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Quando si arriva in piazza dell’Unità Italiana, è difficile immaginare quanto fosse diversa Firenze nella seconda metà d...
08/18/2026

Quando si arriva in piazza dell’Unità Italiana, è difficile immaginare quanto fosse diversa Firenze nella seconda metà dell’Ottocento. La città stava cambiando rapidamente e nel 1865, con il trasferimento della capitale del Regno d’Italia, anche questa zona venne interessata da nuovi interventi edilizi.

Fu proprio in quegli anni che venne costruito il grande palazzo che oggi ospita il Grand Hotel Baglioni. La costruzione risale al 1860 e fu voluta dal principe Carrega di Lucedio. Il progetto interessò un’area dove sorgevano edifici più antichi, tra cui il Teatro degli Arrischiati, e diede origine a una residenza destinata alla famiglia Carrega Bertolini.
Per diversi decenni il palazzo rimase una dimora privata. Poi il principe si trasferì a Roma e l’edificio venne trasformato in albergo grazie all’iniziativa di Leopoldo Baglioni, appartenente a una famiglia già attiva nel settore alberghiero.

Il Grand Hotel Baglioni aprì ufficialmente il 12 agosto 1903. Firenze era ormai una delle principali mete del turismo internazionale e la posizione dell’hotel, a pochi passi dalla stazione di Santa Maria Novella e dal centro storico, era particolarmente favorevole.

Il nome del Baglioni iniziò a comparire sempre più spesso nelle cronache della vita cittadina. Qui soggiornarono personaggi come Gabriele D’Annunzio, Giacomo Puccini, Guglielmo Marconi, Arturo Toscanini, Luigi Pirandello, Eleonora Duse e Rodolfo Valentino.
Negli anni Settanta il Baglioni fu coinvolto anche nella grande moda fiorentina e le sue sale ospitarono le prime manifestazioni legate a Pitti, prima che gli eventi si spostassero alla Fortezza da Basso.

Un altro elemento molto noto dell’hotel è la terrazza panoramica. Realizzata negli anni Trenta, permette ancora oggi di vedere, da una posizione privilegiata, alcuni dei monumenti più importanti di Firenze.

Sono ormai passati più di cent’anni e il Grand Hotel Baglioni continua la sua prestigiosa storia fiorentina, conservando ancora oggi molte tracce della sua origine ottocentesca.

Se vi capita di passare da Piazza della Repubblica di Firenze, fermatevi qualche minuto al Gilli. Magari lo conoscete gi...
08/16/2026

Se vi capita di passare da Piazza della Repubblica di Firenze, fermatevi qualche minuto al Gilli. Magari lo conoscete già, magari vi siete limitati a guardare le vetrine passando, ma dietro quel locale c’è una storia che comincia quasi tre secoli fa.

È il 1733 quando la famiglia Gilli, originaria della Svizzera, apre in via dei Calzaiuoli la Bottega dei Pani Dolci, pasticceria e confetteria a pochi passi dal Duomo.
Nel 1843 il locale si amplia, seguendo la trasformazione di via dei Calzaiuoli. Cinquant’anni più tardi, nel 1893, con la demolizione del Mercato Vecchio e la nascita della nuova piazza Vittorio Emanuele, Gilli si trasferisce in via degli Speziali e diventa anche un luogo dove fermarsi a bere qualcosa.

La sede che conosciamo oggi arriva nel 1917, quando Gilli si trasferisce al piano terra di Palazzo Levi, proprio sull’allora piazza Vittorio Emanuele, che dal 1947 prenderà il nome di Piazza della Repubblica. È il periodo in cui il locale assume sempre più l’aspetto del grande caffè cittadino e attorno ai suoi tavolini passano artisti, scrittori e intellettuali. Tra questi ci sono anche diversi protagonisti del Futurismo: Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e Carlo Carrà.

