Nava Case Sibilla

Nava Case Sibilla Nava - Pornassio (IM) Cultura, tradizioni, conoscenza del territorio. A Nava in Liguria parte montana vicino al mare e alle Alpi liguri

08/05/2020
30/04/2020

Giornale Luce B0943 del 26/08/1936 Descrizione sequenze:squadre di donne raccolgono lavanda dal fiore viola azzurro sulle Alpi Marittime presso Col di Nava ;...

Prodotti Tipici - LA TORTA VERDE LIGURENava è una zona di confina tra la Liguria e il Piemonte. Questa zona di confine è...
27/09/2019

Prodotti Tipici - LA TORTA VERDE LIGURE
Nava è una zona di confina tra la Liguria e il Piemonte. Questa zona di confine è resa ancora più affascinante dall’ambiente naturale pressoché incontaminato, che consente di passare nel giro di pochi chilometri dalle dolci colline della bassa valle alle vette più imponenti delle Alpi Liguri nella parte alta, e dal passato ricco di storia grazie al passaggio di molti popoli.
Tracce di contaminazioni fra i popoli si hanno anche nei dialetti parlati nei vari comuni della valle: l’ormeasco, il dialetto di Ormea, ad esempio, è un miscuglio di termini piemontesi, liguri, francesi e di origine araba e nelle frazioni di Briga Alta e Viozene si parla il brigasco, un dialetto di origine occitana. Il legame tra le popolazioni liguri e piemontesi tra la Liguria di Ponente e l’Alta Val Tanaro è forte e si ritrova nelle manifestazioni e nelle tradizioni culinarie, religiose e non di queste regioni: qui si mescolano popoli, culture, abitudini e piatti tradizionali che vengono via via rielaborati a seconda del luogo in cui ci si trova. Come la torta verde, una torta salata a base di verdure, che troviamo in tutta la Liguria di Ponente
La torta verde
La torta verde di Nava viene farcita con biete scottate in un soffritto di b***o e porri, il riso cotto nel latte e la superficie della torta viene infine cosparsa di albume d'uova, prima di essere infornata, conferendo alla torta un delicato color ambrato

LA VIA DEL SALELe hanno percorse nel tempo soldati e pastori, pellegrini e mercanti. Dalla Liguria al Basso Piemonte, le...
22/09/2019

