Casa Della Nonna

Casa Della Nonna Casa della NONNA è un luogo nato dall'amore per l'accoglienza di qualità! CIR 19082015C215464

Ubicata al centro della cittadina con tutti i servizi a pochi passi, vi offrirà un soggiorno da cittadini del luogo.Silenzio, frescura, ricorda un tempo della Sicilia che fu'.

23/11/2025

Editoriale di Marco Travaglio - 23 Novembre 2025

ORNELLA

“Marcolinooo!”, “Travagliucciooo!”. Chiamava puntualmente nell’ora più impossibile, 19.30 o 20.30, quando le persone normali stanno per cenare o hanno appena cenato, mentre qui al Fatto si titola la prima pagina. Ornella voleva sempre commentare le notizie dei tg e sapere in anteprima cos’avrei scritto il giorno dopo. “Ma hai visto Trump?”, “E Putin?”, “Ma l’hai sentita la Meloni?”, “Mi spieghi questa cosa?”, “Che possiamo fare?”, “E ora che succederà?”, “Mi annoiavo e ti ho chiamato: dài, fammi ridere”, “Hai notizie di Renatino (Zero, ndr)? Sta bene? Sono due giorni che non riesco a parlargli”, “Ma quegli obbrobri dei grattacieli di Sala li scoprono oggi?”, “Questi davvero ci portano in guerra? Bisognerà proprio che io muoia prima”. Ogni tanto lanciava insulti terribili in falsetto. “Ornella, dici a me?”. “Ma va, a Ondina, la mia barboncina”. Che poi tanta confidenza non me la meritavo. Ci conoscevamo da cinque anni, non di più, da quando Renato le rispose al telefono, le disse di essere con me a pranzo e lei mi si fece passare: “Sei troppo pestifero perché io non ti conosca. Ma come fai a restare calmo in tv davanti a quel Bo****no? A noi ci salva l’ironia, che è la parente nobile del sarcasmo”. Voleva sempre sapere tutto, del presente e del futuro, della vita. Progettava nuovi dischi, concerti, canzoni. Del passato parlava controvoglia: “Mamma che annoia”.

Di solito, quando diventi intimo di un coetaneo dei tuoi genitori che rimpiange i bei tempi andati e dell’oggi e del domani vede solo il buio, lo senti come un altro papà o un’altra mamma. Ornella no, si imponeva come una sorella, addirittura una figlia: una ragazzina curiosa, capricciosa e impertinente che chiede sempre perché-perché-perché. Una monella dispettosa e leggera che fa le marachelle e poi se ne vanta. “Questa si potrà dire? Magari la dico da Fazio, così poi non mi invitano più”. Femmina fin sulla punta dei riccioli, ma femminista sui generis, anticonformista e indipendente: “Nella mia vita mi hanno punita più le donne che gli uomini, ma le ho perdonate tutte: io sono sempre qui, loro invece dove sono?”. Della ragazzina aveva anche la voce, a 90 anni suonati: cantava anche quando parlava.

L’ultimo tour Le donne e la musica, nel 2022, con una band tutta al femminile, fu una delizia: alla Conciliazione di Roma, siccome due mesi prima si era rotta il femore, il sipario si aprì su di lei in abito bianco seduta su una poltroncina di design, dorata come i riccioli. Ma, dopo il brano d’esordio Ornella si nasce (un autoritratto firmato Renato Zero), si arrampicò sul cavalletto porta-microfono e restò quasi sempre in piedi, accennando ogni tanto addirittura qualche passo di danza.

L’ultimo concerto, a Caracalla, fu un incanto: lei a piedi nudi sul palco che volava come una libellula senza più un’età, capace di fermare anche il tempo.
“Lo sai che a giugno mi danno la laurea alla Statale di Milano? Pensa: a 90 anni, a una somara come me! Vieni? Qualche amico lo vorrei, se puoi. Laurea Magistrale Honoris Causa in Musica, Culture, Media, Performance”. Ornella entrò nell’aula magna fra la rettrice Marina Brambilla e il trombettista Paolo Fresu: l’eleganza, la leggerezza, la libertà, la curiosità, l’ironia, l’anticonformismo, la spudoratezza, insomma la vita, tutto concentrato nella stessa persona sotto i riccioli biondi, meno rosseggianti del solito, che spuntavano dal tocco nero portato con fierezza lieve. Nella chiacchierata tra amici, detta pomposamente “lectio magistralis”, si dipinse “cialtrona che non ha mai studiato”, disse che i suoi genitori “sarebbero impazziti” a vederla lì, poi sintetizzò in un breve racconto antiretorico la sua divina carriera come una passeggiatina di casualità (“io non ho mai avuto l’ego degli artisti, e ormai, a furia di aspettarlo, credo che non mi arriverà più”). Gino Paoli “ragazzo bruttino che suonava malino”. Strehler: “Ero la sua compagna – scandalo! – e mica poteva farmi recitare, solo cantare”. Poi Albertazzi, Gaber, Fo, Jannacci, Toquinho, De Moraes, Benson, Lavezzi, Bardotti, Conte e tutti gli altri grandi, fino a Mahmood e Gabbani. La samba danzata con Ungaretti, la musica alta e quella pop, i brani immortali “da cantare a piedi nudi per sentirne le vibrazioni”.

