La Sicilia Con I Miei Occhi

La Sicilia Con I Miei Occhi E' una pagina dedicata ad un'isola che mi ha "rapito", in particolar modo la zona occidentale. Zona meno turistica più vera.

Un'isola che è diventata attrattiva ai miei occhi grazie anche ai suoi contrasti

11/04/2022
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23/02/2022

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18/02/2022

Mare, mare, mare

ANASTILOSI A SELINUNTE (1)La ricostruzione dei templi di Selinunte è l'argomento che ha interessato ed interessa tutt'or...
15/02/2022

ANASTILOSI A SELINUNTE (1)

La ricostruzione dei templi di Selinunte è l'argomento che ha interessato ed interessa tutt'ora coloro che a vario titolo sono chiamati ad operarvi. Nell'arco degli anni, dal 1777 circa sino ad arrivare agli anni '70 del 20esimo secolo, nella prospettiva dell'antropologia culturale, si evidenzia come un sito, un paesaggio archeologico può essere visto nella sua ricostruzione, in maniera differente in base alle epoche, agli individui che intervengono ed alle loro culture. Selinunte è un caso particolare: è modellato fisicamente in base allo sguardo dei suoi visitatori. Analizzando il periodo suindicato appare chiaro che l'anastilosi dei templi selinuntini sia da circoscriversi solamente al tempio C negli anni '20 ed al tempio E negli anni '50 e soprattutto basata su articoli di giornale, rapporti orali, senza che vi sia alcun riferimento alla natura degli interventi, a tutti quegli aspetti di identificazione di persone ed organi posti alla tutela degli stessi.
1 agosto 1778: il principe di Torremuzza veniva nominato primo Regio Custode delle Antichità della Valle di Mazara. A Torremuzza era risaputo del saccheggio dei templi di Selinunte (1756): le pietre dei templi furono asportate per riparare il ponte sul fiume Belice. Saccheggiata e quindi relegata ad un ruolo di secondo piano. Le furono "preferite" Segesta ed Agrigento e fu solo dopo il restauro dei loro templi che il Principe di Torremuzza volse lo sguardo anche a Selinunte. Nel 1789 (28 aprile) inviò al Governo la proposta di rimettere in piedi il tempio G. Almeno qualcuno ci pensò. Nell'800, periodo successivo alla custodia di Torremuzza, il sito fu trascurato dagli organi competenti, senonché nel 1823, in modo del tutto imprevisto vi fu la scoperta delle metope dei templi F, E e C grazie agli architetti inglesi William Harris e Samuel Angell. Quattro anni dopo, 1827, grazie all'interesse del Duca di Serradifalco ed alla istituzione della Commissione Antichità e Belle Arti, le cose iniziarono a prendere una piega diversa. Già si parlava di Commissari....i quali, nel 1830, dopo un sopralluogo decisero di dare il via a due campagne di scavo affidate a Valerio Villareale e Francesco Saverio Cavallari. per prima cosa si pensò al recupero delle metope del tempio E, quindi agli interventi inerenti altri due templi della collina orientale e dell'Acropoli. La Commissione si occupò del restauro del tempio G, "in calce" del "fuso della vecchia". Importante, però, fu l'intervento sul tempio B: furono ricostruiti elementi pertinenti al tempio (erroneamente posizionati) dell'angolo sud ovest della cella e una parte delle fondamenta della scalinata. Nel 1841, la Commissione propose al Governo di intraprendere nuovi scavi e di elevare qualche colonna di qualche tempio. E come accade spesso, causa mancanza di fondi non corrisposti dalla Provincia di Trapani, si continuò con carte bollate per 3 anni fino a non farne nulla.
(segue)

SICILIA OCCIDENTALE: LA CERAMICA NELL'ETA' ISLAMICAI rinvenimenti di ceramiche nella Sicilia Occidentale hanno un'import...
24/01/2022