Nel 1951, proprio davanti a Gilli, la fotografa americana Ruth Orkin scattò una delle sue fotografie più conosciute, American Girl in Italy. Una giovane donna attraversa la piazza mentre un gruppo di uomini la osserva. Sullo sfondo, riconoscibile, c’è proprio il caffè.

Oggi Gilli continua a essere pasticceria, caffetteria, bistrot e cocktail bar. Gli interni in stile Liberty, i marmi, i lampadari, le decorazioni e quel grande bancone che conserva ancora l’eleganza dei primi decenni del Novecento. È difficile non immaginare quante persone si siano sedute qui prima di noi. Ma soprattutto rimane lì, nello stesso angolo di Firenze, a pochi passi dal Duomo, mentre la città continua a scorrere davanti ai suoi tavolini.

Fortunato Depero, a Rovereto, non ha lasciato soltanto le sue opere ma un modo completamente diverso di pensare una casa...
08/14/2026

Fortunato Depero, a Rovereto, non ha lasciato soltanto le sue opere ma un modo completamente diverso di pensare una casa, un museo e persino il rapporto tra arte e vita quotidiana.

La Casa d’Arte Futurista Depero nasce da un progetto che l’artista coltivò negli ultimi anni della sua vita. Nel 1957 riuscì a trasformare due antichi edifici del centro di Rovereto in quello che sarebbe diventato il primo e unico museo futurista progettato da un artista futurista. Depero non voleva una semplice successione di quadri appesi alle pareti, ma un ambiente costruito secondo la sua idea di arte, nel quale ogni elemento potesse partecipare alla composizione.

Entrando, ci si trova così circondati dal suo universo fatto di colori forti, forme geometriche, mobili, pannelli decorativi, arazzi, mosaici e disegni. Le opere non sono isolate dal luogo che le ospita, ma dialogano continuamente con gli spazi.
È una scelta che racconta bene Depero, artista difficile da chiudere dentro una sola definizione: Pittore, illustratore, scenografo, grafico e designer, lavorò per il teatro e per la pubblicità, arrivando a progettare oggetti e ambienti con la stessa libertà con cui dipingeva.

La Casa d’Arte è anche il risultato di questa sua convinzione, maturata negli anni del Futurismo, che l’arte dovesse uscire dai musei e dalle gallerie per entrare nella vita di tutti i giorni. Non sorprende quindi trovare, accanto alle opere, anche elementi d’arredo e decorativi. Tutto contribuisce a costruire un ambiente che ancora oggi conserva una personalità molto forte.

Una delle cose che più mi piace di questo posto è proprio la sua dimensione. Non è un enorme museo, nel quale si rischia di perdersi tra centinaia di opere ma uno spazio raccolto dove si riesce a percepire bene l’idea originale di Depero, capendo quanto fosse moderna la sua visione.

La Casa d’Arte Futurista Depero fa oggi parte del Mart, ed entrarci significa fare un piccolo viaggio dentro la testa di Depero tra colori, forme, arredi e invenzioni che ancora oggi riescono a sorprendere. Se passate da Rovereto, concedetele un po’ di tempo. Depero, qui dentro, non sembra affatto un artista del passato…

New York l’ho sognata in un momento di difficoltà e smarrimento, quando tutto intorno a me sembrava essersi spento. Si, ...
08/12/2026

New York l’ho sognata in un momento di difficoltà e smarrimento, quando tutto intorno a me sembrava essersi spento. Si, forse era una via di fuga, ma soprattutto la speranza che, oltre l’oceano, ci fosse ancora qualcosa capace di riaccendere una luce.

Ma non ho aspettato che venisse a cercarmi. L’ho raggiunta, l’ho affrontata, con le sue dimensioni, il rumore, la sua energia e le sue contraddizioni. E, passo dopo passo, l’ho fatta mia.

Lei mi ha riconosciuto. Mi ha scelto e accolto come un figlio che aveva bisogno di protezione, senza chiedermi da dove venissi, cosa avessi lasciato alle spalle o perché fossi arrivato proprio lì. Mi ha semplicemente fatto spazio.

