Magnasco

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Magnasco Frazione del comune di Rezzoaglio. Altitudine 823 metri. " Discant indocti, ament meminisse periti "

Un elemento importante, sia da un punto di vista artistico che funzionale di una chiesa,  è sicuramente l'organo.Non son...
15/10/2026

Un elemento importante, sia da un punto di vista artistico che funzionale di una chiesa, è sicuramente l'organo.
Non sono un musicista e neppure un appassionato esperto di musica, ma le note di un organo ( anche di una banda per la verità) mi coinvolgono sempre emotivamente.
E certamente le canne sono un arricchimento artistico importante di un luogo di culto e non un semplice complemento d'arredo, come per esempio le sedie in tubolare e laminato.
Avrei voluto fare la storia degli organi magnaschesi dall'antico oratorio ad oggi, ma per il momento non sono riuscito a trovare elementi documentali di un certo interesse. Continuerò a cercare ovviamente.
Sicuramente già nel citato oratorio seicentesco, qualche strumento per accompagnare le funzioni religiose ci sarà stato, anche se probabilmente non era un vero e proprio organo, ma più verosimilmente doveva trattarsi di un armonium a pedali, che azionavano i mantici e l'aria passando attraverso le once, generava il suono, modulato ovviamente dalla tastiera. Praticamente lo stesso funzionamento di una fisarmonica.
L'amico Carlo ne ricorda uno con queste caratteristiche, presente nella nostra chiesa e siccome questo strumento è stato inventato in Francia verso la metà del XIX secolo, poteva essere presente nel vecchio oratorio, almeno qualche decennio prima che venisse completata la nuova chiesa nel 1928. Attualmente non saprei indicare che fine abbia fatto, ma potrebbe ancora essere presente in sacrestia o in canonica. Una spiegazione comunque ci sarà sicuramente.
Ma occupiamoci del nostro organo a canne che accompagna musicalmente tanti momenti sia personali che comunitari della nostra parrocchia da quasi settant'anni.
Infatti l'articolata descrizione del progetto, conservata nell'archivio parrocchiale, porta la data del 26 ottobre 1955. Ma ( come ci ricorda un articolo del Secolo XIX ) l'inaugurazione avvenne una domenica 12 maggio senza specificare l'anno, ma che non può che essere il 1957.
Come dicevo nella descrizione del progetto, ci sono elencate tutte le caratteristiche tecniche che non specifico dettagliatamente, ma basterà ricordare che si tratta di un organo a trasmissione elettrica ( a basso voltaggio) con due tastiere da 61 tasti ciascuna, una pedaliera da 32 pedali e undici registri sonori e quattordici meccanici.
La ditta costruttrice era la famosa e prestigiosa Parodi & Marin di Genova. Che ha fornito l'organo a chiese importanti come la genovese Basilica di San Lorenzo e quella dei SS. Gervasio e Protasio di Rapallo. E molte altre ovviamente.
La ditta fondata nel 1907, ha proseguito l'attività con questa ragione sociale sino ai primissimi anni Sessanta. E dopo altre trasformazioni oggi continua l'attività a Lumarzo con la denominazione Fratelli Marin.
Dopo esattamente trentacinque anni dalla sua effettiva collocazione nella nostra chiesa, l'organo venne completamente revisionato, su impulso del parroco Don Traversone, dalla ditta Pedrazzi di Broni ( PV).
Ma vediamo di ricordare i passaggi salienti di quella bella giornata in cui venne inaugurato.
Come ho già scritto di trattava della domenica 12 maggio del 1957 e coincideva con la festa votiva della Madonna della Neve. Anche se probabilmente venne posticipata per l'occasione, perché normalmente si celebra nel mese di aprile. Presumibilmente la presenza del Vescovo giustificava anche un piccola posposizione della ricorrenza.
La giornata fu preceduta da un corso di predicazione tenuto da un frate dei Padri Minori di Chiavari. E dopo che la quasi totalità della popolazione parrocchiale aveva ricevuto la mattina presto, la Santa Eucarestia, alle undici si tenne la Messa solenne e nel pomeriggio i Vespri.
Che vennero celebrati dall'arciprete di Rezzoaglio e Vicario Foraneo don Luigi Pagliughi.
Nel pomeriggio finalmente giunse a Magnasco proveniente da Campi ( paese natale della mitica compaesana Mariuccia) dove era in visita pastorale il Vescovo di Bobbio Pietro Zuccarino che benedisse l'organo e i fedeli e ovviamente fece una appassionata omelia in cui forse preso dall'enfasi nominò madrina dell'organo addirittura la Madonna che si festeggiava quel giorno.
Subito dopo si tenne un meraviglioso concerto d' organo, attraverso le sapienti mani del maestro Dante Sciutti di Rapallo coadiuvato dai cantori della scuola rapallese. Con un programma che proponeva tra le altre, musiche di Bach, Schubert e Paganini.
E forse per concludere degnamente il ricordo di quella memorabile giornata, non trovo di meglio che riproporre la chiusura dell' articolo del Secolo XIX : " Già prima si diceva che Magnasco possiede una chiesa degna di una città, tanto più si potrà dire ora che è stata arricchita dal re degli strumenti musicali, dalla voce molteplice e sacra dell'organo".
Forse è il resoconto di una giornata che ci appare per molti aspetti lontana, forse addirittura anacronistica. Ma non possiamo dimenticare che il passato oltre ad influenzare il nostro presente, ci aiuta a definire e conservare, la nostra identità.
( Fotografia di Carlo Fontana )