SICILIA OCCIDENTALE: LA CERAMICA NELL'ETA' ISLAMICA

I rinvenimenti di ceramiche nella Sicilia Occidentale hanno un'importanza fondamentale per cercare di comprendere la realtà locale nell'età islamica.
Per ceramica d’età islamica è da intendersi l’insieme dei prodotti realizzatin tra la metà del IX secolo e l’ultimo quarto dell’XI secolo.
Un grosso aiuto agli studi potrebbe derivare anche da ceramiche bizantine (molto legate alle islamiche, anteriori a queste ultime). E' dagli scavi del duomo di Cefalù e da Marettimo che arrivano alcune ceramiche databili tra l'VIII ed anche il IX secolo.
Le poche conoscenze del periodo bizantino (che precede quello islamico) non aiutano nella datazione certa. Vi è poi da tenere conto che, in seguito alla conquista musulmana della Tunisia e di Pantelleria, le aree di Lilibeo e di Trapani ricoprirono un ruolo importante di avamposto, nella strategia dei bizantini. E' probabile che in quel periodo la presenza di Bizantini fosse aumentata per effetto di immigrazione di cristiani dal nord Africa nel VII e VIII secolo..
Ad oggi Lilibeo, Trapani e Mazara del Vallo non hanno ancora restituito completamente le testimonianze archeologiche necessarie per capire se vi fu un periodo di "convivenza" bizantino-islamico oppure un taglio netto tra i due.
Nel mondo rurale, soprattutto nel territorio di Segesta, vi fu una occupazione bizantina (vedi Acquae Segestanae e Segesta) fino al VII secolo, nel caso dei siti di Ponte Bagni e di località Canichiddeusi l’occupazione sembra giungere all’VIII secolo.
Nel territorio dei Monti di Trapani la presenza bizantina, per quanto non massiccia, è ipotizzabile grazie ad un casale. Sancte Iryni (casale menzionato nel 1241 come un insediamento abbandonato) potrebbe essere un esempio di sovrapposizione di un insediamento islamico al precedente bizantino. O comunque una sorta di rioccupazione di epoca islamica o normanna, ma ben poche sono le tracce di insediamenti databili tra l'VIII e il IX secolo.
Non esistono fossili inerenti le prime fasi islamiche, antecedenti al X secolo. Gli unici indicatori per i contesti prekalbiti sono le lucerne «a coupelle» e olle con corpo globulare e orlo a tesa subverticale. La ceramica da mensa è databile solo a partire dalla seconda metà del X secolo. La forma che risulta più diffusa è la "olla", caratterizzata da un tipo di tecnologia standardizzato. La medesima tecnologia pare fosse applicata anche per la realizzazione di altri tipi di contenitori, non solo per la cottura dei cibi. L'impasto delle ceramiche era caratterizzato da un colore del nucleo che variava dal grigio chiaro al grigio scurissimo e da superfici rosso mattone o arancione. La presenza di abbondante calcite è un altro degli elementi che caratterizza la produzione di quel periodo. L’orlo delle olle sembra essere la parte che subisce le maggiori trasformazioni nel tempo. Gli esemplari più antichi sarebbero caratterizzati da un orlo a tesa subverticale , che si estroflette progressivamente mentre gli esemplari dell’ultima fase presentano un ingrossamento del bordo esterno. Le pareti sono quasi sempre corrugate, i fondi, portano ad ipotizzare che si tratti di esemplari a fondo convesso. Le olle rappresentano il materiale maggiormente rinvenuto, anche per quanto concerne il periodo antecedente all'islamico.
Gli unici materiali da cucina dell' VIII secolo noti per la Sicilia occidentale provengono da Cefalù e Marettimo. Nel caso di Cefalù sono state documentate olle a tesa piana o subverticale con un «fabric» di colore rosso arancio e argille di provenienza locale. Da Marettimo provengono invece olle con orli a tesa inclinata con impasti di colore grigio scuro ricco in calcite : materiale presente nel periodo islamico. Sempre all’VIII secolo sono riferite le pentole provenienti da Cefalù e da Marettimo, riconoscibili per l’orlo ingrossato e rientrante, l’impasto ricco di calcite, la cottura in ambiente riducente e la realizzazione a mano o a tornio lento. Questo tipo di pentole è documentato in contesti di IX secolo nella Sicilia orientale, dove è riconosciuto per la decorazione a stuoia e ad impressione e sembra essere un fossile guida affidabile per i contesti dell’ultima epoca bizantina.
Le olle "islamiche" sono ottenute grazie ad una tecnologia ben differente rispetto alle pentole a stuoia dell'epoca bizantina, con in comune però, l'ambiente di cottura e l'utilizzo della calcite. In ogni "casale islamico" sono state rinvenute olle del X secolo e altri recipienti per la cottura, ma in nessun casale della Sicilia Occidentale sono state rinvenute casseruole o pentole a stuoia.
Si può ipotizzare, anche, che vi fu un apporto esterno, dopo la conquista dell'isola, da parte di artigiani specializzati immigrati. Dall'uso di forme basse e aperte (con le pentole del IX secolo di Cefalù, Marettimo) si passa all'uso delle olle profonde e chiuse. Ciò ci aiuta anche a capire un certa evoluzione nella preparazione dei cibi, della dieta, elementi che portano ad individuare trasformazioni nella produzione agricola, nella pastorizia e con il cambio dell'economia anche un cambio sociale ed economico.
A partire dall’XI secolo (e per tutta l'epoca normanna) fecero la loro comparsa due nuove tipologie di ceramiche da cucina. Pentole cilindriche con anse «ad orecchia», dotate di fondi piani, spesso di un impasto ricco di calcite e lavorate a mano, non presentano quasi mai la tecnica di cottura riducente.
Al contempo si diffondono pentole realizzate al tornio, cotte in ambiente ossidante e rivestite da invetriatura interna, che presentano spesso un orlo bifido per l’alloggiamento di un coperchio. Attestazioni di queste produzioni sono frequenti in Sicilia occidentale: sia a Palermo, che a Carini, a Casale Nuovo, a Mazara del Vallo e nella Valle del Platani. La presenza delle pentole realizzate a mano è stata interpretata come un tratto culturale degli apporti delle popolazioni berbere, ma non è possibile legare una produzione in maniera univoca a un gruppo etnico. Vi erano due circuiti paralleli di circolazione: uno, quello in cui gravitano le pentole invetriate, artigianale e con un alto grado di specializzazione tecnologica e forse con una diffusione più ampia, l’altro, quello delle pentole cilindriche o troncoconiche, legato ad una produzione domestica meno specializzata.