LA VIA DEL SALE
Le hanno percorse nel tempo soldati e pastori, pellegrini e mercanti. Dalla Liguria al Basso Piemonte, le Vie del Sale "hanno portato dal mare l'"oro bianco", quel sale indispensabile per conservare gli alimenti.
Un commercio redditizio: i dazi sul sale erano una bella fonte di guadagno, così al commercio legale si affiancava spesso il contrabbando, su percorsi di cresta, a dorso di mulo o a piedi. Dopo l'800 vennero aperte nuove strade, le "carrozzabili", percorribili con carri: iniziava l'epoca dei cartunè, i carrettieri, su percorsi scanditi da osterie, stazioni di cambio per i cavalli e di ristoro per gli uomini.
Perduta progressivamente l'importanza commerciale, oggi le Vie del Sale sono state convertite in percorsi di trekking immersi in splendidi scenari naturali oppure in "strade del mare" che offrono sorprese e scoperte. Una delle storie più curiose legate a questi itinerari è la diffusione del pesce di mare più povero, l'acciuga, nelle terre di pianura piemontesi. Forse proprio per eludere i controlli, sopra il carico di sale venivano collocate le acciughe, che così diventarono rapidamente il pesce più consumato nelle terre subalpine, portato ovunque dagli anciué, gli acciugai. Un'epopea che ha fatto nascere il piatto conviviale simbolo del territorio piemontese, la bagna cauda, sintesi perfetta di sapori di mare e di terra.
Non c'era un'unica Via del Sale, ma tanti percorsi diversi. C'era la via che dalla Costa Azzurra risaliva la Val Koja (all'epoca territorio dei Savoia) fino al Colle di Tenda e per la Val Vermenagna scendeva verso Cuneo e Asti. C'era la Via del Sale del Marchesato, che dalla Provenza, attraverso lo storico Buco di Viso e la Valle Po, arrivava a Saluzzo. E c'era la Via del Sale dei Savoia, che dalla zona di Imperia raggiungeva Nava, Ormea, Mondovì e il Torinese. Percorsi differenti che si diramavano per l'Europa: tanto che l'associazione Antiche Vie del Sale, che raggruppa una trentina di Comuni fra Liguria e Piemonte, punta a ricostruire una Strada del Sale europea, dal Mediterraneo al Baltico.
Qui di seguito vi proponiamo due modi per andare alla (ri)scoperta delle Vie del Sale del Cuneese. Un percorso escursionistico, ideale per trekking a piedi o in mountain bike ma anche in moto e in 4x4. E una strada da percorrere in auto, per conoscere le valli, la cultura, i sapori e i paesaggi verso il mare
Da Limone Piemonte al mare Il percorso da Limone a Monesi diTriora già in Liguria (chi vuole raggiungere la costa deve deviare verso Upega, Ponte di Nava, Colle di Nava e scendere a Imperia) è uno spettacolare itinerario in quota - tra i 1.800 e i 2.100 metri - che si snoda su un'antica strada "bianca" militare, interamente sterrata, 39 chilometri totali, aperta al transito quest'anno fino al 13 ottobre e accessibile liberamente da escursionisti e cicloturisti, con pedaggio (15 €) per i mezzi motorizzati. È lo stesso tracciato di una nota corsa in mountain bike, la Via del Sale (si è disputata a fine giugno la XX edizione; laviadelsale.com) e dà modo di attraversare luoghi incantevoli, dai paesaggi quasi lunari delle Carsene ai margini di parchi naturali di straordinaria bellezza e biodiversità - il Parco naturale delle Alpi Marittime e il suo corrispettivo francese, il Mercantour, il Parco del Marguareis, il Bosco delle Navette - a quelle misteriose testimonianze di storia che sono le fortificazioni militari di confine di fine Ottocento.
Il cosiddetto Anello dei Forti è uno dei tratti più suggestivi: sul Colle di Tenda verso la fine del XIX secolo furono edificate alcune grandiose caserme e fortificazioni per contrastare un'eventuale invasione francese. In tutto sei forti (oggi, dopo l'ultima guerra, in territorio francese) da vedere solo dall'esterno. Ma il fascino maggiore di tutta l'Alta Via è di essere un percorso transfrontaliero e veramente europeo, che unisce Francia, Piemonte, Liguria. Nessuna frontiera sul percorso, solo natura e storia.
La Roa Marenca, la Via del Sale dei Savoia Roa sta pervia, Marenca ha il significato racchiuso nel nome: "che porta al mare". Si tratta di un percorso antichissimo, citato già in un paio di documenti del 1207, spezzettato in numerose vie secondarie e diramazioni di sentieri e scandito da gole, anfratti, grotte dove ai tempi del contrabbando del sale era facile nascondersi. Tra le Alpi Marittime e le Langhe, nel territorio delle valli monregalesi a sud di Mondovì, il tracciato principale della Roa Marenca va da Mondovì a Ormea, una sessantina di chilometri che attraversano piccole città e borgate da scoprire. A cominciare da Mondovì naturalmente, non a caso scenario a fine '600 delle sanguinose Guerre del Sale con il ducato di Savoia, proprio a causa dell'introduzione del dazio da cui fino ad allora il Monregalese era esente. Iù'obbligo salire con la funicolare al quartiere alto Piazza, il nucleo antico, dove probabilmente passavano anche i mercanti e i contrabbandieri di sale, fra palazzi d'epoca, la gotica Torre Civica del Belvedere con l'orologio a una sola lancetta, il Museo della Ceramica, che documenta la maestria raggiunta nell'800 dagli artigiani monregalesi.

Prodotti Tipici - Il Brusso Il brussu, in piemontese bross (p**n. AFI bruss), in ligure brussu, bruzzu, a volte italiani...
22/09/2019