Forse è proprio questo che amo di New York: non ti promette che le cose saranno più facili, ma riesce a farti credere che puoi ricominciare, anche quando tutto sembra perduto. Tra le sue strade ho ritrovato curiosità, entusiasmo, meraviglia. Ho imparato a guardare in alto, a perdermi e poi a ritrovarmi, a sentirmi piccolo davanti ai suoi grattacieli e, nello stesso tempo, stranamente a casa.

Da allora sono tornato più volte. E ogni volta è stato come ritrovare qualcuno che non vedevo da tempo, ma con cui non avevo mai davvero smesso di parlare.

Oggi, so che alcuni luoghi entrano nella nostra vita in un modo che va oltre il viaggio. Diventano parte della nostra storia, custodiscono pezzi di noi e, quando ci torni, sembrano sapere già chi sei.

E forse, è proprio per questo che sono già emozionato all’idea di rivederla. Tra poco più di un mese saremo di nuovo insieme, io e New York.
E ho la sensazione che, ancora una volta, sarà come tornare a casa.

Salire al Top of the Rock non è semplicemente andare a vedere New York dall’alto. È entrare nel cuore del Rockefeller Ce...
08/10/2026

Salire al Top of the Rock non è semplicemente andare a vedere New York dall’alto. È entrare nel cuore del Rockefeller Center, nel 30 Rockefeller Plaza, e lasciarsi portare dall’ascensore fino al 70° piano.

Nei miei tanti viaggi a New York ho visitato tutti i principali osservatori della città, ma era da parecchio tempo che non tornavo al Rockefeller Center. Così, questa volta, ne ho approfittato per tornare lassù e rivedere Manhattan da uno dei suoi punti di vista più belli.

Il grattacielo, allora chiamato RCA Building, fu completato nel 1933. Nello stesso anno aprì anche il suo osservatorio, una delle prime attrazioni del Rockefeller Center ad accogliere il pubblico.

Poi si esce sulla terrazza e davanti agli occhi c’è Manhattan.

L’Empire State Building sembra quasi vicino abbastanza da poterlo toccare. A nord Central Park appare come una grande macchia verde incastrata nella griglia della città; a sud lo sguardo corre verso Downtown, fino al profilo di One World Trade Center. A est ci sono l’East River, Brooklyn e Queens, mentre dall’altra parte l’Hudson e, nelle giornate più limpide, persino la Statua della Libertà.

Sono circa 259 metri sopra Midtown, ma la cosa che colpisce non è tanto l’altezza quanto la prospettiva. Da lassù New York cambia completamente: le strade diventano linee, i palazzi sembrano quasi raccolti uno accanto all’altro e Central Park appare per quello che è, una gigantesca parentesi verde nel mezzo della città.

Resto lì a lungo, cercando di riconoscere le strade percorse poco prima, i quartieri, i ponti e quei luoghi che tante volte avevo visto soltanto nelle fotografie.

E penso a quante persone, dal 1933 a oggi, si siano affacciate nello stesso punto per guardare questa città. La New York che vedo io è certamente diversa da quella di allora, ma il desiderio di salire un po’ più in alto per guardarla, forse, è rimasto lo stesso.

Ho scelto di arrivare a Williamsburg a piedi, attraversando il ponte che, dal 1903, unisce Manhattan a Brooklyn.Mentre c...
08/06/2026

Ho scelto di arrivare a Williamsburg a piedi, attraversando il ponte che, dal 1903, unisce Manhattan a Brooklyn.
Mentre camminavo, il rumore della metropolitana che passava al centro della struttura accompagnava ogni mio passo. Poi, quasi senza accorgermene, il panorama cambiò: i grattacieli lasciarono il posto a vecchi edifici industriali in mattoni, magazzini riconvertiti e a quell’incontro continuo tra passato e presente.