SICILIA: SIN DAL TEMPO DEI ROMANI UN PAESE A SE STANTEI Romani, giunti in Sicilia, diedero subito un'impronta amministra...
19/12/2021

SICILIA: SIN DAL TEMPO DEI ROMANI UN PAESE A SE STANTE
I Romani, giunti in Sicilia, diedero subito un'impronta amministrativa in quella compresa nei confini dell’isola.
La Sicilia era suddivisa in due "sub-province": la Siracusana dipendente dal Pretore e la Lilibetana dipendente da un Questore. La Siracusana apparteneva al Regno Siceliota, l'antico regno conquistato nella II guerra Punica. La Lilibetana era eredità della “Epicrateia punica” conquistata nella I guerra punica. Le due province, già prima della conquista romana, sussistevano e si auto amministravano come Stati, formatisi col tempo da varie formazioni politiche delle antiche tribù indigene che l’abitavano.
I Cartaginesi fondarolo le polis nell 'VIII secolo quando i commercianti Fenici furono costretti a concentrarsi nell'estremo occidente. Polis che, benchè sotto la protezione di Cartagine, erano assolutamente libere e non subivano un dominio diretto. Col tempo i Cartaginesi penetrarono anche nelle città-stato degli Elimi (popolazione indigena dell'estremo ovest) nelle zone interne dove vivevano le tribù, che furno individuate nei Sicani.
Nel 405 col trattato tra Dionisio e Cartagine nacque la "provincia punica". I confini orientali erano mobili con tendenza alla crescita a discapito del Regno Siceliota. Agrigento, spesso assumeva il ruolo di città-stato cuscinetto. Abbandonate le ambizioni politiche del V secolo, sotto i tiranni Emmenidi, la città si dedicò all’arte ed ai traffici lasciando ai Punici ed ai Siracusani il compito della politica, fino a quando la stessa venne inglobatanell’Epicrateia Punica.
Ad oriente il "Regno di Sicilia" si formò molto lentamente. I Greci all’inizio erano organizzati in Pòleis, in lotta tra di loro. Le città si adeguarono a questo tipo di organizzazione urbana. Nel 650 a.C., con le prime conquiste delle zone interne, inziò ad evidenziarsi l’ egemonia siracusana guidata da un potere oligarchico.
Nel 485 iniziarono le “grandi manovre”. Il tiranno di Gela, Gelone della dinastia dei Dinomenidi , riuscì a conquistare Siracusa ed unire le due città in un'unica signoria. Da allora si creò l'asse Siracusa-Gela: la società siceliota assunse così una proprio fisionomia politica. La Politeia (Repubblica quasi democratica post tirannide) continuò ad espandersi nell'isola nonostante fosse ostacolata da un'altra formazione statale, la Lega Sicula di Ducezio.
Con la Lega Sicula, per la prima volta i Siciliani, riuscirono a dare vita ad una formazione politica che fu in grado di superare i particolarismi tribali.
Dioniso il Vecchio fece passi enormi nella costruzione di uno stato siracusano. All'interno della Polis siracusana aveva il titolo di "Stratega Autocrate", quindi assunse quello di "Arconte di Sicilia" delle polis siceliote.
I possedimenti italioti furono organizzati a parte, dalla Corte di Locri e in una lega italiota separata. Ecco che iniziò a configurarsi una “Sicilia Federalista".
Intorno al 340, ai tempi di Timoleonte (capo della spedizione inviato da Corinto a supportare i siracusani esiliati nel lentinese stanchi della situazione di incertezza), la Repubblica Siracusana raccolse tutta la Sicilia greca in una Symmachìa Siceliota.
