22/08/2026
🐺Cani: “cattivo” non è la parola giusta
Di frequente, quando si parla di cani, sento usare aggettivi che trovo non solo inappropriati, ma anche fuorvianti.
Una delle domande che mi capita più spesso di sentire, prima che qualcuno si avvicini a un cane, è: “Com’è? È cattivo?”
Ma cosa significa davvero “cattivo” riferito a un cane?
Attribuire a un animale la cattiveria, così come la intendiamo noi esseri umani, significa proiettare sul suo comportamento categorie e intenzioni che appartengono alla nostra esperienza e al nostro modo di pensare.
Un cane può essere equilibrato o squilibrato, sicuro o insicuro, socievole o diffidente, tranquillo o reattivo, prevedibile o imprevedibile. Può avere paura, può sentirsi minacciato, può difendersi, può essere frustrato, può aver sviluppato comportamenti problematici a causa di esperienze negative, errori di gestione, mancanza di socializzazione o semplicemente della propria storia individuale.
Ma tutto questo non significa necessariamente che sia “cattivo”.
La cattiveria, nel significato che diamo noi a questo termine, presuppone qualcosa di molto più complesso: la volontà consapevole di arrecare sofferenza, il desiderio di fare del male, l’odio, il rancore, la vendetta, la crudeltà perseguita intenzionalmente. Sono categorie profondamente legate alla dimensione umana e che non dovremmo utilizzare con leggerezza per interpretare il comportamento animale.
Quando un cane ringhia, abbaia, mostra i denti o addirittura morde, il nostro primo pensiero non dovrebbe essere: “È cattivo”.
Dovremmo invece chiederci: “Perché lo sta facendo?”
Perché quel comportamento ha sempre una storia, un contesto, un significato.
Un cane che reagisce può star comunicando disagio. Può chiedere distanza. Può avere paura. Può difendersi da qualcosa che percepisce come una minaccia. Può non aver imparato a gestire correttamente una determinata situazione.
Comprendere questo non significa giustificare qualsiasi comportamento, né significa negare i rischi. Un cane può essere pericoloso, e quando lo è bisogna riconoscerlo, gestirlo e adottare tutte le precauzioni necessarie.
Ma pericoloso non significa cattivo.
Questa distinzione è fondamentale, perché chiamare “cattivo” un cane non ci aiuta a comprenderlo. Anzi, rischia di farci smettere di porci le domande giuste.
E forse è proprio questo il punto: se vogliamo davvero imparare a convivere con i cani, dovremmo smettere di giudicarli secondo categorie umane e iniziare ad ascoltare ciò che ci stanno comunicando attraverso il loro comportamento.
Non chiediamoci soltanto “È cattivo?”.
Chiediamoci piuttosto: “Come comunica? Come si sente? Cosa sta cercando di dirci?”
Perché dietro un comportamento che noi definiamo “cattivo”, molto spesso c’è semplicemente un cane che sta cercando, nel modo che conosce, di gestire una situazione che per lui è difficile.
Persona nel video: Alessandro Franchi