fanciulle si dispersero nei prati come uno sciame d’api. I campi furono spogliati della loro bellezza: chi intrecciava gigli con viole, chi si adornava di rose, chi di mirto.
Ma più di tutte Proserpina, piena di entusiasmo, raccoglieva fiori e intrecciava ghirlande, ignara del destino che l’attendeva.
All’improvviso si udì un fragore: torri crollarono, città tremarono. Solo Venere capì: Plutone stava emergendo dagli inferi con il suo carro, squarciando la terra.
Nessuna via si apriva per lui, finché colpì la roccia con il suo scettro: la Sicilia si spaccò e si aprì un varco. I cavalli, abituati all’oscurità, si spaventarono alla luce del sole, ma poi si lanciarono con furia.
Le Ninfe fuggirono; Proserpina fu trascinata sul carro, gridando aiuto. Pallade e Diana tentarono di fermarlo, ma Giove stesso intervenne con il fulmine, sancendo il matrimonio.
Costrette, le dee si ritirarono. Diana, in lacrime, si congedò. Proserpina, disperata, implorava il padre e la madre, accusando il destino e il tradimento.
Plutone, però, cercò di consolarla: le promise un regno, potere sugli inferi e gloria eterna come regina.
Giunti nel Tartaro, le anime accorsero numerose. L’oltretomba, per un momento, si riempì di gioia: le pene cessarono, i tormenti si fermarono, persino le Furie si addolcirono.
Si celebrò il matrimonio. La Notte stessa benedisse l’unione. Le ombre cantarono:
“Proserpina, regina, e tu Plutone, unitevi in eterno. Date vita a una nuova stirpe divina.” Claudiano, il Ratto di Proserpina
Nella Foto Enna e il lago Pergusa