Prodotti Tipici - Il Brusso
Il brussu, in piemontese bross (p**n. AFI bruss), in ligure brussu, bruzzu, a volte italianizzato in bruzzo, è un derivato del latte simile ad un formaggio cremoso e spalmabile dal gusto molto forte. È diffuso soprattutto in Piemonte e Liguria.
In Liguria si ricava dalla ricotta ovina, bovina o capra lasciata fermentare in appositi recipienti in luoghi freschi, umidi e bui, e rimestata ogni giorno delicatamente con cura dal basso verso l'alto. In Piemonte è tradizionalmente ottenuta dalla fermentazione, controllata e rimestata, degli avanzi di uno o più formaggi locali, a pasta molle o semidura. Nella versione ligure a volte si aggiunge, ad un certo punto della fermentazione, una modesta quantità di formaggio erborinato, in modo che i lactobacilli riprendano la loro attività, donando man mano al brussu un profumo e un sapore ancora più complessi e interessanti.
Storia. Deve la sua origine alla necessità, tipica della cultura contadina e in particolare delle zone più povere, di sfruttare al meglio ogni possibile alimento.
Anticamente veniva prodotto facendo fermentare croste o pezzi di altri formaggi (spesso anche ammuffiti) nel distillato di vinacce, la grappa, che i contadini producevano in proprio. Dopo aver mescolato il composto si otteneva un prodotto cremoso dal sapore intenso che veniva mangiato sul pane.
Abbinamenti. Bruss su una fetta di pane di Triora. Un abbinamento classico della versione ligure del bruss è quello con il pane di Triora. Viene anche utilizzato per condire la pasta o la polenta, per insaporire minestre o con le patate al cartoccio.
I vini più indicati per accompagnare il bruss sono i rossi robusti oppure come l'Ormeasco, per esaltarne il sapore piccante, passiti come l'Erbaluce di Caluso passito.

Prodotti Tipici  - L'Ormeasco di Pornassio dopTipico della Riviera di Ponente, il vitigno Ormeasco è stato importato in ...
20/09/2019

Prodotti Tipici - L'Ormeasco di Pornassio dop
Tipico della Riviera di Ponente, il vitigno Ormeasco è stato importato in Liguria dal vicino Piemonte e geneticamente appartiene alla stessa famiglia del Dolcetto; la sua coltivazione nell’Alta Valle Arroscia è documentata già a partire dal XIV secolo: il Marchese di Clavesana, che governava le terre limitrofe a Pornassio e Pieve di Teco, con un Editto del 1303 ordinò, pena la decapitazione, di impiantare nel suo feudo solo questa varietà. Un’altra tesi vede invece questo vitigno importato dai Saraceni, sempre nel 1300, nella zona di Ormea, borgo delle Alpi Liguri, da cui avrebbe tratto la denominazione.
Vino di colore rosso intenso con orli violacei da giovane, si fa rubino carico con riflessi granati affinandosi. Odore vinoso, e fragrante da giovane; se affinato diventa ampio, fine e persistente, con sentori di ciliegia matura, mora e violetta.
Quando invecchiato, prevalgono sentori di resine boschive e legno fresco di castagno. Il sapore è asciutto e tannico da giovane, si fa asciutto, caldo, sapido ma con buona morbidezza, di buon corpo, con lieve vena tannica, con fondo piacevolmente amarognolo se giustamente affinato. .
Alcolicità: 11 - 13,5%; acidità totale: 5 per mille.
Il modo migliore per gustare l’Ormeasco, oltre a trovarlo in qualche enoteca illuminata al di fuori della Liguria, è andare a cercarlo nel territorio di appartenenza, in quel tratto in provincia di Imperia dove le montagne arrivano fino al mare e i depositi alluvionali di ghiaia e sabbia hanno formato terreni particolarmente adatti alla viticoltura. L’Ormeasco può essere considerato un vitigno di alta collina (alligna bene fino ai 700/800 metri s.l.m.), si giova delle forti escursioni termiche tra il giorno e la notte ed è molto versatile in cantina: oltre alla tipologia Rosso e Rosso Superiore, raggiunge buoni risultati anche nelle versioni Passito e Passito liquoroso. Vinificato in rosato, dà vita all’Ormeasco Sciac-trà, che significa "schiaccia e trai" in quanto le uve pigiate sono lasciate macerare per un breve periodo insieme alle bucce che poi vengono eliminate prima della fermentazione; questo vino dal colore corallo e dagli aromi di fiori rossi e di frutti di bosco non va confuso con lo Schiacchetrà delle Cinque Terre che è un rinomato quanto raro vino bianco.
Per dare all’Ormeasco di Pornassio una caratterizzazione territoriale più profonda e una maggiore visibilità rispetto alla generica denominazione “Riviera Ligure di Ponente” della quale costituiva una delle sottozone, nel 2003 è stata riconosciuta la Doc “Pornassio” o “Ormeasco di Pornassio”.
Come servirlo e conservarlo
Viene servito a una temperatura di 16-17°C se giovane, 18-19°C se superiore od affinato, in bicchieri a calice con stelo medio.
Dà il meglio di sé se invecchiato due o tre anni. Deve essere conservato in posizione coricata negli scomparti dei vini rossi della cantina, a una temperatura costante tra i 10 e i 14 gradi.
Curiosità:Abbinamenti gastronomici
Vino rosso asciutto, adatto ad accompagnare se giovane, agnolotti al sugo di carne, polenta con salsiccia e spezzatino di maiale; se superiore e affinato si abbina al piccione ripieno, coniglio in umido e al vino rosso, coniglio in porchetta, stecchi (spiedini di carni e funghi), colombacci alla pancetta, formaggi teneri.
I sapori e gli aromi dei vari cibi sono evidenziati ed armonizzati dall'ottimo equilibrio e carattere del vino, risultando un connubio ideale.

