L'Umbria che non ti aspetti

L'Umbria che non ti aspetti Un viaggio alla scoperta dei bellissimi luoghi dell'Umbria al confine tra Toscana e Lazio. Un viaggio tra le bellezze dell'Umbria al confine tra Toscana e Lazio

🟧 "A metà strada fra Firenze e Roma, fra la rigogliosa Val di Chiana romana, la Valle del Nestore, i colli del Trasimeno...
16/12/2022

🟧 "A metà strada fra Firenze e Roma, fra la rigogliosa Val di Chiana romana, la Valle del Nestore, i colli del Trasimeno e le foreste del Monte Peglia e del Montarale, uno scrigno di bellezza è pronto ad aprirsi lasciando affascinato il visitatore.
Un crogiuolo di borghi, tesori d’arte, tradizioni, meraviglie naturali ed eccellenze enogastronomiche che la rendono un meta irrinunciabile per chi intende immergersi in uno dei più genuini angoli d’Italia.
Questa è L'Umbria che non ti aspetti."

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22/08/2022

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25/05/2021

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«In realtà, una volta strappata la maschera orientalizzante che li travestiva, gli Etruschi sono gli Italici di ieri e di oggi che ci appaiono in una impressione di allucinante consanguineità».
(Jacques Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi, 1967)

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🟧 Quella che oggi si chiama Umbria, un tempo, era un'area divisa per metà tra due popoli dell'Italia antica: gli Umbri, ...
15/04/2021

🟧 Quella che oggi si chiama Umbria, un tempo, era un'area divisa per metà tra due popoli dell'Italia antica: gli Umbri, da cui poi la regione prenderà il nome, e gli Etruschi.

Questi ultimi occupavano tutto il territorio a destra del Tevere che, in direzione sud est, taglia in due la regione e numerose sono le tracce da essi lasciate che, attraverso i secoli, scoperte fortunate e scavi organizzati hanno riportato alla luce.

Proprio nella parte etrusca d'Umbria, peraltro, si trovavano due tra le più importanti città d'Etruria: Perugia ed Orvieto.

Perugia, i cui primi insediamenti risalgono al IX secolo a.C., fondata su due colli, il colle Landone ed il Colle del Sole, ebbe un rapido sviluppo favorito dalla posizione dominante sul fiume Tevere, e visse un periodo di massimo splendore attorno al III secolo a.C., di cui rimane a testimonianza la grande cinta muraria realizzata in blocchi di travertino.

Orvieto, l'antica Volsinii, distrutta dai Romani perchè troppo potente e troppo vicina a Roma, vide la sua popolazione deportata presso il lago di Bolsena. Nei pressi della città si trovava il "fanum voltumnae", ovvero il santuario più importante della dodecapoli etrusca, presso il quale i lucumoni delle diverse città si riunivano per le celebrazioni religiose e decidere di comune accordo le strategie politiche e militari da adottare.

Sono numerose le evidenze etrusche in Umbria, oltre quelle di Perugia ed Orvieto, a Bettona, Todi e Città della Pieve, tutte tracce indelebili del loro passaggio nonostante i secoli trascorsi.

Di questo antico popolo manteniamo ancora oggi l'aspetto urbano delle antiche città, con il sistema di rifornimento idrico, gli assi viari, le mura difensive, persino i prodotti coltivati e gran parte delle tradizioni di cucina.

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🟧 Pietro Vannucci, conosciuto anche come il Perugino, nacque a Castel della Pieve, allora ricadente nei domini del comun...
06/12/2018

🟧 Pietro Vannucci, conosciuto anche come il Perugino, nacque a Castel della Pieve, allora ricadente nei domini del comune di Perugia, tra il 1448 ed il 1450 ed è proprio la sua città natale a conservare alcune delle sue più belle opere pittoriche.

