Itinerari Letterari

Itinerari Letterari Viaggiare leggendo, leggere viaggiando

📍 TriesteUna strana bottega d’antiquarios’apre, a Trieste, in una via secreta.D’antiche legature un oro variol’occhio pe...
22/11/2021

📍 Trieste

Una strana bottega d’antiquario
s’apre, a Trieste, in una via secreta.
D’antiche legature un oro vario
l’occhio per gli scaffali errante allieta.

Vive in quell’aria tranquillo un poeta.
Dei morti in quel vivente lapidario
la sua opera compie, onesta e lieta,
d’Amor pensoso, ignoto e solitario.

Morir spezzato dal chiuso fervore
vorrebbe un giorno; sulle amate carte
chiudere gli occhi che han veduto tanto.

E quel che del suo tempo restò fuore
e del suo spazio, ancor più bello l’arte
gli pinse, ancor più dolce gli fe’ il canto.

- , Autobiografia, XV, in Canzoniere (Einaudi, 2014)

Siamo in via San Nicolò, nel cuore di Trieste. Qui si nasconde una vera perla per appassionati bibliofili: la Libreria Antiquaria Umberto Saba. Il poeta la rilevò dal suo vecchio proprietario, Giuseppe Maylàender, nel 1919 e vi lavorò con passione e dedizione per gran parte della sua vita. Questa «oscura bottega» - così la definì in “Storia di una libreria” (1948), da cui provengono le successive citazioni -, questo «nero antro funesto» gli permise di raggiungere una decorosa indipendenza economica, tale da consentirgli di dedicarsi alla poesia. Non solo: la Libreria Antica e Moderna - così si chiamava all’epoca - divenne luogo di ritrovo per scrittori e artisti (tra gli altri: Italo Svevo, che vi si recava quasi ogni sera), una via di fuga dalle brutture del tempo presente, «un rifugio abbastanza al riparo dagli altoparlanti».

Oggi la Libreria Antiquaria Umberto Saba è affidata alle cure del signor Mario Cerne, ultrasettantenne figlio dell’antico collaboratore Carlo “Carletto”, che da quest’ultimo l’ha ereditata nel 1981.

🗺Indirizzo: Via San Nicolò, 30 - 34121 Trieste (TS)

Soltanto quando siamo stati su abbiamo visto che eravamo arrivati praticamente all'alba. Ed era anche un'alba coi fiocch...
31/12/2020

Soltanto quando siamo stati su abbiamo visto che eravamo arrivati praticamente all'alba. Ed era anche un'alba coi fiocchi, di sole e cielo blu. Abbiamo fatto un giro sul tetto per vedere cosa potevamo vedere, e gli altri mi hanno omaggiato di una visita guidata da Americano a Londra: St Paul, la ruota panoramica sul fiume, la casa di Jess.
«Non fa più paura» ha detto Martin.
«Dici?» gli ha chiesto Jess. «Hai guardato di là del cornicione? V***a pu***na. C***o... come vista è meglissimo di notte, se vuoi sapere come la penso io.»
«Non parlavo del salto» ha detto Martin. «Parlavo di Londra. Non è male.»
«È stupenda» ha detto Maureen. «Non mi ricordo l'ultima volta che ho potuto vedere così tante cose.»
«Non volevo nemmeno dire questo. [...] Laggiù non c'è niente da cui è il caso di sentirsi esclusi.»

- , Non buttiamoci giù (Guanda Editore, 2016)

È la notte di San Silvestro a Londra. Un capodanno come quelli che colorano la nostra memoria: musica, fiumi di gente, paillettes e bollicine. È in questa cornice che quattro sconosciuti si incontrano. No, non a una festa, bensì sul tetto di un palazzo. Non hanno nulla in comune se non il motivo per cui sono lì: vogliono farla finita. Vogliono dire addio alla vita cercando di scrollarsi di dosso ciascuno il proprio bagaglio di dolore, e lo vogliono fare lanciandosi dalla cima di quella che è nota come la Casa dei Suicidi. Un proposito saldo, ma che viene intaccato proprio dall'incontro con altre persone che lo condividono (perlomeno nella modalità). Il non essere soli nel voler compiere quel gesto porta i quattro a prendere una decisione inaspettata: scendere dalla Casa dei Suicidi, almeno momentaneamente. E il cambio di programma li porta a conoscere una Londra diversa, dalla quale restano folgorati.

