Avventura Bike FVG

Avventura Bike FVG Organizziamo eventi, escursioni in MTB, lezioni di guida sicura, corsi per bambini ed adulti. Per qualsiasi domanda [email protected] www.amibike.it

Gli accompagnatori ed i maestri sono diplomati presso la Scuola Nazionale Maestri di Mountainbike.

22/04/2020

Ci eravamo lasciati alla Cima 3 del monte San Michele, proprio davanti alle bocche delle cannoniere orientate verso il Carso di Comeno. Continuiamo lungo il sentiero turistico che costeggia le pendici meridionali del colle raggiungendo in breve un valloncello sul fondo del quale troviamo, poco dopo un cippo commemorativo della XXVIII divisione, la “monumentale” entrata dello Schönburgtunnel. Questo è una caverna artificiale scavata dai soldati austro-ungarici tra la Cima 2 e la Cima 3 del San Michele. Ha due ingressi, quello al quale ci troviamo di fronte è quello rivolto a sud; l'uscita a nord-ovest è protetta anteriormente da un nido di mitragliatrice alla sommità del Canalone Tivoli, dove forniva agli osservatori austro-ungarici un ottimo punto di osservazione sulle sottostanti linee occupate dalle truppe italiane. Il tunnel era rimasto nascosto sino al 1995, quando l'entrata sud ed i resti del portale d'ingresso furono trovati tra la f***a vegetazione dagli speleologi del Gruppo Speleologico Carsico che ripulirono l'area ricostruendo il manufatto con l'iscrizione. Il portale fu realizzato nell'inverno del 1915, dopo la IV offensiva dell'Isonzo, dai soldati del 7° Feldjaeger che vi apposero l'iscrizione in onore del loro comandante Alois di Schönburg-Hartenstein che probabilmente qui aveva il posto di comando. Proseguiamo per alcune decine di metri incontrando un segnale che ci dice che sulla nostra sinistra possiamo andare a vedere la cavernetta scavata da una compagnia del genio degli Honved, con relativa targa posta al di sopra dell'entrata. Numerosi cippi ci accompagnano lungo il cammino a destra e a sinistra mentre la vista si allarga verso la valle del Vipacco, la Selva di Tarnova, il Veliki Hrib con la torre monumentale di Cerje, il Faitji. Poco più di 300 metri dallo Schönburgtunnel abbandoniamo il sentiero turistico scendendo a destra oltrepassando la catena che delimita la zona monumentale. Percorriamo 240 metri in discesa sino a raggiungere un'evidente carrareccia. Svoltiamo a sinistra e proseguiamo per 280 metri. Qui, facendo attenzione, possiamo vedere che abbiamo una strada che porta verso sud alla nostra destra e, pochi metri più avanti, una sulla sinistra in direzione nord. Possiamo prenderle entrambe: la prima ci porterà in una zona interessante per la bella pineta e per tracce del secondo conflitto mondiale e della Guerra Fredda; la seconda ci permetterà di vedere il sistema delle cannoniere di Còtici ma ci costringerà a un percorso più lungo su asfalto.
Iniziamo descrivendo la prima. Svoltiamo quindi a destra inoltrandoci nella vegetazione. Percorsi 400 metri arriviamo a un bivio dove, su un sasso proprio davanti a noi, c'è una targa che ci ricorda che proprio in quel punto vi era una stazione di cambio di una staffetta partigiana, la P16, che permetteva il collegamento tra la selva di Tarnova e Monfalcone. Questa faceva parte della rete slovena di comunicazione costituita e organizzata nel gennaio del 1943. In una prima fase era identificata come P15, dopo l'ottobre 1944 la sigla fu P16. L'attività ella P15 comprendeva la raccolta di dati e informazioni in merito all'industria militare di Trieste e Monfalcone. In più le staffette permettevano di portare materiale tecnico e sanitario acquistato nella pianura friulana agli attivisti dell'interno. Prendiamo la strada a sinistra; dopo 150 metri possiamo fare una breve deviazione sulla destra per raggiungere la cima dello Skofnik, sulla quale si trova ciò che rimane dell'Opera del San Michele. Le “opere” rappresentavano durante la Guerra Fredda dei punti di resistenza nei confronti di un'ipotetica invasione dall'est. Quelle sul Carso isontino e monfalconese erano presidiate dal 33° battaglione fanteria d'arresto “Ardenza”, di stanza a Fogliano-Redipuglia. L'opera comprende una postazione per mitragliatrice a cupola (M4) e il posto di comando (PCO). Interessante la mimetizzazione del PCO sul quale sventola costantemente una bandiera rossa. Recentemente l'opera è stata resa visitabile al pubblico e costituisce un interessante testimonianza della situazione al confine orientale fino all'inizio degli anni '90 del secolo scorso.
Ritornati al sentiero principale proseguiamo in discesa piuttosto ripida per 350 metri, sino al cimitero di San Michele del Carso. Da qui seguiremo per un centinaio di metri la strada asfaltata andando verso destra, girando poi a sinistra per passare davanti agli impianti sportivi. Giungiamo quindi a un nuovo bivio al quale prenderemo a sinistra. Dopo una curva verso destra imbocchiamo la strada a destra che dopo poco ci porta a un bivio dal quale si dipartono due strade sterrate. Prendiamo quella di sinistra con le segnalazioni per il rifugio del Gruppo Speleologico Carsico. Giungiamo al rifugio dopo circa 300 metri. Al rifugio è possibile rifornirsi d'acqua.
Lunghezza totale del percorso dal monte San Michele al Rifugio speleo, circa 3 chilometri.