Gita in auto a Pieve di Tecoda Nava 17 minuti 10,9 km Pieve di Teco (A Céve in ligure[3]) è un comune italiano di 1.346 ...
06/09/2019

Gita in auto a Pieve di Teco
da Nava 17 minuti 10,9 km
Pieve di Teco (A Céve in ligure[3]) è un comune italiano di 1.346 abitanti[1] della provincia di Imperia in Liguria.
Il territorio geografico di Pieve di Teco si allunga in un breve tratto pianeggiante della media valle del torrente Arroscia, alla confluenza con il rio dei Fanghi e sulle prime pendici del monte Frascinello (1.120 m). Il borgo pievese, situato allo sbocco di tre ristrette valli, è dominato da tre principali monti: il Colle di Teco nella zona settentrionale, il Baraccone a ponente ed il Colle di Sant'Antonio (detto, anche, Frascinello) nella zona levantina.
Storia
Il toponimo del comune deriva dalle parole in lingua latina di Plebs - comunità o chiesa da cui dipendono altri edifici religiosi rurali - e Theicos, un'antica divinità dei Celti da cui deriverebbe il nome del monte su cui sorge Pieve di Teco. Dominio feudale dei marchesi di Clavesana furono questi ultimi ad erigere presso il monte Teco e ancora nella zona della piana, intorno al 1125, un corpo di guardia e un piccolo fortilizio per il controllo dei traffici e delle merci e di un forse già preesistente borgo sul bordo del pianoro della Ceive.
L'attuale borgo di Pieve di Teco vide la nascita nel 1233 per volontà del marchese Antonio di Clavesana, feudatario del luogo, alla cui fondazione ed edificazione parteciparono diverse comunità valligiane del territorio dell'Arroscia. L'opera prevedeva l'insediamento di circa 200-300 famiglie nel nuovo borgo che fu munito di un nuovo castello e di una nuova chiesa, l'odierno oratorio di San Giovanni Battista.
Dal 1386 Pieve di Teco fu sottoposta alla giurisdizione della Repubblica di Genova che conservò l'antico abitato in stile medievale edificato sotto la dominazione dei Clavesana ed erigendola a sede di capitanato. Quest'ultimo fu molto importante per la repubblica genovese, poiché posto alla frontiera con il territorio piemontese, in una zona strategica per il dominio della valle Arroscia.
Per dieci anni - dal 1426 al 1436 - fu occupata da Francesco Spinola, marchese della celebre famiglia genovese, e dopo anni di alternanza nella dominazione feudale, nel 1512, la Repubblica cedette la sovranità su Pieve di Teco alla Casa di San Giorgio. Poiché, tuttavia, l'amministrazione dei possedimenti territoriali si era rivelata antieconomica, la Casa di San Giorgio restituì alla Repubblica tutti i territori che le rimanevano in sovranità, fra cui Pieve di Teco, nel 1562[4].
Il borgo - in particolare le mura e il castello - subirono nel corso dei secoli innumerevoli invasioni dovendo ogni volta i Pievesi ricostruire il tutto, specie nella guerra tra i Genovesi e i Savoia del 1625.
Dopo un breve periodo di pace, una nuova contesa nel 1672 tra il feudo di Rezzo (legato a Genova) e Cenova (compresa nel sabaudo marchesato del Maro) fu la scintilla che diede origine ad un nuovo conflitto politico tra la repubblica e il Ducato di Savoia. Genova reagì all'ennesimo scontro assoldando truppe di mercenari, provenienti dalla Corsica, che in prossimità della regione detta Savonera affrontarono i Piemontesi procurando loro ingenti perdite. Negli scontri tra le due parti subirono maggiori danni gli stessi abitanti della valle Arroscia che si trovarono proprio nel mezzo dell'attacco.
Il ducato sabaudo attaccò a sua volta l'esercito corso-genovese al mattino del 21 luglio 1672 dove, grazie a nuovi rinforzi detti guardie, riuscirono a sconfiggere i mercenari in località Paperera, che da allora assunse la nuova denominazione di Paperera delle Guardie. Una lapide ricorderà ai posteri l'evento bellico, epigrafe che durante la lotta partigiana di Resistenza verrà distrutta.
Il Piemonte riuscì a conquistare Pieve di Teco nel 1744, ma già nel 1786 la popolazione si scontrò col vicino borgo di Ormea a causa dei pascoli di Viozene. Nel 1794 assistette al passaggio dell'esercito francese diretto in Piemonte, lasciando il borgo e la valle del fiume Impero in rovina. Nell'ambito della prima campagna d'Italia napoleonica è segnalato nelle cronache del borgo il pernottamento a Pieve di Teco del generale Napoleone.
Con la dominazione francese il territorio pievese rientrò dal 2 dicembre 1797 all'interno della Repubblica Ligure[5]. Dal 28 aprile del 1798 fece parte del VIII cantone, come capoluogo, della Giurisdizione di Centa e dal 1803 centro principale del III cantone omonimo nella Giurisdizione degli Ulivi[5]. Annesso al Primo Impero francese dal 13 giugno 1805 al 1814 venne inserito nel Dipartimento di Montenotte.