📍BerlinoQuando lo rademmo al suolo, non avevamo ideadi quanto fosse altoin noiCi eravamo assuefattial suo orizzonteE all...
25/11/2020

📍Berlino

Quando lo rademmo al suolo, non avevamo idea
di quanto fosse alto
in noi

Ci eravamo assuefatti
al suo orizzonte

E alla bonaccia

Alla sua ombra tutti
non proiettavano ombra

Adesso stiamo denudati
di ogni scusante

- , ein tag auf dieser erde (Fischer, 1998 – traduzione di Anna Maria Curci)

Quando, il 9 novembre 1989, i berlinesi accorsero armati di piccone per demolire il , Reiner Kunze sapeva bene comprendeva bene la portata storica di quel momento. Lui quella divisione fisica e politica l’aveva vissuta sulla sua pelle, in prima persona: accusato di essere nemico dello Stato, per aver manifestato dubbi sulla DDR, fu inizialmente sottoposto a duri interrogatori, poi costantemente spiato e, infine, invitato a espatriare. Il 13 aprile 1977 attraversò il confine tra le due Germanie assieme alla moglie, Elisabeth Littnerovà, e alla figlia, per trasferirsi dapprima a Monaco di Baviera e successivamente a Passau. «Non sono né un martire, né un eroe, restare avrebbe significato la prigione», disse in seguito. A un mese di distanza dal crollo del Muro di Berlino, Kunze – soprannominato “poeta del dolce dissenso” – ottenne una riabilitazione intellettuale anche nella Germania dell’Est (venne, infatti, riammesso all’Associazione degli scrittori della Germania Orientale, poi unitasi al Pen Club occidentale), eppure comprese con estrema lucidità che c’era ancora molta strada da fare: oltre al muro fisico ne era stato eretto uno interiore, la cui ipotesi di crollo era ben più remota.

🗺Indirizzo: Mühlenstraße, 3-100 - 10243 Berlino (Germania)

📍MedellínSembra impossibile, ma io sono nato nel quartiere degli Empalados. Il nome brilla come la luna. Il nome, col su...
22/11/2020

📍Medellín

Sembra impossibile, ma io sono nato nel quartiere degli Empalados. Il nome brilla come la luna. Il nome, col suo c***o, apre un cammino nel sogno e l’uomo cammina su quel sentiero. Un sentiero tremante. Sempre aspro. Il sentiero di entrate o di uscita dall’inferno. A questo si riduce tutto. Avvicinarsi o allontanarsi dall’inferno. Io, per esempio, ho dato ordine di uccidere. Ho fatto i più bei regali di compleanno. Ho finanziato progetti faraonici. Ho aperto gli occhi nel buio. Con estrema lentezza ho aperto gli occhi nel buio più totale e ho visto o immaginato solo quel nome: Empalados, sfolgorante come la stella del destino.

- , Prefigurazione di Lalo Cura, in Puttane assassine (Adelphi Edizioni, 2015)

Siamo a Medellín, in Colombia. Sebbene il quartiere Los Empalados rappresenti un’invenzione letteraria di Bolaño, e nonostante della città colombiana ci venga mostrato poco e nulla, l’ambientazione diviene qui pretesto, giustificazione, destino inscritto nel sangue e che assume, quindi, i caratteri dell’ineluttabilità. Qui, dove l’umanità è un residuo di vita arso dal sole, il giovane Lalo Cura – personaggio che tornerà poi nel romanzo 2666 – viene privato della sua innocenza sin dalla tenera età, quando si ritrova a passare le sue giornate nella casa che fa da set a una copiosa produzione di film p***o di cui sua madre è spesso protagonista. A Medellín la storia di Lalito non rappresenta però l’eccezione: è la spietata regola. Violenza a cui nessuno, vittima o carnefice, può sottrarsi. Prefigurazione della pazzia.

📍RomaVenerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l'unico piacere che ...
18/11/2020

📍Roma

Venerdì 15 febbraio 1823 fui a visitare il sepolcro del Tasso e ci piansi. Questo è il primo e l'unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro;– ma non si potrebbe anche ve**re dall'America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? È pur certissimo che le immense spese che qui vedo fare non per altro che per proccurarsi uno o un altro piacere, sono tutte quante gettate all'aria, perché in luogo del piacere non s'ottiene altro che noia. Molti provano un sentimento d'indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d'una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e l'umiltà della sua sepoltura.