Ritornando al bivio dove abbiamo dovuto fare la scelta della strada, vediamo ora dove ci porterebbe il percorso alternativo, più aderente a quello proposto nel 1919. Dopo 270 metri di strada sterrata raggiungiamo la strada asfaltata che da Peteano sale a San Michele del Carso. La percorriamo verso destra sino a raggiungere dopo 250 metri l'imbocco sulla sinistra di un sentiero segnalato che conduce alle cannoniere di Còtici. Percorrendo il sentiero possiamo osservare sulla sinistra, tra la vegetazione, resti di panche e abbeveratoi un tempo facenti parte del parco del castello di Rubbia. Le cannoniere erano composte da una galleria con sei finestre. Due corridoi le collegavano agli ingressi sulla strada San Michele-Peteano. Un terzo passaggio serviva per raggiungere un posto di osservazione da cui controllare i tiri dell'artiglieria. Sembra che in realtà le gallerie non furono mai usate come cannoniere ma come magazzini. Terminata la visita delle cannoniere ritorniamo sull'asfalto proseguendo a sinistra verso le case di San Michele del Carso. Passiamo davanti alla cantina dell'Azienda agricola Castello di Rubbia, ancora un breve pezzo di salita, un paio di curve, si passa davanti alla nota trattoria Devetak e quindi svoltiamo a sinistra. Poche decine di metri tra le case e arriviamo a un nuovo bivio. Questa volta giriamo a destra in discesa. Ancora 180 metri di asfalto e poi prendiamo un bel sterrato sulla sinistra che in 600 metri ci porterà al rifugio speleo.
Il rifugio del Gruppo speleologico Carsico sorge nelle immediate vicinanze della Grotta Regina del Carso, la più estesa cavità del Carso isontino con 320 metri di sviluppo planimetrico, con inclinazione quasi costante. Molto belle le concrezioni; la grotta si può visitare con la guida degli speleologi dell'associazione. Un avventura sotterranea che merita di essere vissuta!
Lunghezza totale del percorso lungo la variante: 3,8 chilometri

Per questo tratto di percorso sono stati consultati i testi:
“La memoria storica del Brestovec” di Mitja Juren
“Sentinelle” di Buzz Midnight
“Attività speleologica sul Carso goriziano” n.3 1995-96 Bollettino del Gruppo Speleologico Carsico.
Il sito web www.castellodirubbia.com

