Entroterra - Langa

Entroterra - Langa ... La casa è composta da una camera matrimoniale, una cucina attrezzata con area pranzo, comunicante con un soggiorno dotato di divano letto e un bagno.

All’interno di un piccolo borgo chiamato “Prelle” nel cuore delle Langhe, lungo la strada del sale, troverete ospitalità in una antica casa in pietra recentemente ristrutturata: la più vecchia struttura della contrada costruita all’inizio dell’800 denominata “La Villa”, un tempo forno per il villaggio (ancora esistente ma attualmente non visitabile). Entrambi i letti sono alla francese. Completa l

a struttura il cortile esterno alla casa, dove è possibile pranzare o rilassarsi all’aperto (con posto auto privato). Connessione Wi-fi in attesa di attivazione. La frazione, immersa nel verde tra i vigneti e i noccioleti dell'Alta Langa, è ideale per trovare relax in mezzo alla natura, passeggiare nei vari sentieri (luoghi raccontati da Beppe Fenoglio e Cesare Pavese) e fare escursioni in bici. La casa è situata in una posizione strategica, a soli 15km da Alba e dalle principali località della zona del Barolo. Farmacia, negozio di alimentari, forneria e bar/ristoranti a 3km di distanza. Numero di licenza
Riferimento banca dati regione Piemonte (codice CIR):00402400006
Riferimento Nazionale (codice CIN): IT004024C2ZUDWOFY3

Aiuola e raccolta differeziata pronte!!!
24/04/2026

Aiuola e raccolta differeziata pronte!!!

Gennaio 2026
28/01/2026

Gennaio 2026

Gemma Boeri: «Impasto 400 uova a settimana e ho lo stesso menù da 40 anni. Mi hanno portato in cucina un bel ragazzone, ...
05/12/2025

Gemma Boeri: «Impasto 400 uova a settimana e ho lo stesso menù da 40 anni. Mi hanno portato in cucina un bel ragazzone, poi mi hanno detto che era Sinner»
- - - - -
La regina delle cuoche di Langa: «Quando sono nata qui nelle Langhe si tirava a campare. Oggi c’è molta arroganza. È sbagliato togliere gli alberi per nuovi filari, poi spariscono i tartufi»
- - - - -
«Mentre ero in cucina a fare i tajarin, mi portano per un saluto questo bel ragazzone. Il signore che l’accompagna mi dice “ha visto che campioncino abbiamo qui?”. Io gli rispondo “guardi, mi spiace tanto, ma non so chi sia...”. Quello mi fa: “Ma come, non riconosce Sinner?”. E io: “Cosa vuole che le dica, abbia pazienza...”». Gemma Boeri è la regina delle cuoche di Langa da quando, nel 1986, rilevò il circolo ricreativo del minuscolo comune di Roddino (Cuneo) e lo trasformò nel tempio dei tajarin, le sottilissime fettuccine all’uovo che sono tra i simboli della cucina piemontese. Nel suo locale è facile incontrare celebrità in cerca di sapori tipici, «ma per me sono clienti come gli altri» (però ora Sinner lo riconoscerebbe). Prima che il figlio varasse un sistema di booking online, per trovare posto la domenica bisognava prenotare due anni in anticipo.

È nata nel 1948, non erano le Langhe del Barolo e del tartufo, ma della Malora raccontata da Fenoglio.
«C’era miseria nera. Si tirava a campare, non c’erano i soldi per niente. Avevamo un pezzetto di campagna, mia madre scambiava una dozzina di uova per un etto di zucchero, mezzo di caffè... A dodici anni ho cominciato a lavorare, nei campi, poi facendo la sarta e la cameriera. Lavoravo notte e giorno, la prima cosa che mi sono comprata è stata una macchina da cucire, il primo “vizio” un giradischi per i miei diciott’anni. Acquistavo i quarantacinque giri dal titolare del ristorante in cui servivo: vendeva a poco quelli rigati del Jukebox».

Ora invece i vignaioli girano in Ferrari.
«C’è molta arroganza. Ed è esagerato togliere gli alberi per piantare tutte queste vigne. Oggi chi ha i soldi paga 15 mila euro a giornata (unità di misura piemontese che equivale a circa a un terzo di ettaro, ndr), leva il bosco, mette i filari. Dico: ma non ne abbiamo abbastanza?».