L’atto di nascita formale dello Stato di Sicilia avvenne poco dopo. Il nuovo tiranno, Agatocle che sottomise un terzo dell’Italia e portò la guerra contro Cartagine in Africa, si pose nel 304 il diadema con il titolo di Re di Sicilia. La città di Siracusa mantenne le sue assemblee e magistrature elettive, ma ormai il “Regno” era una cosa distinta e separata.
Questo Regno siceliota ebbe vita travagliata ed alterna, con momenti in cui fu restaurata la Repubblica e momenti in cui l’unità centrale per qualche anno si dissolse, tornando all’ antico municipalismo.
Anche Pirro, a Palermo, si proclamò Re di Sicilia, con i Cartaginesi asserragliati al Lilibeo, e, dopo di lui, ancora, Ierone II che per molti anni fu alleato e protetto dei Romani, ormai in un’enclave che andava da Taormina a Noto escluse.
Nel complesso, i Romani trovarono al loro arrivo una provincia punica e un Regno di Sicilia: in pratica due stati formatisi lentamente nei secoli e che semplicemente si limitarono a fondere nella Provincia di Sicilia.
Prima toccò all’occidente: l’Epicrateia punica fu trasformata in Provincia nel 240, ponendo proprio a “Marsala” la base della prima amministrazione romana. Le tre città che non rienrarono nel progetto, perché “federate” di Roma, furono quelle ai confini della Provincia o strappate al Regno Siceliota: Messina, Noto e Taormina. Lo stesso Regno Siceliota, da quel momento in poi, divenne un protettorato romano.
Poco dopo cadde anche la monarchia orientale: la Sicilia tentò di allearsi con i Cartaginesi per riacquistare libertà ed indipendenza. Marcello espugnò Siracusa nel 212 e gli ultimi focolai di resistenza furono spenti entro il 210.
Il Regno di Sicilia divenne, quindi, Provincia di Sicilia, con i Pretori romani seduti nella reggia dei Dinomenidi e dei Dionisi, con le stesse leggi ed usanze e con un vice-governatore in occidente ad amministrare gli ex-domini punici.
E così l’antico limes politico divenne solo frontiera amministrativa, fissandosi al Salso e alle Madonie.
Cronologia relativa alla capitale di quel periodo:
733 a.C. Fondazione di Siracusa, ad opera di Archìa.
733 - 485 a.C. I Repubblica Siracusana: Oligarchia dei nobili o Gàmoroi
485 - 466 a.C. I Tirannide Siracusana/Siceliota: Dinastia dei Dinomenìdi
466 - 405 a.C. II Repubblica Siracusana: Democrazia moderata o Politèia
405 - 344 a.C. II Tirannide Siracusana/Siceliota: i Dionisi
344 - 318 III Repubblica Siracusana e Symmachìa Siceliota: la Repubblica di Timoleonte
318 - 289 Regno Siceliota di Agatocle
289 - 281 IV Repubblica Siracusana
281 - 280 Tirannia di Iceta e successiva guerra civile (280-278)
278 - 276 Regno Siceliota di Pirro
276 - 215 Tirannia di Ierone II
264 - 240 I Guerra Punica: I Romani conquistarono l'Epicrateia Punica e la trasformarono in Provincia di Sicilia
215 - 214 Regno Siceliota di Ieronino
214 - 212 V e ultima Repubblica Siceliota
218 - 201 II Guerra Punica: Conquista romana dello Stato Siceliota

CAMPOBELLO DI MAZARA: L'OPERA DI UMILE DA PETRALIAUmile da Petralia Soprana, Giovan Francesco Pitorno, nacque nel 1600. ...
14/12/2021

