23/08/2026
Accanto al dolore per la terra ferita, la storia recente del Morrone ci impone una riflessione profonda sulla responsabilità individuale e collettiva. Il fuoco non è quasi mai un evento puramente accidentale: che si tratti della mano dolosa di chi agisce per criminale stoltezza o della negligenza di un gesto sconsiderato, ogni rogo porta con sé un’inconfutabile matrice umana.
Ci troviamo così a vivere un’evidente contraddizione. Da un lato celebriamo la montagna come patrimonio ideale, simbolo di bellezza, turismo e identità territoriale; dall’altro, la lasciamo spesso esposta alla vulnerabilità della scarsa prevenzione, della cura occasionale e della fragilità climatica che rende i nostri boschi sempre più simili a polveriere. Non possiamo più permetterci di considerare la tutela dell’ambiente come un’emergenza da gestire soltanto quando il fumo invade le valli.
La vera sfida che il Morrone ci consegna dopo gli eventi del 2017 e del 2026 non riguarda solo la ricostruzione del bosco, ma il nostro modo di stare sul territorio. Amare la montagna significa passare dalla commozione alla custodia attiva: fare prevenzione costante durante l’inverno, educare le nuove generazioni al rispetto del bene comune e pretendere una vigilanza rigorosa. La cenere prima o poi vola via e la vegetazione tornerà a spuntare, ma la lezione del fuoco resta immutata: la natura sa rinascere da sola, sta a noi dimostrare di essere all’altezza di abitarla senza distruggerla.