Nella zona compresa tra il Duomo e l'attuale via Vittorio Veneto sorgeva la casa di famiglia di Pietro Vannucci, ricordata con una lapide.
L'abitazione originaria oggi non esiste più ma è giusto iniziare il percorso alla scoperta della vita e delle opere del grande maestro proprio dal luogo in cui essa anticamente sorgeva .
Dopo un primo contatto con la realtà artistica perugina dovette avvicinarsi, secondo quando scrive Giorgio Vasari nel 1550, a Piero della Francesca.

Fu a Firenze, dove forse si recò fin dagli anni 1467-1468, che l'artista ebbe gli insegnamenti decisivi che condizionarono le sue prime prove artistiche prendendo insegnamenti nella più importante fucina di giovani talenti allora esistenti, la bottega di Andrea Verrocchio, dove si praticava la pittura, la scultura e l'oreficeria.
Qui ebbe modo di lavorare fianco a fianco con giovani talenti quali Leonardo da Vinci, Domenico Ghirlandaio, Lorenzo di Credi, Filippino Lippi e, soprattutto il poco più che coetaneo Botticelli.
Nel 1472 l'apprendistato, che negli statuti delle arti dell'epoca veniva indicato come non inferiore ai nove anni, era concluso, poiché il Perugino si iscrisse alla Compagnia di San Luca a Firenze col titolo di "dipintore", quindi in grado di esercitare in maniera autonoma.
Raggiunta presto una notevole fama, venne chiamato a Roma dal 1479, dove dipinse l'abside della ca****la della Concezione, nel coro della Basilica vaticana per papa Sisto IV, opera distrutta nel 1609 quando fu dato avvio a ricostruzione della basilica. Da documenti d'archivio si sa che il ciclo rappresentava la Madonna col Bambino in una mandorla, affiancata dai santi Pietro, Paolo (nell'atto di presentarle papa Sisto), Francesco e Antonio da Padova.
Il lavoro dovette riscuotere un notevole successo, tanto che il papa incaricò poco dopo Perugino di decorare la parete di fondo della Ca****la Sistina, venendogli presto affiancati per interessamento di Lorenzo de' Medici, a partire dall'estate del 1481, un gruppo dei migliori pittori fiorentini tra cui Botticelli, Ghirlandaio e Cosimo Rosselli, coi rispettivi collaboratori.

Perugino, che si avvaleva come collaboratore di Pinturicchio, era uno dei più giovani ma ottenne subito una posizione preminente nel gruppo di lavoro.
Egli fu l'iniziatore di un nuovo modo di dipingere che confluì poi nella "maniera moderna", segnando il gusto di un'intera epoca. Caratteristiche principali del rinnovato stile sono la purezza formale, la serena misura delle ampie composizioni, il disegno ben definito ed elegante, il colore chiaro, ricco di luce e steso con raffinate modulazioni del chiaroscuro, i personaggi liberati dalle caratteristiche terrene ed investiti di un'aria "angelica e molto dolce.
La sua arte è fatta di armonie e silenzi, di colori dolcemente sfumati, di prospettive attentamente studiate, di figure cariche di grazia delicata e dolce melanconia, di equilibrio ideale.

Nell'arco della sua vita Perugino fu un instancabile lavoratore e un ottimo organizzatore di bottega, lasciando numerosissime opere. Alcuni si spingono ad affermare come egli fu il primo artista-imprenditore, capace di gestire contemporaneamente due attivissime botteghe: una a Firenze, aperta fin dai primi anni settanta del Quattrocento, dove si formarono Raffaello, Rocco Zoppo e il Bachiacca, e una a Perugia, aperta nel 1501, da cui uscì un'intera generazione di pittori di scuola umbra che diffusero ampiamente il suo linguaggio artistico.
Per garantirsi un continuo lavoro Perugino aveva organizzato capillarmente le fasi della produzione artistica e il ricorso agli assistenti.

