02/07/2021
Un racconto dal passato
Già stavo pensando a estati lontane. Sto scrivendo senza fretta un libro sui Balcani, e sono agli inizi, all’inverno del 1991, dopo l’ultima estate della Jugoslavia. E avevo appena finito di leggere un libro strano. Narrativa giapponese, cosa un po’ insolita per me: la storia di un caffè dove puoi ritornare al passato, sia pure con qualche regola: dura finchè il caffè è caldo, e qualunque cosa tu dica o faccia nel passato non può modificare il presente. Avevo fatto fatica a entrare in quel caffè, per via di quei nomi giapponesi che non capisci se sia un uomo o una donna, e sono difficili da ricordare, da accoppiare a un volto. Ma poi mi aveva preso, e l’avevo finito (non finire un libro., sì, ho delle scuse - ho sbagliato a comprarlo, hanno sbagliato a regalarmelo, non è il momento per un libro così - ma quasi sempre incolpo me lettore, piuttosto che l’autore)
appassionandomene. E d’improvviso, il giorno dopo, sono scivolato nel passato. Perché un peschereccio ha tranciato il cavo delle telecomunicazioni e Pantelleria, il mio buen retiro del presente, è rimasta un’isola isolata: niente telefono, niente rete, niente notizie, niente social. Come a quei tempi balcanici, con un satellitare che pesava più di cento chili. O come in quell’altra vita, con i gettoni per il telefono, con le notizie sui giornali al mattino dopo, e con quella lentezza e quella distanza che avvolgeva tutto. Dura ancora, questa specie di black out e procura molti problemi: si paga solo in contante, negozi e uffici annaspano, e per tutti la realtà virtuale si è sfatta: devi incontrarti se vuoi dirti qualcosa, puoi muoverti solo in traghetto o in aereo, no messaggi o parole. Un gestore telefonico ha rimediato in qualche modo, è sopravvissuto, e la coda davanti al negozio che vende le schede è diventata un coro greco, sia pure senza anfiteatri di Taormina o templi di Segesta. Ho trascorso quattro ore in quella fila, dopo essermi accomodato in una settimana antica, senza notizie e senza voci amiche, senza brusio e senza chiacchiere. Quelle quattro ore le ho dedicate al fattaccio: il cavo tranciato. Chi, come, perché, a quanti metri di profondità, da dove arriva la nave che ricuce i cavi, ma come fanno i palombari, ma è mai possibile che andiamo su Marte e non c’è un satellite per comunicarci, sembravamo un oratorio alla vigilia della prima comunicazione, nervoso ed eccitato, pieno di attese e incertezze. Alla fine le ho avute, la scheda e il modem, e sono tornato nel presente. Ho telefonato per prima a mia nipotina, ho guardato i messaggi di famiglia, e ho anche pensato che quasi nessuno si era accorto della mia assenza, o sono abituati ai silenzi o sono irrilevante o pensano sia immortale. Forse è solo come ai vecchi tempi, con i miei genitori, quando già giravo il mondo: nessuna nuova buona nuova, se non mi faccio vivo, vuol dire che sono vivo. Non voglio dire che i vecchi tempi erano migliori, mi ricordo bene quando facevo le collect call dall’America agli amici – dicevano yes e pagavano loro – pur di sentire una voce solita, e le piccole novità da niente sotto casa. Insomma sono arrivate le notizie: due persone che conosco in ospedale, la storia di Malika, il pestaggio di Santa Maria Capua Vetere, Michela Murgia e Hamas, Beppe Grillo e Giuseppe Conte, il rientro dell’ultimo italiano dall’Afghanistan, l’addio a Rumsfeld…... quando il Napoli vinse lo scudetto sul muro del cimitero qualcuno scrisse “non sapete quel che vi siete persi”, ecco quel che mi sono perso io, oltre a qualche partita dell’Europeo. Così ho deciso, senza rinunciare al presente, di frequentare ancora un po’ il passato. Ho scartato due libri che non mi convincevano e ho trovato in cartoleria un libro finalmente ristampato. Lo avevo cercato lo scorso inverno, e preso sotto forma di e book, l’unica possibile. Adesso è lì, corposo e snello nello stesso tempo. “Gli zii di Sicilia”, di Leonardo Sciascia. L’avevo letto quarantasei anni fa, mentre facevo il militare in Sicilia. Ho ricominciato a leggerlo ieri sera, e pensavo a cosa pensasse mentre lo leggeva quello che io ero allora, mi chiedevo se si accorgesse della bellezza di quel racconto, della felicità di quella frase, e se mai avesse immaginato che quasi mezzo secolo dopo ci sarebbe tornato, su quelle pagine. Domanda inutile, perché, sì, si può viaggiare anche nel futuro, in quel caffè giapponese, ma lo si fa di meno, perché in ogni caso il presente non si cambia.