- , Lettere (Libri Mondadori, 2006)

Il 25 aprile del 1595 morì. Il suo corpo venne sepolto nel convento di S. Onofrio, a Roma, dove il poeta aveva preso dimora poco meno di un mese prima. La tomba divenne meta di pellegrinaggio in particolar modo in epoca romantica, quando la critica vide nell’autore della Liberata l’incarnazione dell’eroe perseguitato. Lo stesso Leopardi, come racconta nella lettera che indirizzò al fratello Carlo, si recò nel luogo della sepoltura e questo rappresentò un momento eccezionale di tensione umana e poetica.
Nello stesso periodo si diffuse la notizia che il Tasso, durante l’ultimo mese della sua vita, era solito rifugiarsi sotto una quercia posta nella vigna del convento. Da qui poteva vagare con lo sguardo sulla gloria secolare di Roma; da qui poteva riflettere sulla morte imminente e cominciare, come scrive in una lettera ad Antonio Costantini, la sua «conversazione in cielo».
La quercia, pur vessata da una salute malferma, è ancor oggi lì, e presenta una targa commemorativa.

🗺Indirizzo: Passeggiata del Gianicolo - 00165 Roma (RM)

📍ParigiArrivammo a Parigi la mattina di buon'ora, in una stazione lunga e sporca che – mi disse il vecchio – era la Gare...
16/11/2020

📍Parigi

Arrivammo a Parigi la mattina di buon'ora, in una stazione lunga e sporca che – mi disse il vecchio – era la Gare de Lyon. Dopo Milano, Parigi era una città spaventosamente grande. A Milano si ha sempre l'impressione che tutti vadano in qualche posto, e che tutti i tram abbiano una destinazione e che non ci sia nessuna confusione; Parigi, invece, è tutta fatta su come una palla e nessuno la srotola mai.

- , Il mio vecchio, in I quarantanove racconti (Libri Mondadori, 2016)

Fu nel periodo compreso tra il 1921 e il 1926 che Hemingway soggiornò a Parigi, stabilendosi, con la prima moglie Hadley, nel bohémien Quartiere Latino. Gli anni parigini, vissuti in un clima di grande fermento artistico, furono gli anni della formazione; inevitabilmente la Ville Lumière finì col lasciare un segno non solo nella vita dello scrittore, ma anche nelle sue opere.
Nel 1938, quando pubblicò "I quarantanove racconti", Parigi continuava a esercitare su di lui lo stesso fascino del primo giorno (tanto che vi tornò visita durante quello stesso anno): quello di una città quasi spaventosa nella sua immensità, in cui non tutto è lineare, non tutto è prestabilito, non tutto è ordinato. E soprattutto: nessuno vuole che lo sia.
Gli occhi meravigliati di Joe, protagonista del racconto "Il mio vecchio", riflettono lo sguardo carico di stupore che lo stesso Ernest ha riservato, per tutta la sua vita, a Parigi.

Del rapporto con la capitale francese, Hemingway parlò con maggior dovizia di particolari in "Festa mobile", raccolta di memorie pubblicata postuma nel 1964, nella quale vengono raccontati i lunghi soggiorni dello scrittore nella Parigi degli anni Venti. Qui ebbe l'occasione di incontrare ed , espatriati in Europa, nonché – tra gli altri – , e .

📍NapoliAll'estero c'ero già stato, e mi aveva sempre nauseato. Niente di speciale, ma ecco, per esempio: l'alba, il golf...
11/11/2020

📍Napoli

All'estero c'ero già stato, e mi aveva sempre nauseato. Niente di speciale, ma ecco, per esempio: l'alba, il golfo di Napoli, il mare, tu guardi e ti viene la malinconia. La cosa più disgustosa è che davvero diventi malinconico, hai nostalgia di qualcosa! No, in patria si sta meglio; qui, per lo meno, puoi dar la colpa di tutto agli altri, e scagionare te stesso.

- , Delitto e castigo (Einaudi editore, 2014)

È Svidrigàjlov a parlare, nel corso di un intenso dialogo con l'omicida Raskòlnikov, protagonista del romanzo. Sebbene la vicenda narrata da Dostoevskij si svolga quasi interamente a Pietroburgo, questo fulmineo richiamo a Napoli assume una sua discreta importanza critica, divenendo spia di un legame più profondo che lega lo scrittore russo alla città partenopea.
Nonostante si abbiano poche tracce della presenza di Dostoevskij a Napoli, sappiamo che egli vi soggiornò nel corso del suo secondo viaggio in Italia. Vi arrivò assieme a sua moglie, Anna Gregorievna Snitkina, e la città fece anche da sfondo al suo incontro con il filosofo Herzen. Che Dostoevskij rimase toccato dal clima gioviale che respirò a Napoli, dai suoi colori, lo dimostrano i suoi scritti, nei quali qua e là fa emergere la meraviglia e l'amore per questa città (e per l'Italia tutta). Ne è un esempio questo stralcio di "Delitto e castigo" e ne è un esempio, ancora, "L'Idiota", in cui il principe Myskin – costretto per motivi di salute in una clinica di un piccolo paesino svizzero – sogna di evadere proprio a Napoli.

