01/08/2022
2022 Yamaha XT 600
SETTIMA TAPPA: ERZURUM – NINOTSMINDA
Ultimi scampoli di Turchia, altipiano Armeno e poi Georgia.
Quella di oggi è stata, senza dubbi, la tappa più bella ed appassionante, per molti motivi.
Stamattina ero già di buon’ora in sella all’XT con direzione Kars, l’ultima città degna di questo nome a est della Turchia. Dopo duecentocinquanta chilometri dell’ormai classico paesaggio pedemontano turco, lungo una scorrimento veloce dall’asfalto perfetto e sotto un cielo terso e turchese, raggiungo il bivio che attendevo da giorni.
E volto verso sud-est, verso Ani.
Sono letteralmente elettrizzato dall’idea di poter visitare una grande capitale imperiale abbandonata. La sua posizione poco agevole non la rende oggetto di particolari attenzioni turistiche, nonostante i tesori che vi si nascondano. Imbocco così la strada secondaria che porta verso le rovine di Ani, ben quarantadue chilometri di rettilineo in sali e scendi, dove la strada comincia a peggiorare metro dopo metro.
Spariscono le pompe di benzina, e cominciano ad apparire ai lati della strada dei piccoli villaggi sempre più desolati.
Lentamente il cemento ed i mattoni cedono spazio alle baracche di lamiera e latrine comuni. I cavi dell’elettricità si fanno più radi, l’asfalto si fa più rado, l’acqua corrente si fa più rada. Mucche e vitelli al pascolo occupano serenamente la carreggiata, mentre vecchi cani spelacchiati sonnecchiano sul ciglio della strada. Appoggiati su qualche seggiola o seduti su un trattore decrepito, uomini spezzati dalla fatica e logorati dalla vita alzano la mano in segno di saluto, mentre ricambio passando lentamente, cercando i loro sguardi attraverso la visiera ormai ricoperta di moscerini.
Attorno alle baracche, acquitrini e panni stesi.
Vecchie carcasse di auto, copertoni e vari altri relitti.
Rottami arrugginiti ovunque ed un unico edificio abbandonato, forse una vecchia scuola.
I bambini inseguono la moto correndo, urlano e cercano la mia attenzione per farsi fare una foto.
Li guardo, e già mi si comincia a stringere il cuore.
Arrivo finalmente ad Ani, parcheggio per farmi una foto con dietro il cartello ed altri bambini, sporchi e sorridenti, accorrono come fossi un alieno. Gli do le poche lire turche e qualche euro a moneta che mi è rimasto, ma se li litigano tra loro.
Così, per calmarli, me li prendo uno ad uno e li faccio salire in moto. Un bel colpo di acceleratore a testa e una bella foto. Sono euforici, sorridenti, attratti da tutto. Mi chiedono la cartina geografica, mi chiedono persino il portachiavi di fettuccia arancione.
Potrebbero essere loro i miei figli, hanno la stessa età.
“Ma i miei sono nati decisamente più fortunati”, penso consolandomi, mentre mi tolgo il casco e mi dirigo verso l’ingresso del parco archeologico.
Appena entro, Ani mi appare in tutta la sua decadente maestosità. Una grande città murata d’altri tempi, la capitale del regno armeno, che nell’alto medio evo competeva con Bagdad e Costantinopoli per ricchezza, floridità dei commerci, influenza politica e forza militare. Questo, quando il regno armeno era una vera e propria potenza internazionale, che si estendeva da parte dell’attuale Azerbaijan fino a metà circa della Turchia. Sono veramente colpito dai resti delle molte chiese armene, presenti ancora nel sito dietro quel che resta della maestosa cinta muraria esterna. Trascurate, lacerate, ma con colonne e cupole che ancora si ergono fiere, nonostante i corsi ed i ricorsi storici. Mi fermo per qualche minuto a contemplare le croci antiche scolpite nella roccia e finemente lavorate, con iscrizioni antiche in lingua armena e sopra i segni dei molti che sono passati dopo.
Uscendo da una delle chiese, volgo lo sguardo verso l’orizzonte, dove appare ben visibile a poche centinaia di metri, il filo spinato che separa il confine turco da quello armeno. Mia moglie ed i miei figli sono lì, a meno di ottanta chilometri in linea d’aria oltre quel filo invalicabile, ad aspettarmi.
Soffro al pensiero di saperli così vicini, ma di non poterli abbracciare.
Questo, dopo anni di gelo nelle relazioni tra Turchia e Armenia, sembrava finalmente il primo anno in cui sarebbe stato riaperto il varco doganale diretto tra i due stati. Ma le cose vanno ancora per le lunghe e così, dopo aver fatto scappare un altro sospiro, mi dirigo verso la moto per intraprendere il ben più lungo itinerario verso la Georgia, unica via per raggiungere l’Armenia. Poco prima di uscire dal parco, sento prove**re dai pochi tavoli della zona ristoro l’idioma italiano. Mi avvicino e trovo due ragazzi, intenti a parlottare. Mi fermo e scambio due parole, e così scopro che sono partiti in bicicletta da Istanbul, sono stati respinti dall’Iran perché senza visto regolare e hanno quindi ripiegato su Georgia e Armenia. Stanno pedalando da più di due mesi.