Il suo cruccio era di finire come la zia, vissuta fino a 107 anni, lucidissima ma prigioniera di un corpo inerte. Però, sulla morte, ci rideva sopra: “Spero che non mi facciano monumenti o roba del genere. Potrebbero dedicarmi qualcosa al Piccolo Teatro, ma mi sa che lì è tutto già preso. Tranne forse qualche aiuola: ecco, potrebbero intestarmi un’aiuola…”. Pur essendone un simbolo, non amava più Milano: “È diventata così br**ta. Se avessi qualche anno di meno, scapperei”. E tornava subito alla vita: “Dove vai in vacanza? Avevo prenotato in Sardegna, ma ho letto che da quelle parti sta bruciando tutto. Magari ti raggiungo. Se no ci vediamo in Versilia, io vado lì con Renatino a rilassarmi”.

Leggeva il Fatto. Un giorno mi mandò la foto dell’abbonamento digitale appena pagato: “Adesso che sono socia, ho diritto a chiamarti tutti i giorni”. Alle sue spalle, l’adorata assistente Veronica ridacchiava. Nel 2022 doveva essere alla nostra festa alla Casa del Jazz, poi fu trattenuta a Milano da un acciacchino, ma si collegò col nostro palco. Da allora provammo sempre ad averla con noi in carne e ossa. E quest’anno sembrava fatta per il Circo Massimo: “Voi mi fate le domande, io faccio la pagliaccia, come sempre, ma canto anche un po’. Due o tre brani, però, non di più se no ti schiatto sul palco”. Le chiesi Un sorriso dentro al pianto e le dissi che poi saremmo andati a mangiare insieme. “Meglio se mi fai trovare un whiskino e una cannetta”. Due settimane prima della festa chiamò con un fil di voce: “Ho preso un batterio polmonare, sono in ospedale, devo fare riabilitazione per la voce. Sai, sono una cantante”. Infatti tornò presto quella di prima.

Se n’è andata senz’accorgersene, in poltrona, dopo aver chiesto un gelato e una cannetta. Che bella fine, far sorridere anche la morte.
“Se il Cielo concedesse un po’ di grazia a ogni anima quaggiù, io sarei una santa, anima che canta, che canta in equilibrio sopra un’emozione, che capovolge l’esistenza alle persone, che non si può spiegare fino in fondo, ma che resta in fondo al cuore”.

Il Fatto Quotidiano
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11/11/2025

«Nessuno può schiacciarci per suonare la musica che piace a loro.» Fin da ragazzo aveva capito che vivere e sopravvivere non sono la stessa cosa. Quando aveva vent’anni, venne condannato a morte per essersi ribellato allo zar.«E se potessi non morire?» aveva pensato nei suoi ultimi cinque minuti. «E se mi restituissero la vita? Sarebbe infinita! Allora trasformerei ogni minuto in un secolo intero, non getterei più nulla invano!».

In quei cinque minuti c’era stato tutto: speranza, coraggio, bellezza. Perché alle volte un istante vale quanto un’intera vita. Poi però ci fu la grazia e la deportazione in Siberia. Un altro si sarebbe arreso, ma non lui. Sopravvisse alla prigionia, ai lavori forzati, alla morte della prima moglie e dell’adorata figlioletta. Sopravvisse all’epilessia, alla fame, alla povertà. Ma non smise mai di amare la vita. «AMA la vita più della sua logica, solo allora ne capirai il senso».

Perché capire non basta. Sentire non basta. È per amare che siamo nati. E lui voleva amare e SENTIRE ogni cosa: l’amore e l’odio, la gioia, il dolore, l’estasi. Perché vivere significa sentire. Significa fare esperienza. Ogni urto però gli ha lasciato addosso una cicatrice. Fummo quello che non «si racconta né si ammette, ma che mai si dimentica». E allora prese in mano la penna. E non sono semplici parole quelle che mette su carta. Perché scrivere per Dostoevskij era far parlare il cuore e metterlo a n**o. Prende l’oscurità e la trasforma in bellezza.

