18/05/2026
Conoscevate questa storia?
Mariannina Coffa, nata a Noto il 30 settembre 1841 da Celestina Caruso e dall’avvocato liberale antiborbonico Salvatore Coffa — esiliato a Malta dopo i moti del 1848 — emerse come figura poetica e al tempo stesso controversa nella Sicilia di fine Ottocento. Cresciuta in una famiglia di alta borghesia con pedigree culturale (un nonno materno medico e uno paterno latinista, scrittore per il teatro e segretario dell’Accademia dei Trasformati), entrò nella stessa Accademia nel 1857 con il soprannome di Ispirata. Fin da bambina dimostrò un rapporto naturale con le parole: inventava versi improvvisati e, dopo i primi studi a Noto, la famiglia la mandò al collegio Peratoner di Siracusa e sotto la tutela del canonicato di don Corrado Sbano, versificatore, che però le limitò le letture, vietandole gli “autori esagerati e intemperanti”. Nonostante ciò, Mariannina sfuggiva ogni tanto alle imposizioni e si immergeva nei versi di Byron e Shakespeare.
Il suo talento si manifestò presto: a 14 anni, nel 1855, pubblicò la sua prima raccolta, Poesie in differenti metri; a 18 anni uscì Nuovi canti, poi ripubblicato nel 1863. Entrò anche nelle Accademie Dafnica e Zelantea. Nel 1859 la sua vita sentimentale cambiò: si innamorò del maestro di musica Ascenso Mauceri, un uomo bello e colto con ambizioni da drammaturgo. La famiglia approvò il fidanzamento e la coppia progettò il matrimonio, ma nel 1860 il padre la costrinse a rompere la promessa per favorirle una unione con il ricco proprietario terriero ragusano Giorgio Morana. Ascenso le propose la fuga; lei, stretta nei vincoli delle norme sociali, obbedì al padre e rinunciò all’amore.
Sposata con Morana, si trasferì a Ragusa nella casa del suocero autoritario e visse sotto il controllo di un marito che le proibì categoricamente di scrivere, poiché la penna era considerata per una donna uno strumento di perdizione. Mariannina soffrì profondamente: la vita matrimoniale fu segnata da gravidanze continue, dalla morte precoce di due dei quattro figli e dall’ostilità delle cognate. Pur costretta alla reclusione domestica, non rinunciò alla scrittura: di nascosto, alla candela e di notte, compose versi e firmò articoli per riviste nazionali sotto pseudonimo.
Riprese anche la corrispondenza con Ascenso, confessando il suo pentimento e il dolore per la lontananza: “Noi, Ascenso, eravamo nati per amarci: amarci di quell’amore che gli anni non possono spegnere.” Chiese un ultimo incontro che però non avvenne; l’appuntamento mancato segnò per sempre la sua storia d’amore come un sogno non realizzato. Nonostante il clima familiare ostile, intrattenne scambi epistolari con intellettuali siciliani come Giuseppe Macherione e Mario Rapisardi e si avvicinò ai temi patriottici dell’epoca, seguendo il Risorgimento, criticando la Roma papalina e componendo poesie di argomento nazionale.
Afflitta da fibromi uterini con emorragie debilitanti, si rivolse alle cure dell’omeopata catanese Giuseppe Migneco — figura discussa, ammirata dai seguaci e denigrata da altri come “Cagliostro il piccolo”, più volte esiliato per presunte pratiche magiche — e al suo allievo netino Lucio Bonfanti. Migneco la iniziò a tecniche come il sonnambulismo indotto; stanca della condizione matrimoniale e alla ricerca di sollievo, nel 1875 lasciò la casa del marito e tornò a Noto per seguire le cure di Bonfanti, provocando lo scandalo e il ripudio da parte della famiglia. Sola e senza dimora, accettò l’ospitalità del medico, diventando oggetto di ulteriori pettegolezzi. Attraverso Migneco e Bonfanti entrò anche nella Loggia Elorina; la sua esperienza con magnetismo, mesmerismo e pratiche esoteriche influenzò i temi poetici di quegli anni, che si aprirono all’occulto, alla teosofia e al simbolismo.
La sua scelta di abbandonare il marito e di dichiarare l’intenzione di divorziare — all’epoca impensabile — segnò una definitiva rottura con le aspettative sociali: ricominciò a pubblicare versi e, nelle lettere, sfogò la sua disperazione per una vita rovinata dalla volontà altrui. Morì a Noto il 6 gennaio 1878, a 36 anni, per complicazioni legate ai suoi problemi uterini. Aveva sempre rifiutato un intervento chirurgico che avrebbe potuto salvarla, e la famiglia si rifiutò di sostenere le spese mediche; non sostenne neppure le spese del funerale, che fu pagato dalla città, la quale proclamò il lutto cittadino nonostante la sua figura fosse stata giudicata scomoda per aver trasgredito le norme sociali.
La biografia di Mariannina riflette il sacrificio di una vita consegnata all’obbedienza: obbedì al padre e alle regole di una società che le impose un matrimonio infelice e le tolse la felicità personale, ricompensandola solo con biasimo, prigionia e dolore. Quando finalmente cercò la libertà per dedicarsi alla poesia, fu bollata come pazza. Già nel 1864 un medico ragusano le aveva diagnosticato una “crisi isterica con estasi e sognazione spontanea” dopo la malattia e la perdita di una figlia; per anni si sentì imprigionata in un’esistenza imposta, fino a trovare dieci anni dopo il coraggio di ribellarsi. La poesia rimase per lei via di fuga e protesta: i suoi versi sono spesso un grido contro un ordine sociale che zittiva e imbavagliava le donne.