CAMPOBELLO DI MAZARA: L'OPERA DI UMILE DA PETRALIA

Umile da Petralia Soprana, Giovan Francesco Pitorno, nacque nel 1600. Figlio del legnaiuolo Giovanni Tommaso Pintorno e della nobile Antonia Buongiorno, trascorre la sua infanzia in una famiglia piuttosto numerosa (erano in 16 fratelli). A soli 23 anni (anche per evitare un matrimonio combinato) fece della vocazione religiosa la sua ragione di vita entrando nell'Ordine dei Frati Minori Osservanti e prese il nome di Umile. Da quel momento iniziò la sua attività di scultore del legno (vista anche la sua pratica nelle botteghe di intagliatori delle Madonie), soprattutto in crocifissi policromi. L'arrivo della peste nera nel 1624 e nel 1629 con la crudezza della malattia e della morte, colpì nell'intimo il frate che trasfuse questa crudezza nelle sue sculture. Vagò per tutta la Sicilia in base alle commissioni che gli pervenivano ed al massimo entro una decina di giorni l'opera era pronta. Negli ultimi anni, forse a causa di una malattia, si fermò a Palermo e vi formò una scuola con molti discepoli, nel convento di Sant'Antonio. La morte lo colse a soli 39 anni.
Le sue opere sono caratterizzate dall'estrema drammaticità che enfatizza la sofferenza. I volti, soprattutto, le ferite del Cristo messi in risalto al punto tale da sembrare reali. Nelle sue opere è rappresentato il Cristo in croce dalla figura slanciata e smaterializzata. Secondo la tradizione popolare sono 33 i crocifissi da lui eseguiti, secondo un voto fatto. Gli esperti gliene attribuiscono circa una trentina quante quelle attribuite alla sua scuola. In tre occasioni la sua produzione ha come soggetto l'Ecce Homo ed in una Cristo alla colonna, opera custodita nel Santuario S. Maria della Stella di Militello in Val di Catania. Molti paesi siciliani e non (Vutro, Bisignano, Afragola, Polla, Miglionico) possono annoverare fra i loro beni artistici un'opera di Umile da Petralia: Aci Catena, Agira, Agrigento, Aidone, Caltagirone, Caltanissetta, Castrofilippo, Catania, Cerami, Chiaramonte Gulfi, Comiso, Enna, Ferla, Gangi, Messina, Mistretta, Mojo Alcantara, Mussomeli, Naro, Palermo, Piazza Armerina, Pietraperzia, Randazzo, Salemi ed anche Campobello di Mazara.
A Campobello di Mazara la sua opera trovasi nella prima ca****la della chiesa di Maria S.S. delle Grazie. Gli fu commissionata dal duca don Giuseppe Napoli e Barresi che volle farne dono alla cittadinanza. Una scultura nella quale l'artista riesce a dare l'impressione che il corpo si slanci verso l'alto anziché verso il basso come sarebbe più logico, vista la posizione delle braccia del cristo che avrebbe dovuto invece dare la sensazione di pesantezza e di pendenza verso il basso. L'opera fu realizzata nel laboratorio di Sant’Antonino di Palermo quindi fatta giungere a Campobello mercoledì 18 maggio 1633. La domenica, 23 maggio 1633, la statua fu trasportata in processione sino alla chiesa tra il tripudio di una folla festante ed accompagnata dal clero di Campobello e di Castelvetrano.
Il suo testamento spirituale:
“Vi ringrazio mio sommo e infinito bene, che mi avete fatto conoscere, quello che mai potei penetrare in tanto tempo! Vi ringrazio, Oh Signore, poiché mi fate soffrire i vostri dolori.”

LA SICILIA TERRA DI SCHIAVI PRIMA DELLA CONQUISTA ELLENICANell’Età del bronzo, la Sicilia fu abitata dai Sicani, popolaz...
13/12/2021