Nel 1815 il territorio fu inglobato nel Regno di Sardegna, così come stabilì il Congresso di Vienna del 1814, e successivamente nel Regno d'Italia dal 1861. Dal 1859 al 1926 il territorio fu compreso nel V mandamento di Pieve di Teco del circondario di Porto Maurizio facente parte della provincia di Porto Maurizio (poi Provincia di Imperia, dal 1923). Nel 1862[6] assunse l'attuale denominazione di Pieve di Teco.
Subisce alcuni aggiustamenti amministrativi nel 1928 quando, al comune di Pieve di Teco, furono aggregati i territori dei soppressi comuni di Moano e di Armo[7] e nel 1929 anche il borgo di Calderara[8] che assieme a Cartari, fino a quell'anno costituiva il comune di Cartari e Calderara (Cartari andò invece a Cesio, infine l'ex frazione del soppresso comune, Siglioli, fu unita a Vessalico). Risale, infine, al 1949[9] l'ultima modifica ai confini con la cessione della frazione di Armo per la ricostituzione dell'omonimo ente comunale.
Monumenti e luoghi d'interesse
La chiesa collegiata di San Giovanni Battista nel centro storico pievese
Architetture religiose
Chiesa collegiata di San Giovanni Battista nel centro storico di Pieve di Teco, riedificata in stile neoclassico, tra il 1782 e il 1806, su progetto di Gaetano Cantoni.
Oratorio di San Giovanni Battista a Pieve di Teco, eretto nel 1234.
Chiesa della Madonna della Ripa, a Pieve di Teco, costruita nel XV secolo così come l'attiguo campanile.
Ex convento delle Agostiniane nel centro storico di Pieve di Teco. L'edificio fu costruito sul luogo ove sorgeva l'antico castello, demolito nel 1625 dall'esercito piemontese nella battaglia tra la Repubblica di Genova e il Ducato di Savoia. Vi è murato dal 1644 un cinquecentesco bassorilievo in pietra - già presente nel precedente castello - raffigurante un agnello, san Giovanni Battista e santa Caterina d'Alessandria con la ruota del martirio.
Ex convento di Sant'Agostino nel centro storico di Pieve di Teco. Il convento è risalente al periodo rinascimentale ed è attualmente uno degli edifici di tale periodo storico meglio conservato nella zona. Il chiostro formato da ventiquattro pilastri ottagonali è databile al 1478 e risulta essere il più vasto ed arioso di tutta la Liguria occidentale; il campanile è risalente al XVI secolo e presenta una torre con cella a bifore e una cupola poligonale con pinnacoli e lanterna.
La chiesa della Madonna della Ripa
Il santuario della Madonna dei Fanghi
Chiesa parrocchiale di San Giacomo il Maggiore nella frazione di Acquetico.
Oratorio di Nostra Signora Assunta nella frazione di Acquetico.
Ca****la della Madonna di Collareto nella frazione di Acquetico.
Ca****la della Madonna della Neve nella frazione di Acquetico.
Ca****la di San Lorenzo nella frazione di Acquetico.
Ca****la di San Rocco nella frazione di Acquetico.
Ca****la di Santa Lucia nella frazione di Acquetico.
Chiesa parrocchiale di San Giorgio nella frazione di Calderara.
Chiesa vecchia di San Giorgio nella frazione di Calderara.
Ca****la della Madonna della Neve nella frazione di Calderara.
Chiesa di San Bernardo nella frazione di Lovegno.
Rovine della chiesa di Sant'Antonino nella frazione di Lovegno.
Chiesa parrocchiale di San Martino nella frazione di Moano. Di origini medievali, ma rimaneggiata in epoca barocca (prima metà del XVII secolo).
Oratorio di San Gregorio Magno nella frazione di Moano.
Ca****la di San Sebastiano nella frazione di Moano.
Ca****la della Madonna delle Grazie nella frazione di Moano, in cima al borgo, risalente al 1610 circa.
Santuario della Madonna della Neve nella frazione di Moano, presso la Colla Domenica.
Chiesa di Santa Lucia nella frazione di Muzio.
Oratorio di Santa Croce nella frazione di Muzio.
Chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo nella frazione di Nirasca.
Oratorio di San Sebastiano nella frazione di Nirasca.
Ca****la della Madonna dell'Acinello nella frazione di Nirasca.
Ca****la della Madonna delle Grazie nella frazione di Nirasca.
Ca****la di San Rocco nella frazione di Nirasca.
Ca****la di San Sebastiano nella frazione di Nirasca.
Chiesa parrocchiale di Nostra Signora del Rosario nella frazione di Trovasta.
Santuario di Nostra Signora dell'Assunta nella frazione di Trovasta.
Santuario della Madonna dei Fanghi nell'omonima località.
Convento di San Francesco. L'edificio fu eretto nella prima meta del XVII secolo ed è raggiungibile percorrendo una strada selciata in ripida ascesa. Poco più avanti del convento, posto in posizione sovrastante il paese, è presente un fitto bosco detto dei Cappuccini con alberi secolari.