Le opere venivano di solito trascinate per le lunghe, sospese e poi riprese più volte, in modo da portare avanti più incarichi e non restare mai senza lavoro.
Il maestro riservava per sé le parti di maggior complessità a prestigio del dipinto, mentre alcune parti accessorie, come sfondi e predelle venivano affidate agli assistenti, in modo da accelerare i tempi di esecuzione. Il disegno della composizione spettava invece sempre al maestro, che creava schemi grafici e cartoni preparatori.
La compresenza di più mani in un'opera era organizzata in modo da non far scadere la qualità e l'unitarietà dell'opera, seguendo un unico stile.
La replica frequente di soggetti e composizioni non veniva considerata all'epoca come una mancanza di inventiva, anzi era spesso richiesta esplicitamente dalla committenza.

I contemporanei di Pietro Vannucci lo considerarono come il più grande tra i protagonisti di quel rinnovamento dell'arte italiana nel culmine del Rinascimento, tra gli ultimi decenni del XV e i primi del XVI secolo. La portata delle sue innovazioni e lo straordinario livello qualitativo della sua arte vennero ben compresi, tanto che alla fine del Quattrocento veniva considerato all'unanimità il più grande pittore d'Italia.
Dopo un periodo d'oro, la sua arte subì una crisi, venendo misconosciuta e criticata, accusata di formalismo, ripetitività e ipocrisia.
Solo con gli studi otto e novecenteschi la sua figura riebbe il posto che le spetta nell'arte italiana, ritornando a comprenderne la portata innovativa.
Città della Pieve conserva alcune tra le sue opere più importanti come L’Adorazione dei Magi dell’Oratorio di Santa Maria dei Bianchi, Il Battesimo di Cristo della Cattedrale, La Deposizione dalla Croce del Museo civico diocesano di Santa Maria dei Servi.

L'opera più suggestiva del Perugino che si trova a Città della Pieve è certamente l'Adorazione dei Magi, visibile su una delle pareti dell'Oratorio dei Bianchi, in via Pietro Vannucci.

Si tratta di un grandioso affresco largo sette metri e alto sei metri mezzo che, come riferiscono le due lettere del Perugino ritrovate nel 1835 durante i lavori di drenaggio della parete dell'affresco e riprodotte su targhe in marmo lungo le pareti dell'oratorio, fu commissionato e realizzato nel 1504.

Il Vannucci, in modo telegrafico, richiese duecento fiorini ma si dichiarò disposto"chome paesano" ad accontentarsi di cento da pagarsi a rate.
Dopo le insistenze del Sindaco della Compagnia dei Disciplinati il Perugino ridusse l'importo a settantacinque fiorini ma chiese, per rispetto della sua grande dignità di Maestro, che fosse mandata a Perugia "la mula col pedone che verronne a penctorà".
Entrando nell’oratorio è impossibile non restare meravigliati dalla sua grandezza, dai suoi colori così reali, dai giochi prospettici perfetti e soprattutto dalla dolcezza che accomuna i volti ritratti.
L'affresco è, infatti, uno dei dipinti più ricchi ed affollati del Maestro Pievese e la storia è rappresentata come un grande corteo cavalleresco in cui i personaggi si inseriscono in maniera elegante, richiamando le posture statuarie classiche e che si perde in lontananza tra uno dei più vasti paesaggi ideati dal Vannucci ossia la rappresentazione ideale di una veduta che va da Città della Pieve verso il Trasimeno e la Val di Chiana.
Ed esattamente in questa visuale che richiama, secondo una rappresentazione ideale la vista che da Città della Pieve va verso il Trasimeno e la Val di Chiana, Il Vannucci inserisce personaggi dalle posture e dai costumi di grande eleganza che riecheggiano, nel loro rifarsi alla statuaria antica, un mondo neoellenistico e virgiliano.
L'affresco dell'Oratorio di Santa Maria dei Bianchi può quindi considerarsi un testo figurativo di fondamentale importanza non solo per la vicenda artistica del Perugino, ma anche uno degli episodi nodali della civiltà artistica tra Firenze e Roma all'alba del cinquecento.