16/04/2020

Riprendiamo il cammino lasciando San Martino del Carso lungo la strada che porta verso il cimitero del paese, la stessa che abbiamo seguito per un breve pezzo per andare a vedere il Cippo degli Honvéd e la Ca****la diruta. Appena dopo un centinaio di metri, sulla sinistra, si diparte una strada sterrata in salita con indicazioni per la Zona Sacra del m. San Michele. Imbocchiamola arrivando dopo poco a un bivio. Continuiamo sulla sinistra attraversando per circa 600 metri una bella zona rimboschita a pino nero. Superata una catena che ne delimita l'ingresso siamo all'interno della zona monumentale. Questa è la parte sommitale del m. San Michele, cima emblematica della Grande Guerra sul Carso, per conquistare la quale, solamente da parte italiana vi furono – secondo quanto riportato su una targa all'entrata del museo – 111.873 perdite tra morti, feriti e dispersi. Non di molto inferiori furono quelle dei difensori austro-ungarici che avevano fatto di queste cime (perché in realtà ce ne sono ben quattro) un vero baluardo imprendibile. Questo per capire che il luogo dove ci troviamo è uno dei più importanti siti storici della Prima Guerra Mondiale e certamente vale la pena di aggirarsi un po' lungo i numerosi sentieri che ne percorrono le pendici. La nostra strada ci ha portato in un piazzale, caratterizzato da cipressi, dove si aprono le bocche di tre caverne. Due di queste sono relative alle cannoniere realizzate dall'Esercito italiano dopo aver preso possesso della cima nell'agosto del 1916. La terza, non così evidente, è invece quella che porta alla caverna generale Lukacich, sede del comando delle truppe imperiali. Oggi la galleria è chiusa, così come quelle delle cannoniere. Queste ultime si possono però visitare negli orari di apertura del museo. Da qui conviene salire l'erta, ora cementata, che porta al belvedere a sbalzo sulla destra. Magnifico il panorama verso il golfo di Trieste, e che comprende quasi tutto il teatro delle battaglie nel settore più meridionale dell'Isonzo. La vista spazia dal Faitji Hrib all'altopiano di Comeno, al Vallone. Più lontano vediamo l'Ermada e proprio sotto di noi San Martino del Carso, Doberdò del Lago e le alture che chiudono l'altopiano verso Monfalcone e il mare: il Sei Busi, il Cosich, il Debeli, basse cime sulle quali correva la linea del fronte nel primo anno di guerra e teatro di tragiche battaglie. Protratta nel golfo scorgiamo la foce dell'Isonzo dove, a Punta Sdobba, erano piazzate, anche su pontoni galleggianti, pesanti artiglierie italiane che sparavano verso l'Ermada. Dal belvedere possiamo prendere il sentiero a sinistra che rapidamente porta a Cima 3, attraversando un ambiente che recentemente è stato volutamente riportato alle condizioni in cui si mostrava durante il conflitto: privo di vegetazione con l'aspra e tagliente roccia calcarea a rendere il terreno irregolare e difficilissimo da camminarci sopra (fortunatamente non per noi che ora abbiamo sentieri ben curati). Sulla cima troviamo l'epigrafe fatta scolpire su un masso di pietra dal Duca d'Aosta, comandante della III Armata “Su queste cime italiani e ungheresi combattendo da prodi si affratellarono nella morte. Luglio MCMXV – Agosto MCMXVI”. Poco più in la, guardando verso nord-est, una croce fatta con sostegni dei reticolati ricorda i caduti ungheresi, mentre un piccolo cippo è dedicato al VII reggimento di fanteria austriaco che qui combatté nel novembre 1915 nel corso della IV Battaglia dell'Isonzo.