LA SICILIA TERRA DI SCHIAVI PRIMA DELLA CONQUISTA ELLENICA
Nell’Età del bronzo, la Sicilia fu abitata dai Sicani, popolazione probabilmente autoctona che entrò poi in guerra con gli invasori Siculi provenienti dal continente e di origine ligure. Ma Omero nell’Odissea non fa distinzione e chiama Sicania l’isola e Siculi i suoi abitanti: segno che al suo tempo la Sicilia era popolata da entrambe le razze. Odisseo racconta, mentendo, al padre Laerte di provenire dalla Sicania, ma la vecchia serva chiamata “sicula” e allo stesso modo “Siculi” sono detti da uno dei Proci gli indigeni della più grande isola a ovest della Grecia. Un’isola che apparì ad Omero come una terra di schiavi dove i Proci suggerirono a Telemaco di destinare gli stranieri perché fossero venduti e da dove furono giunti a Itaca come “schiavi per costrizione”, cioè a vita, la “vecchia sicula” e il marito Dolio che vissero amabilmente in casa di Laerte insieme con i figli: schiavi docili e devoti tanto che il padre di Odisseo fu assistito con “gentile cura” dalla vecchia badante, schiavi per nulla inclini a forme di ribellione e di protesta. La “Sicilia favolosa”, quella pregreca, sarebbe dunque ben diversa da quella tramandata da una tradizione secondo la quale fu abitata non solo da Giganti e Ciclopi ma anche da popolazioni selvagge e violente quali i Lestrigoni e i Lotofagi. Alimentava l’idea di una Sicilia ostile e pericolosa, tale che la maga Circe consigliò a Ulisse di evitarla, non solo la vista dell’Etna fonte di distruzione ma anche una conoscenza mitologica che comprendeva semidei rivoltosi come Encelado e Tifone, dèi inferi come Ade e belluini come Efesto, nonché una serie di divinità anelleniche e luoghi ad esse collegati che erano ispirati a un acceso sentimento di vendetta: la dea Ibla, il dio Adranos, i laghetti dei Palici, l’antro degli Inferi dove precipita Persefone… Questo insieme di luoghi comuni che si radicarono per secoli nella coscienza occidentale fu smentito dal poema che più di ogni altro identifica l’Ovest con la Sicilia: l’Odissea confuta il convincimento generale e restituisce la Sicilia a una concezione irenica che ne fa una terra fin troppo pacifica, addirittura sottomessa e rassegnata alle scorrerie straniere che vi stabiliscono una specie di emporio umano, un’Africa ante litteram abusata per una tratta di schiavi che anziché prendere, come sarà, la via dell’Ovest, vengono deportati verso Est. E’ un’isola al tempo di Omero che attira stranieri in cerca di schiavi, una merce di valore perché antropologicamente composta da una razza mansueta, servizievole e di sana costituzione fisica. La “vecchia Sicula” si fa amare, insieme con il marito e i figli, da Laerte al punto da dimorare con lui nella sua casa di campagna, in una dependance che affianca l’abitazione, e finendo per diventare parte della sua famiglia. La prova di questa indole collettiva è nella invasione dei Greci che non trovano opposizione benché la Sicilia sia popolata da tre stirpi, Siculi, Sicani ed Elimi, che si piegano alla nuova civiltà senza nemmeno pensare a una coalizione. Il solo che tenta una difesa è il mostro omerico Polifemo, il gigante con un occhio che vuole fermare Ulisse e i suoi compagni, visti come reali invasori. Il suo destino è, però, finire sconfitto e burlato dalla dominante cultura greca dopo essere stato deriso perché innamorato della ninfa Galatea destinata al pastorello Aci. Non è dunque azzardato supporre che le prime ondate migratorie greche, soprattutto calcidesi, siano state più che altro non viaggi di esplorazione ma vere e proprie incursioni di mercanti spinti a fare razzia di uomini e donne da ridurre in schiavitù e deportare al di là dello Jonio. Lo stesso mito di Ade che rapisce Persefone rientra nel quadro di una “soluzione finale” ordita dai Greci e consumata in Sicilia, che soltanto dopo diventa terra di conquista e di fondazione di nuove città sull’impronta di quelle greche.

CHI ERA TANIT? O ISTHAR, O ASTARTE?La dea Tanit (come fu chiamata nel periodo punico) è la Madre, simbolo d’amore, ferti...
10/12/2021