Chissà quante, delle tante persone che sono passate nel corso degli ultimi secoli in questa strettoia, erano consapevoli...
14/10/2026

Chissà quante, delle tante persone che sono passate nel corso degli ultimi secoli in questa strettoia, erano consapevoli di attraversare un pezzo importante della storia magnaschese...presumo poche. Forse pochissime, eppure é proprio così. Questo scorcio di impianto urbanistico é un retaggio della Magnasco tardo medievale ed è arrivato pressoché intatto sino a noi, come muta testimonianza di un tempo lontano dove tutto ha avuto inizio.
È un aspetto della storiografia magnaschese a cui ho sempre ( colpevolmente) dedicato poco tempo nelle passeggiate aneddotiche, mentre pur senza alcuna pretesa di essere esaustivi, meriterebbe qualche riflessione in più.
In attesa di integrare il testo didascalico di questa cartolina nel prossimo tour, provo a rimediare con questo post fornendo qualche chiave di lettura che reputo interessante.
Se I romani avevano costruito i loro insediamenti con lo schema urbanistico ortogonale, in cui le strade formavano degli angoli retti e l'insieme veniva diviso in quattro parti denominate quartieri ( ecco un riferimento importante per comprendere il nostro toponimo Quarté) nel successivo medioevo si assiste ad una involuzione urbanistica, soprattutto al di fuori delle aree urbane. Cerco di essere il più sintetico possibile ovviamente.
Quindi a differenza delle griglie geometriche romane, le strade diventano spontanee, ma soprattutto vengono modellate sulle pendenze del territorio.
I vicoli interni all'insediamento abitativo risultano generalmente molto stretti, per una esigenza di protezione. E anche lo spazio pubblico è estremamente ridotto, al massimo ritroviamo qualche slargo in prossimità dei luoghi di culto o di approvigionamento idrico.
E proprio in questo quadro che si inseriscono gli angoli magnaschesi che si sono conservati perfettamente, almeno nelle loro caratteristiche essenziali, nonostante gli inevitabili rimaneggiamenti operati nei secoli successivi.
Nelle foto allegate ( dello stesso scorcio ) si possono individuare diversi elementi urbanistici che ci riportano indietro di circa cinque secoli.
Per esempio il vicolo di chiara matrice medievale, per la ridottissima larghezza, ma soprattutto per le case che seguono l'andamento curvilineo della strada , tutte addossate e con spazi esterni molto ridotti.
Le abitazioni venivano costruite a schiera per condividere un muro perimetrale, ma anche per creare una sorta di barriera per proteggersi da intrusioni indesiderate.
Verrebbe da osservare che le case disposte in questo modo erano in qualche modo sostitutive delle mura perimetrali dei borghi fortificati.
Se vi capiterà di passare in questo vicolo, provate a guardarlo con una attenzione diversa dal solito, ma soprattutto fatelo con il cuore. Perché come sosteneva il Piccolo Principe : " l'essenziale è invisibile agli occhi".

