26/02/2022
Siamo il paese delle formalità.
Siamo educati a fare o non fare in base a ciò che gli altri potrebbero dire o non dire, pensare o non pensare di noi.
Quando succede qualcosa, siamo così egocentrici e ambigui da farci problemi nel condividere online un momento di vita normale perché “pare brutto” -come si dice dalle mie parti- però quella cosa la facciamo comunque. E no, non credo assolutamente che scegliere di fare qualcosa sia una mancanza di rispetto verso il dolore.
Ma guai a mostrarlo.
Guai a tradire le aspettative altrui.
Guai a pubblicare la foto di un aperitivo o di un paesaggio o un selfie perché “altrimenti la gente che pensa”. E, se lo pubblichi, guai a non specificare che lo fai solo perché con Instagram ci lavori.
Sia mai che non arrivi chiaro il concetto che le giornate di ognuno di noi siano state messe totalmente in pausa. Nessuno di noi mangia, fa la doccia, vede gli amici, va al lavoro, dorme sotto un tetto caldo, trascorre ore sui social o davanti alla tv e non necessariamente per raccogliere news di attualità.
Come se la partecipazione, l’empatia, la tristezza e l’informazione di ognuno di noi si misurassero attraverso un aperitivo, un paesaggio, un selfie.
C’è chi ha voglia di condivisione, chi proprio non ne ha, chi esce a cena per distrarsi e chi preferisce rimandare, ma in nessuna maniera l’entità dell’empatia altrui si valuta in base al nostro modo di viverla.
Adesso è la guerra, prima è stato l’Afghanistan, prima ancora qualcosa di doloroso capitato a qualcuno a noi caro.
Io da tempo ho imparato a fare caso ad altro. A guardare oltre.
E ci sto facendo caso anche in questi giorni quando, in questo meccanismo malato fatto di apparenza e ipocrisia che riguarda tutti noi nessuno escluso, parlando con qualcuno di quella stessa guerra che ha messo in pausa i nostri social network, c’è una precisa preoccupazione che solitamente apre il discorso e che prevale sulle altre.
“Speriamo solo che non arrivi in Italia”.