Mentre fisso le loro facce, scavate e felici, di quella felicità che a vent’anni ti fa luccicare gli occhi, chiedo che itinerario faranno per la Georgia, dato che da dove ci troviamo nel mio navigatore ci sono altri duecento chilometri. Loro mi guardano pacati, e mi dicono: “guarda che c’è un’altra porta doganale sul lago Khozapini! È principalmente destinata ai camion, ma credo che ti faranno passare anche in moto”.
Figuratevi se, alla notizia, non raccolgo subito la sfida. Sono cento chilometri in meno, che qui si fanno in due ore.
Mi congedo e vado verso il parcheggio, dove a fianco alla moto trovo gli stessi ragazzini di prima. Li guardo e sono esattamente come i miei figli.
Non riesco a reggere la situazione, non riesco ad accettare l’idea che dei bambini siano costretti a vivere in quelle condizioni precarie di sporcizia e di miseria. Così prendo tutte le lire turche che mi sono rimaste e le distribuisco.
Loro sono increduli, urlano di felicità. Io mi sento ancora peggio, al pensiero che forse potrei e dovrei fare ancora di più.
Nel mio romanzo, ho scritto a proposito della felicità: “Poche e semplici sono le cose di cui abbiamo veramente bisogno, e spesso dietro quelle semplici cose si nasconde la vera felicità”.
Ecco perché sto soffrendo così tanto dentro: perché mentre noi stiamo qui tutti ad affannarci per eliminare il superfluo alla ricerca della felicità autentica, ci sono a poche ore di aereo ed in paesi tutto sommato civili, situazioni di precarietà ed abbandono sociale in cui tante creature indifese, che non hanno certo scelto di nascerci in quei luoghi, vivono costrette ad inventarsela con un nulla la felicità, dovendo persino rinunciare a quelle pochissime cose che da sole farebbero l’essenziale per un bambino.
Risalgo in moto con un grande senso di amarezza, mentre questi pensieri girano in loop.
Tutto attorno il paesaggio inizia a tingersi di grigio, mentre inforco la provinciale verso nord che costeggia il lago di Golu, diretto verso la porta doganale della Georgia. Piccole gocce di pioggia cominciano a pungermi sulla giacca, ma quasi non le stento, ancora anestetizzato dalle scene che mi sono appena lasciato alle sp***e.
Pochi minuti dopo la pioggia si esaurisce ed il cielo inizia a tingersi di giallo paglierino e viola, con il sole che filtra tra le nubi scure all’orizzonte, regalando un riflesso verdastro allo specchio del lago che si perde dietro le molte insenature che lo circondano.
Mi sembra di guidare nelle Highlands, nel silenzio più assoluto, solo interrotto dal brusio del motore, mentre tutto, attorno e dentro, si tinge di malinconia.
Dopo un po' di chilometri così, comincia la fila dei camion. Chilometri di autocarri in fila, in attesa delle formalità doganali. Centinaia di camion ed io, unico conducente di un mezzo diverso, che salto la fila a piè pari. Soliti controlli, pago la multa come da copione, e passo dal lato georgiano.
Anche qui, solite battute “Italia, Silvio Berlusconi e Don Vito Corleone”. Un’assonanza che ogni volta mi mette i brividi, se poi penso a cosa arriva di noi alla gente comune che vive dall’altro capo del mondo.
Qualche ulteriore rogna burocratica, perché la targa ha uno zero in meno del libretto (maledetta burocrazia italiana) che poi viene risolta con un rapido controllo del numero di telaio. Trovare il numero di telaio, invece, non è stato banale ed anzi ho dovuto chiamare con la mia SIM turca il mitico Marzio di Alfio Motorshop, che giustamente mi ha detto “hai guardato sul canotto dello sterzo?”.
Alla fine, anche questa è fatta: sono in Georgia!
Mi sparo un’oretta di fila coi camionisti, per comprare la polizza della moto, e finalmente parto alla volta di Ninotsminda, questo villaggetto di qualche centinaio d’anime, il più grande che mi separa dal confine con l’Armenia.
Ci vorranno altre due ore di moto, tra guadi e sterrati, anche dentro minuscoli villaggi.
Poi finalmente arrivo alla mia destinazione.
Dieci case ed un solo hotel, il mio.
Due ristoranti chiusi.
Una tavola calda aperta, praticamente per me.
Entro, mi siedo, affondo un morso alla fetta di Khachapuri e mando giù un sorso di pepsi, sotto le luci fioche dei neon e gli arredi spogli del locale.
Attorno a me solo la proprietaria, che è anche la portinaia dell’hotel, e due camionisti armeni che bevono due cay.
Io, intanto, me ne sto chiuso in silenzio.
E penso solo che domani, finalmente, riabbraccerò mia moglie ed i miei figli.