Nella piazza centrale di Città della Pieve è ubicato il duomo della città, la bellissima Cattedrale dei Santi Gervasio e Protasio.
La chiesa ha origini preromaniche ed offre la vista di numerose opere d'arte tra le quali particolare menzione meritano quelle di Domenico Alfani, di Giannicola di Paolo, del Pomarancio e del Savini.
Tra tutte spiccano, però, quelle del Perugino.
Nel primo altare a sinistra si trova il bellissimo Battesimo di Cristo, del 1510, nel quale la prospettiva utilizzata dal Divin Pittore è perfetta e le due figure, quella di San Giovanni e di Gesù Cristo, si trovano in una posa che richiama le statue dell'antica grecia.
Sull'abside è collocato un altro magnifico quadro di Pietro Vannucci: una tavola che rappresenta la Madonna In Gloria tra i Santi protettori Gervasio e Protasio, firmata e datata nel 1514, composizione, tutta in primo piano, che si caratterizza per i particolari valori cromatici impostati sul rosso e sull’azzurro.

Nella Chiesa di Santa Maria dei Servi, appena fuori le mura, oggi sede del Museo Civico Diocesano, è visibile un altro importante affresco del Perugino.

Si tratta della Deposizione dalla Croce del 1517, l'opera più importante della vecchiaia del maestro, rimasto nascosto a lungo dietro una intercapedine e riscoperto solo nel 1834.

A causa di infausti lavori di rimaneggiamento della chiesa è stato lesionato ma la mano del Perugino è perfettamente leggibile in tutta la sua grandezza.

Nei dintorni di Città della Pieve, a Panicale, nella chiesa dedicata al santo, è visibile l’affresco che rappresenta il Martirio di San Sebastiano, realizzato dal Perugino nel 1505.

A Perugia, oltre alle opere conservate presso la Galleria Nazionale dell’Umbria, la mano del Perugino ha lasciato la sua preziosa traccia presso il Nobile Collegio del Cambio e presso il Collegio della Mercanzia in Palazzo dei Priori.

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🟧 Monteleone d'Orvieto si trova sulle colline all'estremo nord della provincia di Terni, in Umbria, nella parte sud orie...
04/12/2018

🟧 Monteleone d'Orvieto si trova sulle colline all'estremo nord della provincia di Terni, in Umbria, nella parte sud orientale della Val di Chiana.

Dal paese la vista si estende sulla lunga e stretta Val di Chiana - quella che fu la Val di Chiana Romana - e sui monti toscani e laziali.

Diverse sono le ipotesi che si fanno sulle origini del nome "Monteleone": il Pieri ipotizza una derivazione dal nome proprio latino Leo, altri da papa Leone IX.

Tale pontefice, dopo essere stato eletto nella città tedesca di Worms, si recò a Roma per ricevere l'elezione canonica; nel viaggio, durante il febbraio del 1049, passò anche nel luogo dove sorgerà di lì a poco Monteleone.

Leone IX è un grande capo della cristianità di quegli anni, amico e protettore di Orvieto.
È anche probabile che gli orvietani, con questo nome, abbiano voluto sottolineare la forte funzione difensiva del castello.

La prima testimonianza storica del territorio comunale di Monteleone d'Orvieto risale al 1878, quando viene scoperta, nelle vicinanze del capoluogo, una tomba etrusca contenente alcune urne.

La circostanza fa presupporre una comunità etrusca nel territorio, risalente al II-III secolo a.C., soggetta a Chiusi.
Lo storico cinquecentesco Cipriano Manente afferma che il castello di Monteleone viene fondato da Orvieto nel 1052 a guardia dei suoi confini settentrionali.
Lo studioso monteleonese Pietro Momaroni, sposta la data di fondazione del castrum alla fine del 1100.

Nel 1278 il Comune di Orvieto determina i confini dei propri castelli e nel relativo documento Monteleone viene indicato come Piviere; nel catasto del contado orvietano del 1292 è descritto, con le relative stime anche il “Plebarium Montis Leonis”.

Dal punto di vista ecclesiastico è assoggettato all'antichissima Diocesi di Chiusi, città all'epoca controllata da Orvieto; nel Seicento entra a far parte della Diocesi di Città della Pieve.