Gita in auto Garessioda Nava 29 minuti  21,6 kmGaressio (Garess in piemontese, Garesce in ligure e Garéshe nel dialetto ...
05/09/2019

Gita in auto Garessio
da Nava 29 minuti 21,6 km
Garessio (Garess in piemontese, Garesce in ligure e Garéshe nel dialetto locale) è un comune italiano di 3 150 abitanti della provincia di Cuneo, in Piemonte.
Colle San Bernardo
Il territorio comunale è diviso dallo spartiacque padano-ligure delle Alpi (gli Appennini iniziano convenzionalmente al Passo o Colle di Cadibona, in provincia di Savona, sopra Altare), diviso dal Colle San Bernardo (957 m). Le frazioni di Cerisola e Le Volte infatti si trovano al di là dello spartiacque padano e hanno collegamenti regolari con Albenga. Il colle del Quazzo lo collega con Calizzano, in Val Bormida.
Storia
ll nome di Garessio (Garexium, da "garricus" = terreno incolto con il suffisso "esce" = luogo di passaggio) è forse attestato per la prima volta in un atto pubblico del 1064.
Già gli uomini della pietra vivevano nelle numerose grotte, tra le quali le più importanti per i reperti ritrovati sono quelle del Gray e di Valdinferno. La zona fu poi popolata da Liguri montani e dai Vagienni che diedero filo da torcere ai Romani della tribù Publilia collegata al Municipium di Albenga. Di questa fase romana ci restano molte testimonianze: le lapidi di Trappa, di Mindino, una tomba con vasi fittili, la testata del ponte romano di Piangranone, ecc.
Verso la fine del secolo X viene costituita la Marca Aleramica, secondo la nuova divisione dell'Italia fatta da Berengario II verso il 950.
La religione cristiana, già diffusa in Garessio, come testimoniano i resti dell'antichissima Pieve di San Costanzo, edificata su un sacello romano, ebbe una nuova fioritura dopo il Mille grazie alla nascita di chiese e monasteri.
Dopo alterne vicende, Garessio passa sotto il marchesato di Ceva.
Garessio dovette subire, nel corso dei secoli, numerose tristi vicende, pestilenze, saccheggi, distruzioni ad opera dei Genovesi, Francesi, Spagnoli sino al passaggio delle truppe napoleoniche verso il 1794, portanti sì la libertà, ma anche morte e rovina.
Nel 1814 Garessio ritornò sotto i Savoia e ne divise le sorti, prima con il regno Sardo-Piemontese e poi, attraverso le guerre del Risorgimento, con il Regno Unito d'Italia
Nel 1903 venne istituita la prima linea extraurbana con autobus d'Italia che collegava Garessio a Ventimiglia [senza fonte].
Garessio è tra le Città decorate al Valor Militare per la Guerra di Liberazione perché è stata insignita della Medaglia di Bronzo al Valor Militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per la sua attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale.
Nel novembre 1994 la cittadina ha subito pesanti danni, specie al Borgo Ponte, a causa di una violenta alluvione causata dal fiume Tanaro e da alcuni suoi piccoli affluenti; già nel 1744 un'alluvione altrettanto disastrosa aveva ridotto in cattive condizione la chiesa parrocchiale del Ponte posta nell'attuale Piazza Marconi, la quale fu abbandonata e ricostruita poi sull'altra sponda, più lontano dal fiume.
Nella frazione di Valdinferno, chiamata così da Napoleone Bonaparte forse per via di antiche torbiere che vi bruciavano nel Settecento [senza fonte], ha abitato fino alla fine del 2008, tutto l'anno, una sola persona, un reduce del fronte russo, Armando Sereno che fece un particolare voto alla Madonna: se fosse tornato vivo dalla guerra, non sarebbe mai più andato via da Valdinferno, e così è stato (egli è deceduto il 20 marzo 2009 all'età di 88 anni) [senza fonte].
Onorificenze
Garessio è tra le città decorate al valor militare per la guerra di liberazione, insignita della medaglia di bronzo al valor militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per l'attività nella lotta partigiana durante la seconda guerra mondiale
Medaglia di bronzo al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia di bronzo al valor militare
Monumenti e luoghi d'interesse
