29/08/2026
Riflessioni di una guida dell’Etna
Sono originario di Ragusa, ma da ormai tanti anni risiedo alla pendici del vulcano Etna, dove svolgo prevalentemente la mia professione di guida.
Ho scelto di vivere qui perché ritengo sia un luogo di eccezionale bellezza, e che grazie alla sua persistente attività vulcanica, mi offre il privilegio di vivere in prima persona spettacoli naturali unici al mondo.
Negli ultimi anni anche per via dei social media, è cresciuto in maniera esponenziale l’interesse per le eruzioni vulcaniche, ma in realtà si tratta spesso di fenomeni limitati a specifiche attività eruttive, ed in particolar modo a quelle più facilmente accessibili.
Per garantire l’ordine pubblico e la sicurezza collettiva, viene spesso limitato l’accesso ad alcune aree, così come è accaduto durante l’ultimo evento eruttivo dell’Etna.
Queste limitazioni hanno spesso un risvolto positivo e negativo allo stesso tempo, e di fatto, dispiace dirlo, non producono una crescita o comunque un effetto di tipo culturale sulla popolazione.
Vedere persone curiose, rispettose e felici davanti ad una colata lavica ci fa capire quanto la natura abbia, a maggior ragione oggi, un ruolo fondamentale nelle nostre vite.
Vedere invece flotte di persone chiassose desiderose di arrivare ad un fronte lavico solo per fare un selfie da postare sui social, ci dovrebbe far riflettere su quanto sia importante agire oggi e subito.
Come guida e amante della montagna, ho sempre guardato con sospetto al concetto di sicurezza a tutti i costi.
Ho iniziato ad arrampicare e a frequentare la montagna proprio perché attratto dall’incertezza, dalla mia fragilità fisica e morale dinnanzi all’imponenza di certi ambienti.
Proprio questa sensazione di infinita piccolezza mi ha spinto ad accrescere le mie competenze, attraverso le quali mi muovo con maggiore consapevolezza.
Cerco di trasmettere a chi si lega alla mia corda o a chi cammina con me, i valori che mi hanno accompagnato per tutta la vita.
Credo che la sicurezza in senso assoluto non esista in ambienti che non prevedono la nostra presenza, quindi perché mai la natura, in generale, dovrebbe essere sicura?
Al posto di limitare quindi, dovremmo iniziare a guardare questi luoghi con maggiore attenzione, investendo sulla formazione, creando una visione collettiva matura e sensibile, gettando le basi verso un approccio più responsabile.
Spingere affinché la gente del posto si riconosca maggiormente nel territorio che abita, senza averne paura.
Bisognerebbe educare al silenzio, all’amore per queste terre attraverso un approccio rispettoso e basato sulla conoscenza.
Dovremmo tutti iniziare a vivere questi posti con più profondità, senza vedere necessariamente pericoli ovunque.
Avere piuttosto il coraggio di assumerci la responsabilità di diffondere maggiore cultura, in primis noi viviamo il territorio da appassionati e da professionisti.
Io non mi sento parte di una società che vede nella natura un emergenza da gestire limitandone gli accessi, e voi?