Negli ultimi decenni, infatti, Williamsburg è diventato uno dei quartieri più vivaci di Brooklyn, conosciuto per le gallerie d’arte, i locali indipendenti, i murales e l’atmosfera creativa che si respira passeggiando tra le sue strade. Nonostante le grandi trasformazioni, conserva ancora molte tracce del suo passato manifatturiero, visibili nelle vecchie strutture industriali che convivono con la nuova anima del quartiere.

Il luogo che più aspettavo di vedere era Domino Park. Qui sorgeva la storica Domino Sugar Refinery, per oltre un secolo una delle più grandi raffinerie di zucchero degli Stati Uniti. Quando l’area è stata recuperata, molte tracce della fabbrica sono rimaste al loro posto: le grandi gru, i binari, i macchinari e altri elementi originali accompagnano ancora oggi la passeggiata lungo l’East River.

Davanti allo skyline di Manhattan, ho pensato che Williamsburg è uno dei rari posti dove il passato non è stato nascosto, ma è diventato parte del paesaggio. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, questo quartiere, riesce a lasciare qualcosa a chi lo attraversa.

A New York tutti hanno fretta. Ma questo oggi non vale per me, che qui steso mi godo il relax e il panorama. E, sul Pier...
08/04/2026

A New York tutti hanno fretta. Ma questo oggi non vale per me, che qui steso mi godo il relax e il panorama. E, sul Pier 35 di South Street Seaport, mi torna in mente quella storia che raccontano tutte le canzoni su questa città: che se ce la fai qui, ce la fai ovunque. Che arrivi per perderti, e riparti diverso.

Ed è vero, perché con i grattacieli che si arrampicano attorno a me, mi sento piccolo. Piccolissimo. Ma non mi spaventa, anzi, mi carica. Come se ogni edificio che sfida il cielo mi ricordasse che si può sempre costruire un piano in più.

Ogni volta, torno a casa con questa energia addosso. Con la voglia di insistere sui progetti che porto avanti da anni, e con la sicurezza di non mollare quando le cose sembrano più grandi di me. Perché, se questa città mi ha insegnato qualcosa, è che si può sempre tentare di arrivare più in alto.

Sai, come si dice: un pesce rosso resta piccolo se lo tieni in un acquario, ma diventa enorme se gli dai un lago. Ecco, New York è il mio lago, ogni volta.
E forse, essere un po’ matti e continuare a insistere anche quando sembra che la nave sia già salpata senza di te, è l’unico modo per meritarsela veramente.

Ogni volta che torno a New York cerco di dedicare qualche ora a un museo, e questa volta la scelta è ricaduta sull’Ameri...
08/02/2026

Ogni volta che torno a New York cerco di dedicare qualche ora a un museo, e questa volta la scelta è ricaduta sull’American Museum of Natural History. Fondato nel 1869, è uno dei più importanti musei di storia naturale del mondo e custodisce oltre 34 milioni di reperti: un patrimonio così vasto che una sola giornata basta appena per assaporarlo.

Già l’ingresso lascia il segno. Negli ultimi anni il museo è stato ampliato con il nuovo Richard Gilder Center for Science, Education, and Innovation, inaugurato nel 2023. I suoi spazi luminosi e le forme ispirate alla natura accompagnano i visitatori verso le gallerie storiche, creando un dialogo sorprendente tra architettura contemporanea e collezioni ottocentesche.
Pochi passi e ci si ritrova nella Theodore Roosevelt Rotunda, dove lo scheletro di un Barosauro si erge impennato, quasi a difendere il proprio cucciolo da un Allosauro in agguato ai suoi piedi. È impossibile non fermarsi ad ammirarlo, ma è solo l’inizio.