In città si può visitare il centro storico, diviso in tre borgate: Ponte, Poggiolo e Maggiore, quest'ultima appare come la più antica della città, ma questa è invece il Ponte, dove sorge una Pieve di San Giovanni, ora diventata un negozio di fiorista, già citata come «nelle vicinanze del Tanaro», un centinaio di metri, il borgo Maggiore è invece a due chilometri, dalla donazione cosiddetta di Toirano che Carlo Magno fece, nell'ottavo-nono secolo, al monastero di Varatella [senza fonte], mentre una quarta borgata è Valsorda, sede di un santuario mariano. Garessio è ricco di antiche e monumentali chiese (alcune del Gallo) e sono visibili costruzioni medioevali.
Oltre il Colle di Casotto sorge l'omonimo castello di villeggiatura e di caccia dei Savoia che si è sviluppato sul sito di una certosa del XII secolo, una delle prime in Italia, fondata da san Brunone.[6] La costruzione fu trasformata su progetto di Vittone, nel 1800, unendo al carattere di semplicità quello della monumentalità. La trasformazione in castello avvenne con i re Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, grandi appassionati di caccia. Mentre quest'ultimo vi villeggiava con i fratelli cui accudiva dopo la morte alla madre, la principessa Clotilde vi ricevette la notizia che per ragioni di Stato doveva andar sposa al fratello dell'imperatore Napoleonne III di Francia. Nel castello, restaurato dalla Regione Piemonte ma non visitabile, si trovano gli arredi delle stanze, tra cui il salotto verde e l'ampia camera della musica. Recenti scavi archeologici condotti dal politecnico di Torino hanno fatto emergere le fondamenta e, forse, le cantine della certosa quattrocentesca oltre a un cimitero di frati.
A differenza di altri comuni della valle [senza fonte], Garessio è dotata di un ricco Archivio storico (fra i pezzi più interessanti il quattrocentesco Libro della Catena con gli Ordinati medioevali della Comunità garrexina), copia di un precedente più antico, di un Museo Civico dedicato all'Archeologia e alle Scienze della Terra, di una Pinacoteca Civica «Colmo» (fondata nel 1970, riaperta nel 2004, espone 150 opere di Eugenio Colmo, Giovanni Colmo, Paulucci, Lattes, Cappellin, Mario Giugiaro, Morscio, Zumino, Decalage, West etc.) e di una biblioteca ricca di volumi e dedicata al commediografo Camillo Federici. Le quattro istituzioni culturali sono collocate nello stesso edificio della biblioteca.
Nel 1990, il poeta garessino Gian Paolo Canavese vi fondò il Museo della Poesia, accogliendo liriche giunte da ogni parte del mondo (oltre che da tutta l'Italia, anche da Fr
Tradizioni e folclore
A Garessio si svolge nell'oratorio di San Giovanni Decollato al Borgo Maggiore, con cadenza quadriennale/quinquennale, la Sacra Rappresentazione pasquale del Mortorio. La forma scenica, nella struttura principale, risale, come attestato dai documenti storici e dagli ordinati dell'omonima Confraternita, alla metà del settecento (1750 o 1751), benché tragga origine dalle processioni penitenziali tardo-medioevali introdotte dalle locali confraternite di battuti, poi unificatesi all'inizio del 1600. Il Mortorio è costituito da una recita della deposizione, a cui partecipano vari personaggi evangelici, alternata da parti recitate e parti cantate dagli angeli maggiori e dagli angeli dei misteri. Dopo la II guerra mondiale furono introdotti alcuni quadri preparatori tratti dal testo evangelico narranti gli episodi antecedenti la crocifissione e la morte di Gesù. In origine e sino ai primi anni del Novecento tutti i personaggi, anche quelli femminili, erano interpretati da ragazzi e da uomini.
Le processioni mortoriali che seguono la sacra rappresentazione, hanno luogo nella serata del venerdì santo lungo le vie del Borgo Maggiore, e nella serata del Sabato Santo lungo le tre borgate, Borgo Maggiore, Borgo Poggiolo, Borgo Ponte, con partenza dal suggestivo oratorio di San Giovanni Decollato nel Borgo Maggiore. Alla processione del sabato, detta del Cristo risorto, che un tempo era effettuata all'alba della domenica di Pasqua, partecipano tutti i personaggi della recita.[10]