🗺Indirizzo: Via Partenope - 80121 Napoli (NA)

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne...
09/11/2020

New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l'obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi troppo su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all'atto di porre un piede davanti all'altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più.

- , Città di vetro, in Trilogia di New York (Einaudi editore, 2014)

La Trilogia di New York di Paul Auster è un libro unico composto da tre romanzi – Città di vetro, Fantasmi e La stanza chiusa – pubblicati tra il 1985 e il 1987. Sebbene godano di una loro autonomia, questi sono strettamente interconnessi: non condividono solo personaggi e lo schema narrativo (quello della detective story), ma anche e soprattutto la città di ambientazione, New York. Caotica e affollata, la Grande Mela è antiteticamente anche surreale, alienante, vuota. Le strade della città diventano così il perfetto palcoscenico per la vera indagine della Trilogia: quella all’interno della profonda inquietudine esistenziale umana.

📍 GenovaSe frugo addietro fino a Corso Dogalinon vedo che il Carubba con l’organinoa manovellaE il cieco che vendeva il ...
05/11/2020

📍 Genova

Se frugo addietro fino a Corso Dogali
non vedo che il Carubba con l’organino
a manovella
E il cieco che vendeva il bollettino
del lotto. Gesti e strida erano pari.
Tutti e due storpi ispidi rognosi
come i cani bastardi dei gitani
e tutti e due famosi nella strada,
perfetti nell’anchilosi e nei suoni.
La perfezione: quella che se dico
Carubba è il cielo che non ho mai toccato.

- , Corso Dogali, in Diario del ’71-’72 (Libri Mondadori, 2010)

Siamo a Genova, nel quartiere di Oregina. In prossimità del termine della lingua salita di Corso Dogali, al civico 5, sorge la casa dove il 12 ottobre del 1896 nacque Eugenio Montale, come ricorda la targa posta sul muro che costeggia l’abitazione.
Alla via natale il poeta genovese ha dedicato un componimento, Corso Dogali, inserito nel Diario del '71 e del '72, la sua quinta raccolta poetica (edita da Mondadori nel 1973). Sono due le figure che abitano questi versi, entrambe provenienti dalla memoria del poeta: un mendicante, il Carubba, che suona un piccolo organo a manovella e il cieco che vende un foglio con i numeri estratti del lotto, il cosiddetto bollettino. I due, esiliati dalla società, sono descritti con tratti fisici animaleschi – sono storpi, ispidi e rognosi –, eppure in essi Montale ritrova la perfezione che dice di non aver «mai toccato»: quella di una vita vissuta appieno, nella semplicità, con la consapevolezza di essere chi si è scelto, senza compromessi.

🗺 Indirizzo: Corso Dogali, 5 - 16136 Genova (GE)

«Vienna» dice. «Sai, mentre ero lontano, quella città rappresentava per me il diapason del mondo. Pronunciare il nome "V...
03/11/2020

«Vienna» dice. «Sai, mentre ero lontano, quella città rappresentava per me il diapason del mondo. Pronunciare il nome "Vienna" era come far vibrare quel diapason. Osservavo la persona con cui stavo parlando per vedere come reagiva. Era il mio modo di mettere le persone alla prova. Chi non aveva alcuna reazione non faceva al caso mio. Perché Vienna non è soltanto una città, il suo nome ha un suono che alcuni sentono vibrare in fondo all'anima per sempre e altri no».

- , Le braci (Adelphi Edizioni, 2008)

Sono passati quarantun anni da quando Henrik e Konrad, un tempo amici inseparabili, si sono allontanati, prendendo ognuno la propria strada. Quando tornano a incontrarsi, in un castello ai piedi dei Carpazi, a essere cambiate non sono solo le loro vite, ma tutto ciò che li circonda. La loro amata Vienna, innanzitutto. L'incantevole Vienna di fine impero, la Vienna di Francesco Giuseppe, degli Strauss, di Klimt; quella Vienna non c'è più, ormai sepolta sotto le ceneri della Grande Guerra. E ai due non resta che ricordarla.

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