Durante la costruzione del Duomo di Orvieto, nella prima metà del XIV secolo, sorgono a Monteleone alcune fornaci per la costruzione di laterizi e la fabbricazione di materiale musivo e vetri; alcuni artigiani locali, primo fra tutti Consiglio Dardalini, ma non solo, sono impegnati nell'opera di doratura delle tessere dei mosaici.

Al XIV secolo risale pure la prima stesura di un antico statuto di cui si dota la Comunità per regolare la vita interna del Castello.

Sempre in quel periodo già esistono od hanno origine alcune Confraternite religiose: la Confraternita del SS.mo Sacramento sorge sulla scia del miracolo eucaristico di Bolsena (1263), dell'istituzione, ad Orvieto, della festività del Corpus Domini, e alla traslazione del Sacro Corporale; tale culto viene alimentato dalla predicazione di Bernardino da Siena e successivamente il Concilio di Trento (1545-1563) stimola una capillare diffusione delle Confraternite del Sacramento.
La Confraternita della Morte, che si prefigge il compito del seppellimento dei defunti, ha una origine anteriore, legata forse alla costruzione del castello.

Il Castello di Monteleone rimane sotto il diretto controllo orvietano fino al 1373, poi, per volere di Carlo IV passa al Visconte di Turrena, quindi viene ceduto al Conte Ugolino di Montemarte da Corbara ma è anche conteso dai Conti di Marsciano che possiedono già il vicinissimo fortilizio denominato Castel Brandetto.

Nel 1398 Papa Bonifacio IX cede il castello al conte Francesco di Corbara al prezzo di un falcone annuo che deve essere pagato nel giorno di San Pietro. I discendenti del conte rimangono senza prole e il castello passa sotto il dominio di Bartolomeo Della Rovere, nipote di Papa Sisto IV; nel 1481 il Comune di Orvieto riacquista il castrum.

Nel finire del XV secolo la Contessa Manfilia, dei Conti di Montemarte da Corbara, sposatasi con un Bandini di Città della Pieve, rivendica i diritti ereditari su Monteleone; ha così inizio una causa legale che vede però i Bandini passare alle vie di fatto con l'invasione di parte del territorio orvietano: è l'origine di una di una lunga guerra che si protrae per alcuni anni e si conclude l'11 luglio 1497 con il Trattato di Pace di Monteleone; le condizioni sono sfavorevoli ad Orvieto che perde Salci, ma riesce a mantenere il castello di Monteleone.

In questo stesso periodo il Comune di Orvieto provvede a restaurare e rinforzare le costruzioni difensive del castello: commissiona i lavori all'architetto Belforte di Jacopo da Como. In particolare viene ristrutturata la porta nord del paese con la creazione di una vera e propria rocca, il cassero difeso da robuste mura e da un fossato con ponte levatoio.

Nel 1643, durante la Guerra per il Ducato di Castro, tra il Papa ed i Farnese, duchi di Parma, Monteleone è assediato, occupato, smantellato e saccheggiato da Firenze, alleato dei Farnese.

A questo periodo risale la costruzione della chiesa del SS.mo Crocifisso, recentemente restaurata.

Nel 1777 la chiesa parrocchiale è eretta in Collegiata insigne e conserva tale titolo fino all'unità d'Italia.

Nel 1778 vengono traslati a Monteleone i resti del Santo Martire Teodoro che è proclamato coprotettore del paese accanto ai titolari della chiesa principale: i S.S.Apostoli Pietro e Paolo. A questo periodo risale anche l'origine delle prime rappresentazioni teatrali organizzate da alcuni giovani e realizzate nei locali comunali che, durante tutto l'arco dei tre secoli, i monteleonesi hanno trasformato nell'odierno “Teatro dei Rustici”.

Nel corso dell'Ottocento il paese viene assoggettato per alcuni anni alla dominazione francese; torna subito dopo a far parte nuovamente dei territori dello Stato Pontificio.