Le sale dedicate agli animali sono tra le più affascinanti del museo. I celebri diorami ricostruiscono gli habitat con una cura incredibile: elefanti africani, gorilla di montagna, alci, orsi e decine di altre specie sembrano vivere ancora nei loro ambienti naturali. Non sono semplici esposizioni, ma vere e proprie finestre aperte su ecosistemi lontani, realizzate con un livello di dettaglio che ancora oggi lascia senza parole.
Tra gli ambienti che mi hanno colpito di più c’è la Hall of Ocean Life, dominata dall’enorme modello di una balenottera azzurra lunga quasi 29 metri. Sospesa sopra i visitatori, trasmette un senso di meraviglia difficile da raccontare e ricorda quanto gli oceani siano immensi e ancora in parte inesplorati.

Un’altra sala che consiglio di non perdere è quella dedicata ai meteoriti. Qui è custodita una delle collezioni più importanti al mondo, con frammenti provenienti da asteroidi, dalla Luna e persino da Marte. Tra tutti spicca il gigantesco meteorite di Cape York, uno dei più grandi mai ritrovati, capace da solo di riempire la sala con la sua presenza.
E restare lì, con la mano appoggiata su una roccia più vecchia della Terra stessa, è l’ultima cosa che ricordo di quella visita.

Sono le sette e mezza del mattino ma il Court Square Diner è sveglio da sempre, aperto giorno e notte senza soste. Da fu...
07/31/2026

Sono le sette e mezza del mattino ma il Court Square Diner è sveglio da sempre, aperto giorno e notte senza soste. Da fuori si annuncia con quell’insegna azzurra sopra i vetri a specchio, sotto le travi arrugginite della metro sopraelevata che tagliano il cielo di Long Island City. Attraverso sulle strisce, tra un pickup bianco e un Suburban nero fermi al semaforo, e salgo i quattro gradini fino alla porta.

Varco la soglia e trovo quella luce gialla e ferma che ha sempre sopra le vetrine dei dolci, il soffitto verde a righe curvo come il tetto di un vagone, i ventilatori che girano lenti senza smuovere niente. Cammino lungo il corridoio stretto, tra il bancone d’acciaio lucido e la vetrinetta di torte al cioccolato, cornetti impilati, tovaglioli piegati in ceste di vimini. L’aria condizionata si mescola all’odore di caffè americano, quello lungo, leggero, che qui non manca mai in tazza dal primo minuto.

Il pavimento a piastrelle scricchiola appena sotto le scarpe. Dietro, qualcuno impila piatti, una voce chiama un ordine verso la cucina, dalla tv appesa arriva il commento sommesso di una gara di Nascar. Mi siedo in un divanetto di pelle verde e ocra, il tavolo laminato ancora fresco di pulito, la bottiglia di ketchup e i sali vicino al muro.

Arriva lo strawberry french toast. Fette spesse dorate, fragole tagliate fresche che luccicano di sciroppo, zucchero a velo sparso come neve leggera. Il primo morso è caldo, il pane cede sotto la forchetta, il dolce delle fragole si mescola al b***o fuso. Fuori, dietro il vetro, passa un’altra auto, la luce resta la stessa di sempre. Resto lì, in silenzio, con la tazza in mano, e per un momento non voglio essere da nessun’altra parte.

Coney Island ha qualcosa che il tempo non è riuscito a portarsi via. Forse sono le luci delle giostre che si accendono s...
07/29/2026

Coney Island ha qualcosa che il tempo non è riuscito a portarsi via. Forse sono le luci delle giostre che si accendono sulla sera, il rumore delle onde oltre la passeggiata, o il vento dell’oceano che porta con sé storie di generazioni passate.

È difficile da spiegare ma, ogni volta che torno qui, ho la sensazione di ritrovare una parte di me rimasta ad aspettarmi. Una parte legata ai giorni trascorsi a New York, alle strade percorse con curiosità e meraviglia, a quella sensazione di sentirsi esattamente nel posto giusto.

Coney Island non è soltanto un luogo, ma un ricordo che continua a vivere. È il sorriso di un bambino davanti alle giostre, una vecchia fotografia ingiallita, un’estate che sembra non finire mai.
Forse il suo incanto è proprio quello di riuscire, anche solo per un momento, a farci tornare quelli che eravamo.

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