Di chi parla?
«Io li chiamo i nuovi feudatari. Stanno arrivando anche da fuori: l’americano che ha preso il Parma s’è comprato un bel pezzo di Roddino, ha eliminato una pineta per piantarci la vigna... Poi dicono: qui non nascono più i tartufi... E come fanno, non ci sono più gli alberi. E li prendono dalla Romania».

Lei cercò fortuna a Torino.
«Con mio marito siamo stati in città dal ’68 all’80, ma uno dei nostri figli soffriva d’asma. Ci dissero che era lo smog, così siamo tornati a Roddino, e nell’86 ho avuto l’occasione di rilevare il Circolo del paese. Per 19 anni son stata a cucinare in un garage, tre metri per due, senza finestre, ma quando l’ho preso il Circolo aveva 190 soci, quando l’ho lasciato 1.250. Nel 2005 finalmente abbiamo trovato questa casa con la stalla, l’abbiamo ristrutturata e ci siamo trasferiti».

Chi le ha insegnato a cucinare?
«Mia mamma e mia nonna, e la mia bisnonna andava a fare i pranzi di nozze nelle famiglie».

Fa i tajarin come sua madre?
«La ricetta è quella, tredici uova intere per chilo di farina, ma lei tirava la pasta con l’Imperia. Una sera ci ordinarono una cena speciale, con il cappone ripieno e i tajarin fatti al matterello. Non ho mai più smesso, non c’è paragone».

Da quarant’anni propone lo stesso menu fisso.
«Ho provato a cambiarlo, ma poi la gente si lamenta. Così è sempre uguale: salame cotto e crudo, carne cruda, insalata russa, vitello tonnato, tajarin, ravioli, due secondi che variano, panna cotta, bunet e meringa...».

Quanti tajarin fa?
«Impasto 400 uova alla settimana, con le signore del paese e le mie nuore. Come dice il mio amico Luciano Bertello (autore di Piccola storia dei tajarin per Slow Food, ndr) mettendo in fila tutti i tajarin che ho tirato si potrebbe fare il giro del mondo. Ha contato anche i ravioli: 11 mila la settimana».

A un certo punto hanno cominciare a ve**re le celebrità...
«Il primo fu Gino Paoli, che arrivò con Cesare Giaccone, un grande cuoco di Langa: erano ubriachi persi. Era mattino, non erano andati a dormire, arrivarono per pranzare con un cesto pieno di fieno, ghiaccio e una bottiglia di Champagne».

Venne Depardieu.
«Una persona splendida, io non ci credo mica a tutto quello che adesso dicono di lui. Ci ha trattato come amici di una vita, ha provato a stendere la sfoglia... Faceva ridere quando chiudeva i ravioli, perché ha queste mani così grassocce».

Quest’estate ha pranzato qui la Presidente del Parlamento Ue Roberta Metsola.
«Ha festeggiato il compleanno di suo papà. Gentilissima. Ma io non sapevo che era lei, avevano prenotato con un altro nome. Il giorno prima arriva la Finanza, poi la Digos... e dico “ma che succede?”. “Dobbiamo posizionare la scorta”, fanno, e allora mi spiegano. Io li ho rassicurati: “Ma potevate stare sereni, a Roddino nessuno li avrebbe riconosciuti».

Chi l’ha divertita di più?
«Antonio Albanese. Abbiamo fatto le due con Carlin Petrini e dei musicisti. Indimenticabile. Un tempo era normale far festa, suonare le fisarmoniche. Si facevano certi scherzi che ora ti arresterebbero».

L’ex sindaco di Torino Chiamparino è un suo grande estimatore.
«Qualcuno lo propose per la Presidenza della Repubblica. Lui rispose che non pensava a fare il Presidente, ma a ve**re a mangiare i ravioli da me. E venne».

In puro spirito bipartisan, lei è anche amica del Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio.
«Di più, è mio cugino secondo. Viene spesso con grandi nomi, in questa foto (indica una delle tante appese al muro) è con Cannavacciuolo».