La fotografia ci mostra un interessante particolare di una delle cinque campane che compongono il concerto del campanile...
13/10/2026

La fotografia ci mostra un interessante particolare di una delle cinque campane che compongono il concerto del campanile magnaschese. Si tratta delle anse ( o trecce) che sono fuse direttamente sulla parte superiore della campana ( corona ) e servono per il fissaggio al ceppo.
Ma questa introduzione " tecnica" serve anche per introdurre un tema che risale all' inaugurazione del nostro campanile avvenuta l'otto agosto 1915.
Sicuramente quella domenica estiva le campane avranno chiamato a raccolta tutti i parrocchiani in un festoso tripudio di rintocchi. Ma presumibilmente non era la prima volta che suonavano anche perché il campanile era stato ultimato qualche mese prima nel 1914.
Quel memorabile giorno a Magnasco convennero molte persone e ovviamente i fautori di questa importante e bellissima costruzione.
A fare gli onori di casa il parroco Don Caprini. Quindi il prof. Luxoro dell' Accademia di Genova, il progettista Ing.Arch. Calcaprina, l' Avv. Sala e tutto il clero avetano. Unico grande assente il Cav. Brizzolari, ma pienamente giustificato perché ipovedente in forma grave.
Ma il vero protagonista della giornata ( oltre naturalmente la popolazione a cui andava il merito maggiore per la realizzazione del progetto) fu certamente il Vicario Generale di Bobbio, Monsignor Cesare Bobbi.
Alto prelato che ha avuto un rapporto stretto e proficuo con la nostra parrocchia e di cui ci occuperemo prossimamente.
Ma in quel memorando giorno diede il massimo con la benedizione mattutina al nuovo campanile e con un lungo discorso dopo i Vespri pomeridiani.
Un articolo del Secolo XIX dell' undici agosto dello stesso anno, ricorda che le parole del Monsignore strapparono le " lagrime" a molti dei presenti.
Avendolo letto non faccio fatica a crederlo. L'enfasi e la retorica avrebbero fatto impallidire il retore per eccellenza Claudio Achillini.
Ma bisogna calarsi nella realtà di quel tempo e non essere troppo severi con Monsignor Bobbi che proprio in quell'anno era stato insignito di un significativo riconoscimento direttamente dal Vaticano e avendo cinquantadue anni era presumibilmente in piena forma.
La parte che reputo più interessante del suo discorso ( o perlomeno più singolare) è certamente il passaggio in cui invita la comunità parrocchiale a dedicare la progettata nuova chiesa ( che verrà iniziata dieci anni dopo ) alla Madonna della Vittoria.
Per celebrare in questo modo, il faticoso raggiungimento del risultato con immani sacrifici da parte dei parrocchiani, assimilabile ad una vittoria.
Per la verità in Italia ci sono almeno quattro chiese dedicate alla Madonna della Vittoria, di cui una a Mignanego (( GE) risalente al 1625 e quindi quasi contemporanea dell'oratorio magnaschese in cui si stavano svolgendo i riti religiosi di quella memorabile giornata.
Personalmente ritengo una fortuna che non si sia dato retta ai suoi suggerimenti e che la nostra chiesa sia stata intitolata a San Bartolomeo Apostolo.
Per ragioni storiche innanzitutto e anche perché se i nostri antenati avessero voluto fare una scelta mariana, avevano già la nostra Madonna della Neve, sicuramente legata ad una tradizione ben più radicata di quella proposta dal Vicario bobbiese.
Comunque essendo mancato nel 1936 avrebbe fatto in tempo a presenziare anche all'inaugurazione della nuova chiesa avvenuta nell'agosto 1928, ma non ho alcun riscontro documentale per confermare la sua presenza.
In quel caso, se si fosse ricordato il suo accorato suggerimento di tredici anni prima, forse avrebbe convenuto che la comunità parrocchiale aveva fatto la scelta giusta intitolando la chiesa a San Bartolomeo già titolare del vecchio "hospitale in Lamis Vallis Avanti" nel XIV secolo. O forse no e si sarebbe rammaricato. Chissà.