CHI ERA TANIT? O ISTHAR, O ASTARTE?
La dea Tanit (come fu chiamata nel periodo punico) è la Madre, simbolo d’amore, fertilità e fecondazione, della quale furono trovate varie iscrizioni lungo la costa del Nord Africa. l suo simbolo è un triangolo con barre orizzontali che supportano un disco lunare. Tanit fu la dea suprema di Cartagine, conosciuta anche come BA'ALAT, “il volto di Baal”, personificazione del sole benefico, fino a che fu usurpata dalla dea Romana Giunone ed il suo culto sopravvisse nei templi cartaginesi.. Il suo culto, portato dai Cartaginesi, si diffuse nel Mediterraneo fin oltre le Colonne d'Ercole e fu nota a Roma come la Dea Caelestis. Una Dea antitetica: dell'Amore e della Morte, della Creazione e della Distruzione, della Tenerezza e della Crudeltà, della Protezione e dell'Inganno
I templi di Tanit, dove si praticava la "prostituzione sacra", erano curati da sacerdotesse (famose astrologhe) e sacerdoti, oltre alcuni sacrifici di bambini ed animali in suo onore. Tanit è stata anche associata con l’Albero della Vita, descritto come l’albero di palma di quelle regioni desertiche. Tanit, il cui significato è Signora dei Serpenti, fu associata con un sacro “caduceo”, una barra verticale con due serpenti curvati a formare un otto. Tanit e la bacchetta caduceo sono un motivo comune sulle monete e sulle steli della tarda Cartagine, simboleggiando il ruolo di Tanit come la Dea Serpente nel ciclo sacrificale di nascita, morte e rinascita.
Quando la chiesa Cristiana diventò via via più potente, fece sì che il tempio della dea Tanit a Cartagine fosse chiuso. Ma per i suoi adoratori il tempio fu sempre protetto dalle vipere. Purtroppo se il tempio non cadde nelle mani dei Cristiani, cadde comunque distrutto nel 422
Di Tanit sono state trovate numerose statuette che la rappresentano nuda con le mani che stringono i seni. Queste immagini erano esposte nelle case come simbolo di fecondità.
Il luogo di culto religioso presso i Cartaginesi era quello del "tophet",dove venivano sepolte urne cinerarie contenenti i resti di animali o bambini che venivano sacrificati ad ella. Spesso i sacrifici umani venivano svolti con fanciulli di povere origini o con piccoli animali che finivano nel rogo purificatore. Ma tante volte questo alla dea non bastava ed allora bisognava sacrificare quanto una famiglia aveva di più caro: il figlio primogenito. Questo macabro rito finì con l'avvento dei Romani, che portarono anche a Roma il dio BA'AL, che fu identificato con Esculapio, patrono della medicina, e la stessa Tanit identificata, si pensa, talora con Giunone.
Il sacrificio, ai loro dèi portava alla divinizzazione dei fanciulli sacrificati (le vittime predestinate erano poste sulle braccia di un idolo cavo di bronzo e fatte rotolare all'interno dove ardeva il fuoco). Si stabiliva così un contatto diretto con le divinità.
In generale per il terribile rituale valeva il principio del "Molchomor", la sostituzione dei fanciulli con una bestia viva: ma non sempre. Largamente diffusi erano, comunque, i sacrifici di agnelli, uccelli, pecore.
Diodoro Siculo, lo storico di Agira, ricorda il sacrificio di 200 bambini presi dalle più illustri famiglie di Cartagine. Si era proceduto alla sostituzione dei fanciulli delle migliori famiglie con bambini comprati o adottati da famiglie miserabili; e da qui, per redimersi dell'orrore compiuto, il governo di Cartagine decretò il sacrificio di 200 bambini appartenenti tutti alle famiglie nobili. Ne è esempio il figlio di Annibale, che il governo cartaginese decise di sacrificare. Imilce, moglie di Annibale, sp****la di origine, si oppose a quella decisione ed ottenne una sospensione del sacrificio, giusto il tempo per informare il marito. Quest'ultimo rifiutò il sacrificio del figlio promettendo in cambio il sacrificio di molti nemici (ne scrive Silvio Italiaco nel IV libro della sua epopea)

LE FORME DELLA MUSICARiguardano in particolare tre brani per violino usati per connotare alcune scene del teatro dei “pu...
10/12/2021