E se ne esce con questi romanzi dai nomi stranissimi come L’Idiota e Memorie dal sottosuolo, libri che ti parlano di uomini e di donne che sentono «fortissimamente», che vogliono «fortissimamente», che amano «fortissimamente». Che sanno che per vivere fortissimamente, bisogna rischiare. Che non sono le emozioni a renderti vulnerabili ma la loro assenza. E l'importante non è essere, ma trovare. Il proprio cuore.

Guendalina Middei, (➡️Tratto da «Innamorarsi di Anna Karenina il sabato sera» che ho scritto per farvi innamorare della letteratura come me ne sono innamorata io. Potete leggerne un estratto qui: https://www.amazon.it/innamorarsi-Karenina-leggere-classici-lezioni/dp/8807174359

26/10/2025

Quando avevo circa 12 anni, portavo dentro di me una vergogna segreta. Eravamo così poveri che spesso andavo a scuola senza cibo. Durante la ricreazione, mentre i miei compagni aprivano i loro pranzi, mele, biscotti, panini.
Io mi sedevo fingendo di non avere fame. Affondavo il viso in un libro, nascondendo il suono del mio stomaco vuoto. Dentro di me, faceva male più di quanto riesca a spiegare.

Poi, un giorno, una ragazza se ne accorse. Silenziosamente, senza fare scena, mi offrì metà del suo pranzo. Ero imbarazzato, ma accettai. Il giorno dopo, lo fece di nuovo. E ancora. A volte era un panino, a volte una mela, a volte un pezzo di torta fatto da sua madre. Per me, era un miracolo. Per la prima volta dopo tanto, mi sentii visto.

Poi, un giorno, lei non c’era più. La sua famiglia si era trasferita, e non tornò mai più. Ogni giorno alla ricreazione, guardavo la porta, sperando che entrasse e si sedesse accanto a me con il suo sorriso e il suo panino. Ma non successe mai.

Eppure, portai con me la sua gentilezza. Divenne parte di ciò che ero.

Gli anni passarono. Sono cresciuto. Ho pensato spesso a lei, ma la vita è andata avanti.

Poi, proprio ieri, è successa una cosa che mi ha bloccato sul posto. Mia figlia è tornata da scuola e ha detto:
«Papà, puoi prepararmi due merende per domani?»
«Due?» ho chiesto. «Non ne finisci mai una.»
Lei mi ha guardato con quella serietà che solo un bambino può avere:
«È per un bambino della mia classe. Oggi non ha mangiato. Gli ho dato metà della mia.»

Sono rimasto lì, con la pelle d’oca, il tempo fermo. Nel suo piccolo gesto, ho visto quella ragazza della mia infanzia. Quella che mi nutrì quando nessun altro se ne accorgeva. La sua gentilezza non era scomparsa, aveva viaggiato attraverso di me e ora, attraverso mia figlia.

Sono uscito sul balcone e ho guardato il cielo, con gli occhi pieni di lacrime. Tutto insieme ho sentito la mia fame, la mia vergogna, la mia gratitudine e la mia gioia.

Quella ragazza forse non si ricorderà mai di me. Forse nemmeno sa la differenza che ha fatto. Ma io non la dimenticherò mai. Perché mi ha insegnato che anche il gesto più piccolo di gentilezza può cambiare una vita.

E ora lo so: finché mia figlia condividerà il suo pane con un altro bambino, la gentilezza continuerà a vivere.

26/10/2025
15/10/2025
15/10/2025

“QUI ERAVAMO GLI STESSI”: LA STORIA DI SAMIR E MUHAMMAD, L’AMICIZIA CHE VINSE SULLA DIFFERENZA.

Damasco, 1899.
Una città che profuma di spezie e sabbia, di voci intrecciate nei mercati e di storie che si raccontano al tramonto. In una fotografia ingiallita dal tempo, si vedono due figure: un uomo cieco e un nano sulla sua schiena.
Sembrano fragili, ma insieme formano un solo corpo, un solo destino.

Lui si chiamava **Samir**, cristiano, non poteva camminare.
L’altro era **Muhammad**, musulmano, cieco dalla nascita.
Si erano trovati nella povertà e nell’abbandono: due orfani, due uomini a cui la vita aveva tolto tanto, ma non la capacità di amarsi come fratelli. Vivevano nella stessa stanza, si sostenevano a vicenda — letteralmente.
Muhammad portava Samir sulle spalle per le strade di Damasco, e Samir gli faceva da guida, descrivendogli il mondo che lui non poteva vedere.
Erano, insieme, la somma perfetta di due mancanze: **le gambe dell’uno erano gli occhi dell’altro**.