A proposito di cuochi, è affezionata a Enrico Crippa, chef di Piazza Duomo, ad Alba, tre stelle Michelin.
«La prima volta lo portò Bruno Ceretto, il produttore di vino e proprietario del ristorante, quando dovevano ancora aprire. Disse a Crippa: “Voglio che impari a fare l’insalata russa come la fa Gemma”».

Cosa pensa dell’alta cucina?
«È giusto che ci sia scelta: se uno vuole mangiare le cose sofisticate va lì, se uno vuole stare come a casa viene qui, dove ci sono le ricette tradizionali. Ormai chi cucina? Le donne lavorano, chi è che fa i tajarin a mano?».

In questa foto è con Salvatores.
«Con Salvatores e con il mio salvatore: il professor Tarella, l’oncologo che anni fa mi ha guarita da un tumore. Con Salvatores ci siamo conosciuti a un’ecografia».

Lo riconobbe?
«No».

Questo è Peppe Vessicchio.
«Se ci penso mi vien da piangere. Ne ho un ricordo splendido. Persone squisite tanto lui quanto sua moglie. Mi sono innamorata di loro e li pensavo spesso. Bertello l’aveva sentito pochi giorni prima che morisse e Vessicchio gli aveva detto che sperava di guarire per tornare a mangiare qui da noi».

Come fate a lavorare con il menu fisso, in tempi di intolleranze e allergie alimentari? Le tenete in considerazione?
«Sì, le teniamo in considerazione ma certe volte mi vien voglia di picchiarli, che c’è chi te la conta che è vegetariano e poi mi dice “sai Gemma, al tuo coniglio non ho resistito...”».

Qual è il sapore della sua infanzia?
«Un bel piatto di minestrone come lo faceva mia mamma. Sulla stufa, che cuoceva tanto, con quei fagioli di Spagna grossi così, con tutta la verdura del nostro orto...».

Quali sono le sue virtù?
«Mah, io ne ho poche. So fare i tajarin».

https://www.corriere.it/cronache/25_dicembre_05/gemma-boeri-tajarin-intervista-2140af8e-74ec-4b0e-9776-e6c75b600xlk.shtml

03/11/2025
Il Risorgimento oggi non è di moda. Al Sud si dice: «Stavamo meglio prima che arrivassero i piemontesi e Garibaldi.» Al ...
21/07/2025

Il Risorgimento oggi non è di moda. Al Sud si dice: «Stavamo meglio prima che arrivassero i piemontesi e Garibaldi.» Al Nord si dice: «Saremmo felici come gli svizzeri o i bavaresi se non ci fosse il Sud.» Come dire: la colpa dei nostri guai è sempre di altri italiani. Invece il Risorgimento è una pagina nobile della nostra storia. Certo, ha avuto anche dei lati oscuri, però è un movimento politico-culturale che ispira artisti del calibro di Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi, e che fa discutere intellettuali come Maffini, Cavour, Gioberti, Balbo, D’Azeglio, Settembrini.

Anche i Savoia oggi non sono di moda, colpevoli i molti demeriti inanellati nel Novecento. Però Vittorio Emanuele II, il re che ha fatto l’Italia, suscita simpatia. Si racconta che il vero figlio di Carlo Alberto sia morto a Firenze, bruciato, e nottetempo sia stato sostituito con il figlio di un macellaio fiorentino. In un mio libro ho scritto che è solo una leggenda, ma poi ho ricevuto una lettera da una famiglia fiorentina: “Quale leggenda - hanno puntualizzato -, in casa si racconta ancora di quando, di notte, portarono via il prozio.”

Fatto sta che Vittorio Emanuele II non assomigliava affatto a suo padre. Carlo Alberto era alto quasi due metri, magro, tormentato, si flagellava con il cilicio. Vittorio Emanuele II, invece, era basso, tozzo, grassoccio. Preferiva le contadine alle nobildonne, era un gaudente ma anche un soldato coraggioso, che andava in battaglia con il suo esercito. Ma non avrebbe potuto fare nulla senza Cavour.

Camillo Benso, conte di Cavour, era un genio assoluto. Non era un guerriero, era un politico, uno stratega. Fu lui a tessere l’alleanza con la Francia, convincendo Napoleone III a mandare il suo esercito in Italia per combattere accanto ai piemontesi e ai volontari provenienti da tutta la pen*sola contro gli austriaci.