Da Cima 3 scendiamo al piazzale dove sorge il museo che è stato rinnovato in occasione del centenario e vale la pena di essere visitato. Davanti al museo alcuni pezzi d'artiglieria, altri cippi e monumenti, ma soprattutto il bellissimo belvedere verso la valle dell'Isonzo. Proprio davanti, subito al di là del fiume, il monte Fortin, primo caposaldo italiano, anch'esso attrezzato con gallerie e cannoniere.
Dal piazzale possiamo fare un breve deviazione seguendo il sentiero che scendendo in direzione del fiume ci porta a visitare le trincee sottostanti. Queste sono particolarmente interessanti poiché non furono rafforzate dopo l'agosto 1916 e quindi si mostrano sostanzialmente com'erano quando erano occupate dalle truppe italiane. Tutta la zona, da qui verso l'Isonzo e la sottostante quota 170, fu coinvolta il 29 giugno 1916 nell'assalto austro-ungarico preceduto dal lancio di gas asfissianti. Dopo 400 metri il sentiero ci porta sulla strada asfaltata che sale al monte da San Martino del Carso. Poco prima di arrivare alla strada, sulla destra, si trova il valloncello ove G. Ungaretti scrisse il 23 dicembre 1915 la poesia “Veglia”.
Svoltati a sinistra la seguiamo per un'ottantina di metri sino a imboccare sulla destra un sentiero nella pineta. È questo il Sentiero dei Cippi che ci porta in breve sulla cima 4 del San Michele con la colonna commemorativa del 19° reggimento fanteria della Brigata Brescia. Senza continuare a seguire il Sentiero dei Cippi che scende poco dopo alla nostra destra, ritorniamo al piazzale dove si aprono le bocche delle caverne. Risaliamo verso il belvedere e questa volta continuiamo lungo il sentiero principale passando davanti alle bocche delle cannoniere del San Michele.
Ci fermiamo qui per la tappa odierna. La prossima volta costeggeremo le pendici sud-est del monte muovendoci in direzione di Cotici e del rifugio speleo del gruppo Kraški Krti (le Talpe del Carso).
Prima di lasciarci vogliamo ricordarvi che sulla Cima 3 del San Michele si sarebbe dovuto erigere un “monumento ossario” di dimensioni colossali. Fra i cinque lavori scelti per concorso vi era quello denominato “Fante”, a forma di gigantesca croce con una lunga scalinata che saliva da Poggio Terzarmata. “Un'enorme via crucis caratterizzata da otto stazioni scandite da altrettanti gruppi scultorei, a raffigurare il destino del soldato, dalla chiamata alle armi fino all'estremo sacrificio o al rientro operoso nella vita civile”. Per nostra fortuna il governo Mussolini respinse le richieste d'autorizzazione motivando che “la memoria dei fanti eroici caduti sul Carso si onora con opere severe e non con monumenti più o meno teatrali.…”. Per saperne di più sull'argomento vi consigliamo il bel volume “La zona monumentale del Monte San Michele” di Marco Mantini.