Samir era un *hakawati*, un narratore popolare.
Nel caffè di Damasco, incantava i clienti con le storie delle *Mille e una notte*, la voce che si alzava come un canto antico tra i rumori delle tazze e del narghilè.
Fuori, poco distante, Muhammad vendeva ceci bolliti ai passanti. Ma quando Samir iniziava a raccontare, si fermava ad ascoltare, sorridendo. La sua cecità non lo privava delle immagini: le parole dell’amico gliene regalavano di più vivide, più vere.

Un giorno, tornando nella loro piccola stanza, Muhammad trovò Samir senza vita.
Restò accanto al corpo per sette giorni, piangendo, parlando con lui come se potesse ancora sentirlo. Quando qualcuno gli chiese come potesse amare tanto un uomo di un’altra fede, rispose solo:
**“Qui eravamo gli stessi”**, e si toccò il cuore.

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Quella di **Samir e Muhammad** è una storia che ha attraversato il tempo come una parabola universale, un piccolo miracolo umano nato tra la polvere di Damasco e arrivato fino a noi come monito e speranza.
In un Medio Oriente lacerato dai conflitti, loro rappresentano l’altra faccia della storia: quella della **convivenza possibile**, dell’amicizia che non chiede passaporti né religioni, che si costruisce sull’essenziale — la fragilità, la solidarietà, l’amore.

La loro immagine, custodita in una foto del 1899, non è solo documento storico, ma **simbolo vivente dell’interdipendenza umana**. Due uomini imperfetti che, uniti, diventano completi: uno senza vista ma con le gambe forti, l’altro senza gambe ma con occhi pieni di luce. Insieme, creano equilibrio.
Insieme, camminano nella vita come metafora di ciò che l’umanità potrebbe essere se solo imparasse ad accogliere, invece di dividere.

La frase di Muhammad — *“Qui eravamo gli stessi”* — è una lezione che dovrebbe essere scolpita nei libri di scuola.
Perché in quelle quattro parole c’è tutto: la compassione, l’uguaglianza, la fede autentica, quella che non separa ma unisce.

E così, più di un secolo dopo, Samir e Muhammad ci ricordano che la vera civiltà non nasce dal potere o dalla conquista, ma dalla **capacità di riconoscere nell’altro la parte di noi che manca**.
E che, forse, la salvezza dell’uomo non sta nel correre da solo, ma nel camminare insieme — anche quando uno dei due non può vedere, e l’altro non può camminare.

25/07/2025
04/04/2025

L'Italia nel Pliocene

Il Pliocene è compreso tra il Miocene e il Pleistocene, cominciò circa 5,3 milioni di anni fa e terminò circa 2,6 milioni di anni fa.

Le linee costiere erano nettamente differenti e al nord non c'era la Pianura Padana. Questa deve la sua formazione principalmente a due fattori:

1. la deposizione dei detriti portati a valle dal fiume Po e dai suoi affluenti nel corso dei milioni di anni successivi fino ad oggi, anche se questo fattore da solo, nonostante il lasso di tempo trascorso e la quantità di detriti depositati, non sarebbe stato sufficiente.

2. la spinta tettonica che la placca africana esercita contro la placca europea. Questa spinta nel corso delle centinaia di migliaia di anni ha fatto sollevare la crosta terrestre dell'Europa e in particolar modo dell'Italia, di alcune decine di metri.

Questi due fattori combinati insieme hanno fatto sì che al posto del caldo mare tropicale che occupava il Golfo Pliocenico Padano, abbiamo oggi una verdeggiante pianura.

Anche il centro Italia, il sud e le isole si presentavano diversamente da come le conosciamo oggi. In Toscana, ad esempio, la linea di costa era spostata nell'entroterra di parecchi chilometri rispetto ad oggi, e l'arcipelago toscano era costituito da un maggior numero di isolotti e atolli.

La temperatura dell'acqua marina era più elevata di quella attuale, e questo è in parte dimostrato anche dal fatto che la fauna che popolava quell'antico mare, è oggi presente con le stesse specie o specie strettamente affini, che vivono nelle calde acque dell'Oceano Indiano e dei mari tropicali.

Squali, cetacei e una miriade di conchiglie dalle svariate forme e colori popolavano quelle acque, caratterizzandole con una biodiversità che oggi possiamo ritrovare allo stato fossile, custodito sotto le caratteristiche colline italiane.

Indirizzo

Via Stesicoro 13
Caltavuturo
90022

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