Vincono i piemontesi a San Martino, i francesi a Solferino: ma di fronte alla carneficina, Napoleone III decide di firmare l’armistizio. Cavour invece vorrebbe continuare la guerra, ma il re glielo impedisce. I due litigano in piemontese. Il re esclama: «Mi son ël re!» – «Io sono il re!». E Cavour risponde: «Ël re son mi!» – «Il re sono io!» Vittorio Emanuele, esasperato, lo chiama «Birichin!» – il massimo insulto possibile all’epoca.

Cavour scrive allora una lettera struggente alla sua amante, Bianca Ronzani: «Sento per me iniziata la vecchiaia, causata da dolori morali di impareggiabile amarezza.» Eppure, dopo quell’armistizio, l’Italia nasce lo stesso. Gli emissari di Cavour, a Bologna e a Firenze, impediscono il ritorno delle truppe pontificie e austriache; Garibaldi parte per la Spedizione dei Mille. L’’Italia, miracolosamente, viene unificata.

Giuseppe Garibaldi è il vero eroe del nostro Risorgimento. Lo chiamavano «El Diablo», il Diavolo. I suoi uomini indossavano camicie rosse: si diceva per nascondere il sangue, ma in realtà erano camicie da macellaio intercettate in un carico in Sud America e diventate poi il simbolo dei garibaldini.

Garibaldi combatté in difesa della Repubblica Romana contro i francesi, che volevano riportare il papa sul trono. La Repubblica Romana fu il punto più avanzato del nostro Risorgimento: venne scritta una Costituzione che prevedeva il suffragio universale (anche per le donne) quando ancora non si sapeva neppure cosa volesse dire votare.

Si combatté in modo eroico. Il generale francese Oudinot disse, sprezzante: «Les Italiens ne se battent pas» – «Gli italiani non si battono». Ma il primo giorno, sotto le mura di Roma, i francesi persero mille uomini tra morti e feriti, perché Garibaldi guidava bersaglieri, volontari napoletani, gli eroi delle Cinque Giornate di Milano, patrioti venuti da tutta Italia. Alla fine, però, dovettero cedere: i francesi erano troppo più forti.�Garibaldi disse: «Venite con me, ovunque noi siamo, là è Repubblica». Cerca di raggiungere Venezia, che ancora resiste.

Ma nelle paludi di Ravenna muore Anita Garibaldi, la donna che lui amava. L’aveva inquadrata la prima volta con un cannocchiale, a bordo di una nave nemica, dicendo: «Tu devi essere mia.» (O almeno così si racconta.) Garibaldi piange sconsolato la sua morte, riesce a fuggire agli austriaci e si prende la rivincita con la Spedizione dei Mille: «Qui si fa l’Italia o si muore.» E dal regno che ha liberato e ricongiunto, non porta via l’oro dei Borbone, né i quadri di Caravaggio, né i tesori di Napoli. Porta via uno scatolone di merluzzo secco di cui era ghiotto e un sacco di sementi per il suo podere a Caprera, dove morirà e dove oggi è sepolto.

Come spesso accade tra noi italiani, Cavour e Garibaldi si detestavano. Uno era un politico, l’altro un generale, un eroe. Non solo: per ricompensare i francesi dell’aiuto contro gli austriaci nel 1859, a Solferino e San Martino, Cavour cede alla Francia Savoia (terra d’origine della dinastia) e Nizza, la città natale di Garibaldi. Garibaldi, offeso, rifiuta di stringere la mano a Cavour in Parlamento. Eppure, Cavour disse di Garibaldi una frase bellissima, con cui voglio chiudere questo racconto: «Garibaldi ha reso agli italiani il più grande dei servigi: ha mostrato all’Europa e al mondo che gli italiani sanno battersi e morire per conquistarsi una Patria.»

21/07/2025

Il politico e il soldato, il calcolo e l’istinto: Cavour e Garibaldi, opposti e nemici, ma decisivi nel realizzare l’unità d’Italia. Un duello carico di tensione e visione, tra trattative diplomatiche, battaglie eroiche e sogni di una patria finalmente unita

Indirizzo

Via Alba, 26/28
Borgomale
12050

Telefono

+39349071153

Sito Web

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Entroterra - Langa pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a Entroterra - Langa:

Condividi