Per approfondire i temi trattati quest'oggi:
Grande Guerra – Le trincee raccontano” di Antonio e Furio Scrimali,
La zona monumentale del Monte San Michele di Marco Mantini,
Andar per trincee di Lucio Fabi,
La “Via Sacra” del Carso, Le Vie d'Italia III,7 luglio 1919 TCI

07/04/2020

Oggi visiteremo i dintorni di San Martino del Carso. Volendo fare il percorso della Via Sacra del Carso seguendo il più fedelmente possibile il progetto originario certamente non affronteremmo queste deviazioni poiché andremmo ad allungare di moltissimo il chilometraggio totale. Tuttavia riteniamo sia interessante parlare anche dello spazio attorno al cammino principale, vuoi per dare il motivo per un eventuale ritorno in questi luoghi, vuoi perché dal 1919 molte cose sono cambiate, compresa la visione del conflitto da parte degli storici. Luoghi ritenuti privi d'interesse nel 1919 perché legati “al nemico” e caduti nell'oblio, inghiottiti dalla vegetazione che si è lentamente impadronita del Carso anche per “merito” delle servitù militari che hanno mantenuto una bassa antropizzazione del territorio, sono stati recentemente riscoperti facendo emergere aspetti del conflitto legati all'umanità delle persone che vi erano coinvolte da entrambe le parti. Partiremo quindi dalla lapide dedicata alla poesia di Ungaretti dirigendoci verso sud. Raggiunta la SP 9 la oltrepassiamo incamminandoci in discesa su una carrareccia che un tempo era la strada che collegava Doberdò del Lago con San Martino. Percorriamola per circa 260 metri sino a incontrare sulla nostra sinistra un sentiero. Seguiamolo in discesa per 460 metri. Al termine del sentiero incontreremo una strada forestale che si sviluppa in direzione est-ovest. Svoltiamo a destra e dopo pochi metri prendiamo il sentiero sulla sinistra. Sino a pochi anni fa questa era una traccia di sentiero invasa dalla vegetazione. Negli ultimi tempi volontari italiani e ungheresi hanno ripulito l'accesso alla dolina al fondo della quale troviamo tracce di una postazione del K.u.K I.R. 61 con un cippo ricordo fino a qualche tempo fa quasi introvabile. Dal cippo ritorniamo indietro sino alla strada forestale che prenderemo ora a destra, verso est. La percorriamo tutta per circa 350 metri arrivando alla SP 9 che percorreremo su asfalto ancora per 200 metri individuando una traccia di sentiero immediatamente prima di una recinzione. Seguendo la traccia per un centinaio di metri arriviamo alla Dolina della Campana. Questa era sede di un comando austro-ungarico, attrezzata con una scala che ne permetteva un facile accesso. Oggi invece l'accesso è praticamente impossibile a causa della boscaglia e dei fitti rovi che proteggono i ricordi lì conservati. Come ci racconta Alice Schalek nel suo “Am Isonzo. März bis Juli 1916” tradotto in italiano in “Isonzofront”, la dolina, oltre a essere rivestita di legno verniciato di rosso, pavimentata con assi di legno e con due caverne con gli alloggi degli ufficiali, conteneva anche una struttura in legno che sosteneva la campana della chiesa di San Martino, caduta il primo giorno del cannoneggiamento italiano e lì riposta in attesa di poter ritornare al suo posto. All'interno della dolina troviamo anche una cisterna per la raccolta dell'acqua con un'iscrizione in tedesco e l'imbocco (chiuso) della Grotta dei Manzi. Questa si dice fosse una voragine molto profonda prima della Grande Guerra, che venne in parte riempita con il materiale di scavo delle due caverne artificiali sul fondo della dolina. Il nome deriva dalla tradizione popolare che vuole che una coppia di buoi vi sia precipitata all'interno durante lavori nei campi adiacenti. Si racconta anche che un uomo vi gettò dentro la moglie e che mentre il corpo veniva recuperato si sentisse rumore di acqua che scorreva.