Alla fine dell'Ottocento, nel 1888 viene costruita la torre dell'orologio sulle macerie di un'altra torre preesistente.

Tra i resti più antichi sono da annoverare la porta nord, costruita alla base di una delle torri di pietra della cinta muraria; alcuni brandelli delle antiche mura difensive sono poi ancora visibili in varie zone del centro storico.

Monteleone d'Orvieto è facilmente raggiungibile da Città della Pieve in soli 12 minuti di auto:
https://www.google.it/search?q=distanza+tra+citt%C3%A0+della+pieve+e+castel+rigone&ie=utf-8&oe=utf-8&gws_rd=cr&ei=uli0VqPPJYepa_vXpOAP =distanza+tra+citt%C3%A0+della+pieve+e+monteleone+d%27Orvieto

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🟧 Panicale si trova in provicia di Perugia in Umbria e sorge su una collina ai piedi del monte Petrarvella nella parte n...
04/12/2018

🟧 Panicale si trova in provicia di Perugia in Umbria e sorge su una collina ai piedi del monte Petrarvella nella parte nord orientale della Val di Chiana, situata tra la vallata del lago Trasimeno e la valle del fiume Nestore.

Per quanto riguarda l'etimologia del nome "Panicale" ci sono diverse ipotesi: una lo fa derivare da pan colis, cioè "luogo dove si coltiva il panìco" (un cereale simile al miglio), ipotesi riportata anche nello stemma del comune; un'altra, la più probabile, da Pani calet cioè "luogo dove ardono are al dio Pan".
Altro etimo ipotizzato dallo storico Corintio Corsetti nel XVII sec. è Pan Kalon, dal greco "dove tutto è bello".

Si ipotizza che l'origine di Panicale sia antichissima anche se non ci sono fonti certe che lo testimoniano.
Nel Medioevo la storia del castello di Panicale è legata a quella di Perugia, sia economicamente che militarmente: infatti Panicale è sia un importante centro per il rifornimento di cibo (pane e carne), sia un avamposto di Perugia verso ovest e la Val di Chiana.
Nel XIII secolo Panicale si sottomette alla signoria di Perugia, mantenendo una discreta autonomia. Al 1316 risale un fatto importante: è testimoniato, infatti, il primo abbozzo della compilazione di uno Statuto vergato in lingua latina dal notaio Pietro di Vannuccio Vannucci, che sarà elaborato e modificato negli anni 1356 e 1386. Successivamente, nel 1484, il suddetto documento sarà tradotto in volgare per facilitarne la comprensione ai cittadini. La città di Perugia, dal 1416 al 1424, è dominata dal capitano di ventura Braccio da Montone, il quale eserciterà il proprio potere anche su Panicale, che vedrà l'abitato essere al centro di una serie di signorie, che la assoggetteranno per molti anni.
Durante l'epoca rinascimentale, Panicale vive un periodo di sviluppo economico, espansione territoriale e di generale benessere, che consente la realizzazione di diverse opere d'arte da parte di artisti celebri come Il Perugino.

Nel 1540 Perugia viene conquistata dallo Stato pontificio che manterrà il controllo sulla città e, quindi anche di Panicale, fino all'Unità d'Italia, eccezion fatta per gli anni dell'occupazione napoleonica.
Vengono così introdotte nuove leggi, norme e regolamenti che sostituiranno il vecchio Statuto del 1316.

Il XVII secolo è per Panicale un secolo di lento declino: nei giorni dell'undici e del dodici maggio del 1798, l'esercito napoleonico entra in Panicale e decreta la sospensione del potere papale, e nel 1860 si assiste alla sua annessione al Regno d'Italia.

A Panicale, in provincia di Perugia, l'arte del ricamo su tulle ha radici antiche.
Era infatti praticata dalle monache del collegio delle Vergini di Panicale e insegnata alle ragazze che lo frequentarono almeno fino al 1872, anno della sua chiusura.