LE FORME DELLA MUSICA
Riguardano in particolare tre brani per violino usati per connotare alcune scene del teatro dei “pupi” (chiamata a battaglia, battaglia, marcia) e un ritmo per la pesca del tonno (cialoma). Per una forma di rispetto alla Musica Popolare, fu fondato nel 1909 il Museo Etnografico Siciliano, a seguito di una mostra etnografiche che si svolse a Palermo nel 1891-92. Ecco quindi che è possibile trovare strumenti musicali siciliani più comuni: una zampogna (ciaramedda), sette flauti di canna (friscaletti), cinque scacciapensieri (marioli, ngannalarruni) coppie di nacchere (scattagnetti) e alcuni tamburelli (tammuredda). Accanto ad essi strumenti-giocattolo, come una piccola zampogna di canna con l’otre ricavato da un ventriglio di pollo, alcuni tamburini (tammurrina) e una c i c a l a, ninnolo per produrre un suono «imitante il gracidare delle
rane». Facevano parte del patrimionio in un certo senso, anche alcuni oggetti sonori spesso impiegati in contesti festivi con valore “musicale”: due trombe di conchiglia (brogni) e quattro campanacci per animali (campani). Insieme a questi, altri strumenti vennero certamente raccolti da Pitrè fino al 1916 (crepitacoli e rombi, fischietti di terracotta e due flauti di Pan), ma non fu mai predisposta nel Museo una sezione esplicitamente dedicata agli strumenti musicali (la maggiore concentrazione era ed è riscontrabile nella sala dei giochi infantili).Ciò malgrado, e nonostante il depauperamento delle collezioni seguito
alla scomparsa di Giuseppe Cocchiara (direttore del Museo dal 1935 al 1965), gli esemplari ancora oggi osservabili costituiscono
l’unico repertorio etno-organologico di valore storico esistente in Sicilia.
La "contaminazione greca" nella musica siciliana è evidenziata in particolar modo ne il "Canto de’ contadini di Noto", pubblicato da Corrado Avolio nel 1875. Il modo è ipofrigio (secondo le antiche
armonie greche) con vari cromatismi. L’ indicazione, però, di fa maggiore tonale in chiave è fuorviante poiché implicherebbe la finalis sul quinto grado (cadenza sospesa) estranea ai princìpi formali del canto popolare siciliano. Il tutto offre testimonianza di un modulo musicale unico in quanto non verrà più documentato successivamente (neanche da Corrado Ferrara, che pure a Noto effettuò un notevole lavoro
di raccolta tra il 1896 e il 1907).
Fu a partire dal 1880 che gli studiosi focalizzarono la loro attenzione sulla musica. Frequenti le trascrizioni letterarie di canti lirico-monostrofici e narrativi, di canzoni a ballo, di ninne-nanne e canti infantili, di richiami vocali (venditori, banditori, pescatori, contadini, minatori ecc.), di ritmi di lavoro (lavori agricoli, attività marinare
ecc.), di sequenze onomatopeiche e di motti applicati ai suon i di tamburi e campane, di acclamazioni e formule impiegate in contesti
devozionali. Questi testi si trovano spesso a corredo di descrizioni degli eventii: feste, spettacoli, forme drammatiche e coreutiche, azioni rituali e pratiche ergologiche.
Le testimonianze musicali ammontano, però,a soli 14 esempi rilevabili in un articolo sugli usi popolari di Caltagirone apparso senza firma sul periodico “Le cento città d’Italia” e in alcuni scritti di Salvatore Salomone
Marino, Michele Alesso, Fulvio Stanganelli, Salvatore Lo Presti e Bianca Maria Galanti. Le trascrizioni riportate da Federico Nicolao appartenenti a Salavyore Salomone, senz'altro il più noto degli studiosi, rivestono scarso rilievo. Trattasi di una canzone da ballo in forma di dialogo (fasola) contenuta nel volume "Costumi e usanze dei contadini". Nicolao trasfigura in una elaborazione pianistica il modulo musicale tradizionale. Più attendibile è la trascrizione per voce e pianoforte della canzonetta antiborbonica "Spara lu forti ll'Andria" che si cantava a Messina durante i moti del 1848.
L'apporto di Salomone, va però valutato in altri settori: poesia popolare a stampa che circolava grazie alla mediazione dei cantastorie professionali. Vi sono altresì due raccolte di testi (1875 e 1880) nei quali egli delinea una quadro abbastanza ampio dei cantastorie e degli autori di storie popolari attivi in Sicilia a partire dal XV secolo. Il mestiere del cantastorie fu poi vivamente tratteggiato nelel varie edizioni dello studio sulla "Baronessa di Carini" (la più nota fra le storie siciliane). E' grazie a Salomone che poi si viene a conoscenza di numerosi eventi musicali connessi alla vita contadina descritti nel volume "Note illustrative e documenti" (mai editato), e ne "La voce dei tamburi" oltre alla danza cavalleresca della "tubbiana" che descrive in un volume del 1907. Di particolare importanza il saggio (1886) dedicato alla tradizione delle prefiche

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Marinella Selinunte

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