Lasciamo la Dolina della Campana per affrontare un tratto di strada asfaltata che in salita ci riporterà a San Martino. Vorremmo poter evitare di percorrere questo pezzo di strada di circa un chilometro, ma è l'unico modo per andare a visitare un'altra interessantissima dolina. Ritornati quindi sulla SP 9 che avevamo lasciato per scendere alla dolina, raggiungiamo la curva dove eravamo sbucati provenendo dal cippo K.u.K 61. Continuiamo ora su asfalto per 650 metri sino a incontrare delle tabelle in italiano e ungherese che ci indicano il sentiero per raggiungere la Dolina della Baionetta (Buse Spine). Seguiamo per qualche decina di metri il sentiero sino ad arrivare a due grosse pietre carsiche con delle iscrizioni. La prima ci dice che la dolina era sede del comando del K.u.K. I.R. 46 durante i combattimenti della III e IV battaglia dell'Isonzo e durante i combattimenti del 1916. La seconda ricorda la visita qui fatta dell'arciduca Giuseppe, comandante del VII Corpo d'armata austro-ungarico, il 9 giugno 1916. Il fondo della dolina presenta caverne e resti di baraccamenti. Ritornati sulla strada provinciale in breve raggiungiamo nuovamente il paese di San Martino.
Raggiungiamo il piazzale con la fontana e andiamo verso la chiesa svoltando a sinistra al bivio per passare proprio dietro a questa e prendere poi la strada in salita sulla destra verso il cimitero (via Bosco Cappuccio. Google Maps la indica come Bosco Cappuccino!!!!). Da qui proseguiremo con il nostro cammino lungo la Via Sacra del Carso, ma oggi ci fermeremo prima, a visitare un luogo importante. Seguiremo le indicazioni per arrivare, percorrendo poche decine di metri su strada sterrata, al cippo degli Honvéd e alla Ca****la diruta. Il Cippo degli Honvéd (honvéd = difensore della Patria, era il regio esercito ungherese che ebbe una parte importantissima e fondamentale nella difesa del San Michele contro gli attacchi delle truppe italiane) è uno dei quattro cippi che furono eretti per creare un “cammino sacro” dai reduci ungheresi del conflitto. Gli altri tre cippi vennero collocati ai piedi del San Michele nei pressi di Peteano, a Nova Vas e sul m. San Gabriele. Le loro intenzioni furono stravolte dalla storia: le nuove frontiere dopo il secondo conflitto fecero cadere nell'oblio questi luoghi che iniziarono a decadere. Solamente in tempi recenti i monumenti sono stati restaurati, qui in Italia per merito della locale Sezione degli Alpini.
Nelle immediate vicinanze i resti della Ca****la Diruta che, con l'Albero Isolato costituivano punti di riferimento per le truppe impegnate nei combattimenti.
La lunghezza totale della variante descritta, comprese le deviazioni per raggiungere i luoghi citati è di circa 3 chilometri. Il tratto dalla trincea delle Frasche a San Martino, lungo il percorso più breve, è lungo poco più di un chilometro e mezzo. La variante per il m. Stella è anch'essa di circa 3 chilometri.
La prossima tappa ci porterà sul San Michele, uno dei luoghi simbolo più importanti di tutta la Grande Guerra sul fronte italiano.