A partire dagli anni trenta del 1900, conobbe una notevole rivalutazione allorché Anita Belleschi Grifoni ne perfezionò la lavorazione a tal punto da soddisfare anche le esigenze di casa Savoia, per la quale realizzò l'abito da battesimo di Maria Pia di Savoia. Affinché l'arte del ricamo non avesse a perdersi fondò anche una scuola di ricamo su tulle, a cui diede nome "Ars Panicalensis".

Sin dal 1936 l’azienda entrò in collaborazione con l’ENAPI (Ente nazionale per l’artigianato e le piccole industrie), creando anche contatti con molti artisti contemporanei, tra cui Eugenio Feragotti, Leonardo Spreafico, Virgilio Guzzi e Mario Guarducci, che per l’"Ars Panicalensis" produssero disegni e modelli da ricamare.

Nel 1978, alla morte di Anita Belleschi Grifoni, la scuola venne purtroppo chiusa e furono interrotti i rapporti con le lavoranti esterne che, benché oggi ormai poche, ancora mantengono in vita la tradizionale tecnica.

Nella chiesa di San Sebastiano, a Panicale si conserva il famoso affresco del Martirio di San Sebastiano dipinto da Pietro Perugino (Città della Pieve 1450 c.a.- Fontignano 1523), il maggiore pittore umbro del Rinascimento.

Sebastiano fu un soldato romano vissuto al tempo dell’imperatore Diocleziano (284-305), che si convertì al cristianesimo e fu condotto al martirio.
Ma sopravvisse alle frecce che gli furono scagliate contro dai suoi commilitoni, fu curato da una vedova di nome Irene e, nuovamente catturato, fu condannato a morte mediante flagellazione.

Mentre infuriava la Peste Nera nel 1348, Sebastiano fu i invocato come “depulsor pestilentiae” in seguito ad un episodio miracoloso avvenuto ad Avignone.

La fama di santo profilattico fu accresciuta dal valore simbolico assegnato alle frecce in età medioevale: tre frecce in mano a Cristo significavano i flagelli di peste, fame e guerra.

A Panicale il supplizio del santo è ambientato nella scenografia di una piazza monumentale, chiusa sul fondo da un grandioso porticato che si affaccia su un luminoso paesaggio.
Sebastiano vi compare in posizione dominante sopra un alto plinto, legato ad una colonna come nell’episodio evangelico del Cristo flagellato nella reggia di Pilato.

Il martire non sembra provare alcun dolore, indifferente alla giostra di arcieri disposti ai suoi piedi secondo i movimenti di una danza, due che scagliano frecce, due che caricano le armi; mentre dall’alto del cielo l’Eterno si affaccia benedire il martire, assicurandogli la salute.

Negli anni immediatamente precedenti la commissione del dipinto, nel 1503 Panicale era stata messa a sacco dalle truppe del duca di Valentino, figlio di Alessandro VI Borgia.
L’anno seguente la peste seguì la guerra.
Nel 1505 Pietro dipinse l’affresco di Panicale, data che si legge in lettere a pilastri del portico.
Due anni più tardi Perugino otterrà il saldo finale di 11 fiorini, che gli saranno versati il 1 settembre 1507 per il “S. Sebastiani depicte dicte comunitati Castri Panicalis et hominibus ipsius“.

Il Perugino firmò l’opera sul plinto centrale, si legge ancora a fatica il suo nome: “P(etrus) DE CASTRO“.

Panicale è facilmente raggiungibile da Città della Pieve in soli 26 minuti di auto:

https://www.google.it/maps/dir/Citt%C3%A0+della+Pieve,+Provincia+di+Perugia/Panicale,+Provincia+di+Perugia/data=!4m8!4m7!1m2!1m1!1s0x13294c13e6cf6d9b:0x4082c90e3e5a9b0!1m2!1m1!1s0x132ead1953da975b:0xe07014ebea83959a!3e0

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Indirizzo

Via G. Garibaldi 62
Città Della Pieve
06062

Telefono

+39 0578 1901868

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