Gita in auto  Villar San Costanzoda Nava 1h 54 min   118 kmIl comune di Villar S. Costanzo è costituito da diverse borga...
30/08/2019

Gita in auto Villar San Costanzo
da Nava 1h 54 min 118 km

Il comune di Villar S. Costanzo è costituito da diverse borgate e frazioni sparse sul pianoro e sulle pendici del monte San Bernardo. La tradizione narra che in questi boschi sia stato decapitato S.Costanzo, soldato della legione tebea. Sul luogo del martirio fu costruita nel VI secolo la chiesa di S.Costanzo al monte, dipendente da un'abbazia benedettina. Essa era indipendente dai signori di Busca e di Saluzzo, perchè protetta dalla chiesa milanese.
La costruzione del nucleo abitato è strettamente legata alla storia dell'abbazia.
I Ciciu del Villar
Sul monte Bernardo si trovano dei curiosi fenomeni geologici, chiamati "ciciu" per il loro aspetto goffo e poco slanciato, che li fa assomigliare a dei funghi o a dei piccoli uomini infagottati. Si tratta di colonne di terra (un centinaio) sormonate da una pietra scura.
La leggenda narra che S. Costanzo trasformò in pietra i suoi inseguitori.
La Chiesa di San Costanzo
La Chiesa di San Costanzo al Monte si trova fra i boschi, sulle pendici del monte S. Bernardo, a 807 metri di altezza.
La facciata è semplice; l'interno è suggestivo e scenografico. Si possono evidenziare due sezioni, una più antica e risalente al XI - XII secolo, l'altra più recente, del XIII secolo.

Indirizzo

Via Nazionale 145
Pornassio
18020

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