Per approfondire i temi trattati quest'oggi:
“San Martino del Carso – il poeta e l'albero isolato” catalogo della mostra “Memorie di pace di popoli in guerra” a cura di Lucio Fabi, Gianfranco Simonit e Tamás Pintér.
“Trincee nascoste” di R. Todero, F. Bottazzi, G. Cabrera, P. Pollanzi, B. Scarcia
“Isonzofront” Alice Schalek
“Grotte della Grande Guerra” di Franco Gherlizza e Maurizio Radacich.
Il sito http://http://www.catastogrotte.fvg.it/ del Catasto Grotte della Regione Friuli Venezia Giulia.

02/04/2020

Superato il Cippo Brigata Sassari abbiamo raggiunto, costeggiando la trincea delle Frasche, nelle parte alta, la strada provinciale n. 9 che collega Sagrado con San Martino del Carso. La trincea prosegue al di là della strada inoltrandosi verso la zona di Bosco Cappuccio. La possiamo vedere ancora per qualche decina di metri, prima che scompaia inghiottita da una campagna coltivata. Svoltiamo a destra sulla strada provinciale che seguiamo per un centinaio di metri facendo attenzione alle auto in transito. Sulla sinistra è ben visibile una carrareccia che porta verso una casa. Imbocchiamola e seguiamola per circa 400 metri nella boscaglia, dapprima in salita, poi in discesa. Qui, sulla nostra sinistra, si stacca, un bel sentiero che costituisce un'interessante variante al percorso, facendoci transitare su quota 199 (m. Stella) con il ricordo al Battaglione Isontino austro-ungarico K.u.K. I.R. 97 e un bellissimo panorama sulla pianura isontino-friulana. Lo sguardo spazia dalle vicine località di Gradisca d'Isonzo, Farra, Cormòns, sino alle Alpi Giulie, le Alpi Carniche e persino le Dolomiti Friulane. Nelle giornate limpide possiamo vedere, tra i principali e più distinguibili, i monti Cavallo, Resettum, Cogliàns, Musi, Canin, Rombon, Mangart, Jalovec, Krn e Triglav. Isolato nella pianura si vede distintamente il colle di Medea, sul quale la bianca struttura dell'Ara pacis mundi, monumento dedicato ai caduti di tutte le guerre, ideato dall'architetto Mario Bacciocchi e realizzato nel 1950.
Continuando sul percorso principale arriveremmo in breve (circa 1 chilometro) all'abitato di San Martino del Carso senza incontrare particolari elementi di interesse, a parte il bel ambiente naturale.
Continuiamo quindi la descrizione della variante per il m. Stella riprendendola dal bivio iniziale. Da qui si sale costeggiando un campo coltivato che rimane alla nostra sinistra. Al termine del campo si entra nella boscaglia carsica. I pini neri, che troviamo frequentemente sul Carso, non sono in realtà essenze autoctone, ma furono introdotti dagli austriaci nel XIX secolo quale pianta pioniera per ridare sostanza al terreno impoverito sul quale altre piante non riuscivano più a crescere. Capace di sopportare i periodi di siccità e di resistere alla violenza della Bora, è anche in grado di produrre in pochi anni uno strato di terra vegetale preparando così il terreno per la crescita di essenze miste tipiche del territorio quali orniello, carpino nero e bianco, rovere, roverella. Anche lo scotano, più conosciuto come sommaco o fojarola, non è una pianta originaria del Carso, anche se ormai i suoi colori autunnali, associati al grigio delle rocce e all'azzurro del cielo, sono diventati emblema stesso di questa terra, fonte di ispirazione per innumerevoli artisti tra i quali il ronchese Renzo “Re” Moreu.
Usciti dalla boscaglia il sentiero prosegue su un tratto di landa carsica sino a innestarsi su una carrareccia in direzione est-ovest. Per raggiungere il piccolo cippo dedicato al K.u.K. I.R. 97 svoltiamo a sinistra, trovandolo sulla destra dopo pochi metri. Dalla semplice presenza di un sasso con una targa, il luogo si è ora arricchito di altri elementi, quali una croce, la ricostruzione di un tratto di trincea e la sagoma di un fante con “alpenstock”, zaino e moschetto.
Riprendiamo la carrareccia ritornando indietro per qualche decina di metri e proseguendo diritti al bivio da dove siamo arrivati. Continuiamo sempre diritti, prima in piano, poi in discesa, per 800 metri, sino a giungere alla strada asfaltata che collega Poggio Terzarmata (Sdraussina, prima della guerra) a San Martino del Carso, strada che veniva usata dalle truppe italiane per accedere all'altipiano. Seguiamola a destra per 150 metri sino a vedere, sempre sulla destra, una strada di campagna. Facciamo una breve deviazione per giungere al cippo dedicato all sottotenente Mario Cova, caduto a Bosco Cappuccio il 21 ottobre 1915. Il cippo è costituito da una piramide di sassi. Ritornando sui nostri passi verso la strada asfaltata, possiamo osservare le entrate di alcune caverne che dovevano essere parte della linea difensiva costituita dalle trincee dell'Albero Storto, Groviglio e delle Lunette. Altri 400 metri di strada asfaltata e siamo alla piazza di San Martino del Carso dove troviamo una delle rare fontane, alla quale possiamo rifornirci d'acqua.
San Martino è rimasto famoso per la poesia scritta da Giuseppe Ungaretti, che combatté proprio da queste parti tra la fine del 1915 e l'autunno del 1916. Troviamo una lapide con i versi della poesia proprio all'ingresso dell'abitato, in corrispondenza di un bivio, provenendo dalla SP 9. Riportiamoli:

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel mio cuore
nessuna croce manca

È il mio cuore
il paese più straziato.

Con questi versi termina il nostro cammino per oggi. Nel prossimo appuntamento rimarremo a San Martino del Carso per vistarne un po' i dintorni, prima di riprendere il nostro viaggio lungo la Via Sacra del Carso. Nel frattempo potremmo andare a gustare qualche piatto tipico locale alla trattoria "Al Poeta".

Si sono consultati i testi “Il Carso della Grande Guerra – Le trincee raccontano” di Antonio e Furio Scrimali, “San Martino del Carso 1915-1916” di Gianfranco Simonit e Ranieri Visintin, “San Martino del Carso – il poeta e l'albero isolato” catalogo della mostra “Memorie di pace di popoli in guerra” a cura di Lucio Fabi, Gianfranco Simonit e Tamás Pintér.

