19/09/2026
A FUERTEVENTURA NON ABBIAMO TROVATO IL PARADISO
Da lontano, cambiare vita ha sempre una luce bellissima.
Si vede il mare, non la distanza, si immagina la libertà, non tutto ciò che bisognerà lasciare andare per conquistarla.
Dentro una valigia il coraggio occupa esattamente lo stesso spazio dell’incoscienza: quale dei due ti abbia fatto partire, lo scopri soltanto dopo. Se sei fortunato.
Quando siamo arrivati a Fuerteventura credevamo di aver cambiato luogo, in realtà avevamo spostato noi stessi fuori da tutto ciò che conoscevamo.
Avevamo portato abitudini, certezze e il bisogno di sapere in anticipo dove saremmo finiti, avevamo attraversato l’Oceano senza avere ancora compreso che cosa significasse davvero e pretendevamo che la vita continuasse a parlare la lingua di prima.
Fuerteventura non l’ha fatto.
Non ci ha spiegato come sentirci a casa, non ha accorciato la distanza dagli affetti e non ci ha consegnato una versione più semplice di noi. Il domani era offuscato, perché intorno al nostro “noi” non c’era più nulla di conosciuto.
Si è mostrata nuda: vento, silenzio e chilometri di terra apparentemente vuota nei quali lo sguardo poteva correre lontanissimo, mentre noi non sapevamo ancora dove posare il nostro.
Il mare non aggiusta niente, resta lì mentre tu fai i conti con ciò che hai lasciato e con tutto quello che, nonostante il viaggio, hai continuato a portarti dentro.
Fuerteventura non ci ha accolti con una promessa. Ci ha tolto il rumore.
Quando intorno non c’è più niente a distrarti, le domande che hai rimandato per anni trovano finalmente la strada per raggiungerti.
All’inizio quel nulla sembrava la misura esatta di ciò che ci mancava. Poi abbiamo capito che non era vuoto. Era spazio.
Lo spazio necessario per sbagliare, ricominciare e scoprire che molte delle cose che credevamo indispensabili occupavano soltanto il posto della vita che non avevamo ancora avuto il coraggio di scegliere.
Non è accaduto in un giorno, abbiamo continuato quando l’entusiasmo non bastava più e il sogno aveva perso la luce perfetta con cui si era fatto immaginare.
Siamo rimasti quando restare non aveva nulla di romantico e significava soltanto alzarsi, lavorare e mantenere fede alla scelta fatta.
Poi abbiamo trasformato la cura con la quale avremmo voluto essere accolti nella nostra maniera di accogliere gli altri.
Abbiamo capito che dietro ogni arrivo c’è qualcuno che ci affida un frammento della propria vita. Giorni che non torneranno. Attese, stanchezze e desideri chiusi dentro una valigia molto simile a quella con cui, anni prima, eravamo arrivati noi.
Così siamo entrati in case che non erano nostre e ce ne siamo presi cura fino a quando una luce accesa e una porta pronta ad aprirsi hanno cominciato a significare qualcosa di più di un lavoro.
E mentre preparavamo un posto per gli altri, senza accorgercene, stavamo costruendo il nostro.
Oggi l’Oceano ci accompagna nei tragitti di lavoro. Il mare compare dentro i gesti più normali, persino andando a fare la spesa. Ci capita ancora di guardarlo e ricordare quando tutto questo ci sembrava immenso, sconosciuto, forse persino troppo per noi.
Adesso è la nostra quotidianità, eppure non ha smesso di emozionarci.
Ci chiedono spesso che cosa abbiamo trovato qui.
Non abbiamo trovato una vita perfetta e nemmeno la certezza di aver fatto sempre la scelta giusta, neppure un luogo capace di proteggerci dalle difficoltà.
Fuerteventura non ci ha salvati.
Ha fatto qualcosa di più scomodo: ci ha tolto, una alla volta, tutte le scuse con le quali rimandavamo la vita che desideravamo.
Perciò no, a Fuerteventura non abbiamo trovato il paradiso. Il paradiso non era l’isola.
Era arrivare un giorno a guardare la nostra vita, con tutte le sue crepe, e non desiderarne un’altra.
Testo: Cristina Gangale ©
Foto: semplicemente noi