28/03/2020

Descriviamo oggi la variante al percorso che parte da Castelvecchio risalendo la dorsale carsica a monte dell'abitato di Fogliano. Dal piazzale ritorniamo verso il sottopasso ferroviario svoltando a sinistra prima di imboccarlo. Ancora circa 400 metri di strada asfaltata e poi, dopo una brusca curva a sinistra, tra un gruppo di case, incomincia lo sterrato che ci condurrà in salita sino alla sommità dell'altipiano. Dopo 330 metri dall'inizio della salita possiamo notare sulla destra un sentiero che sale verso la chiesetta di S. Maria del Monte. Da questo punto possiamo proseguire diritti oppure deviare per fare una breve visita alla chiesetta, sorta sui resti ancora visibili di una fortificazione veneta. La deviazione è meritevole per l'amenità del luogo e per il bel panorama che da lì si ha verso la piana isontina. La chiesa è anche interessante per gli affreschi del XVI secolo in essa presenti. La variante si ricollega al percorso principale appena 350 metri più avanti da dove l'avevamo lasciato. Tutta la zona offre innumerevoli possibilità per imparare le tecniche della mtb, raccomandandosi sempre di spostarsi con questo mezzo avendo il massimo rispetto sia per le persone che per l'ambiente naturale in cui ci si muove.
Saliamo ancora per 600 metri raggiungendo un tratto in piano che si sviluppa parallelo alla profonda cicatrice dell'oleodotto-metanodotto. Al termine del tratto in piano si incontrano gli ultimi metri della via degli Alpini, strada asfaltata che sale sino a qui dall'abitato di Fogliano. Svoltiamo a sinistra su questa strada per poi proseguire subito a destra lasciando sulla sinistra uno sterrato che in ogni caso ci porterebbe alla strada Sagrado-Doberdò. Continuiamo su strada sterrata con bella veduta verso il colle di Redipuglia sino a incrociare, dopo circa 600 metri una carrareccia. Girando a sinistra saliremo per 800 metri nella boscaglia carsica sino a raggiungere la strada Sagrado-Doberdò. Raggiuntala, svoltando a destra ci troveremo dopo poche decine di metri all'imbocco della carrareccia che porta al Cippo Corridoni.
Se invece decidiamo di allungare un po' il percorso possiamo svoltare a destra al bivio precedente, scendendo per alcuni metri sino a via delle Fornaci, strada sterrata che sale dalla frazione di Polazzo al Bio-agriturismo Parco Rurale Alture di Polazzo (https://www.parcorurale.it/). Prendiamo questa strada salendo sulla sinistra raggiungendo l'agriturismo e proseguendo sino all'incrocio con la strada Sagrado-Doberdò in località chiamata la Crosara (1.200 metri dal bivio iniziale). Circa 250 metri prima di giungere a la Crosara, sulla sinistra possiamo vedere il cippo posto in ricordo ai caduti boemi e moravi che combatterono in questi luoghi tra le file dell'esercito austro-ungarico. Lungo la strada si potranno vedere resti delle prime trincee utilizzate nei primissimi mesi del conflitto.
Giunti a la Crosara la attraversiamo imboccando la strada davanti a noi che porta in località Marcottini. Dopo appena 150 metri imbocchiamo il sentiero che parte alla nostra sinistra (C.A.I. n. 77) che dopo 850 metri ci riporta sulla carrareccia per il cippo Corridoni, nei pressi del budello delle Frasche.
L'interesse di questo tratto del percorso è specialmente di tipo paesaggistico e naturalistico. Come per tutto il resto della Via Sacra del Carso, percorrerlo in autunno, nel periodo fine ottobre – inizio novembre, permette di ammirare l'esplosione dei colori della fojarola; ma in definitiva ogni periodo dell'anno ha il suo fascino particolare, vuoi per le diverse fioriture che si susseguono: scotano, orniello, robinie, carpini, frassinella, lappola, caprifoglio, …, vuoi per i colori del cielo e dalla terra che mutano con le stagioni, con le ore del giorno e con le condizioni meteorologiche, vuoi per l'apparire, talvolta inaspettato, di pietre calcaree che sembrano creazioni di uno scultore misterioso e che evocano l'oscuro e lento lavorio dell'acqua su queste lande aride, solamente preludio della magnificenza che troveremmo nel sottosuolo.

Distanze percorse:
Da Castelnuovo al cippo Brigata Sassari per il percorso normale: 5,1 km
Da Castelvecchio al cippo Brigata Sassari per la variante di S. Maria del Monte: 6,0 km
Da Castelvecchio al cippo Brigata Sassari per la variante della Crosara: 7,0 km

Indirizzo

Monfalcone

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