Una amica di Magnasco, forse ignorando che sulle questioni magnaschesi,  sono come quei barzellettieri improvvisati che ...
12/10/2026

Una amica di Magnasco, forse ignorando che sulle questioni magnaschesi, sono come quei barzellettieri improvvisati che ci vogliono cinque centesimi per farli iniziare e cento per farli smettere, mi ha posto una domanda molto interessante, ma soprattutto logica : come mai la frazione di Villa Rocca è confluita nella parrocchia magnaschese quando sarebbe stato molto piú logico facesse parte di quella villanocese ?
Le ho risposto subito e credo di averla sufficientemente convinta della bontà delle mie argomentazioni, ma siccome è una questione che potrebbe interessare anche altri, propongo una risposta corredata da un estratto documentale e da una fotografia aerea che ci fornisce visivamente le distanze che separano le due sedi parrocchiali da Villa Rocca.
Iniziamo con il dire che la parrocchia magnaschese venne istituita nel 1884 mentre quella villanocese nel 1921.
Ma anche senza essere parrocchia, nel vecchio oratorio di San Rocco, l' attività liturgica veniva espletata regolarmente.
Ma quando venne istituita la parrocchia di San Bartolomeo quattro frazioni ne fecero parte :Magnasco, Cerisola, Piandifontana e per l'appunto Villa Rocca. Se per le prime tre non ci sono ovviamente dubbi sulla logicità fella scelta, su Villa Rocca ci sono eccome.
Partiamo come sempre dal fatto che non c'era la strada camionale e per andare da Villa Rocca a Magnasco bisognava percorrere la vecchia mulattiera che passava al di sotto dei paesi e arrivava al noto crocevia posto appena sopra il Quarté.
Mentre come si evince dalla foto aerea, la distanza con Villanoce ( seppure anch'essa raggiungibile solo attraverso la mulattiera ) era molto più breve.
La spiegazione di questa scelta secondo me ha origine da una contrapposizione atavica tra le frazioni di Villanoce e Cerisola legate al cosiddetto Bosco Grosso.
Come certifica questo estratto documentale del 1944 , proprio mentre si erigeva a parrocchia l'oratorio magnaschese ( 1884) era in pieno svolgimento una delle tante liti giudiziarie per l'utilizzo fel Bosco Fontana.
E gli abitanti di Villa Rocca erano schierati apertamente con i cerisolesi. Questo evidentemente ha creato i presupposti per far confluire la frazione nella nuova parrocchia anche se era decisamente più disagevole raggiungere la chiesa.
Poi possiamo anche aggiungere che questa sintonia tra Villa Rocca e Cerisola e assimilabile a quella tra Magnasco e Piandifontana. Si condivideva la scuola e le proprietà terriere confinavano per cui i rapporti erano più coesi e frequenti.
Spero di aver soddisfatto anche la vostra curiosità su una domanda che forse pochi si sono posti, ma che merita una riflessione seria e articolata.

Personaggi: Zeny Mishelli Rodriguez BlasIn termini puramente restrittivi non dovrebbe rientrare in una galleria di perso...
11/10/2026

Personaggi: Zeny Mishelli Rodriguez Blas
In termini puramente restrittivi non dovrebbe rientrare in una galleria di personaggi magnaschesi, perché come indica chiaramente il nome è peruviana di nascita e vive a Cerisola.
Ma ha abitato anche a Magnasco e soprattutto ha sposato il magnaschese Donato.
E la coppia gestisce con il figlio William una azienda agricola con paninoteca in località Valletti sulla strada che conduce al lago delle Lame, in territorio magnaschese.
Per cui rientra a pieno titolo in questa pagina interamente dedicata a Magnasco.
Di carattere come si dice oggi, solare, il suo motto potrebbe essere sintetizzato nella frase : una risata vi seppellirà.
In effetti affronta ogni situazione con positività e ottimismo ed è sempre propositiva.
Qualità che la portano ad essere benvoluta dai tanti amici che frequentano il punto ristoro dove non c'è spazio per chi vuole piangersi addosso, ma solo per quelli che vogliono farsi contagiare dalla sua voglia di vivere.

Dopo aver rivisitato la forma architettonica del nostro campanile attraverso le due possibili interpretazioni che si rif...
09/10/2026

Dopo aver rivisitato la forma architettonica del nostro campanile attraverso le due possibili interpretazioni che si rifanno al simbolismo ottagonale e alla sua funzionalità strutturale, è doveroso rivolgere le stesse attenzioni alla nostra chiesa ed in particolare alla sua inusuale forma a croce greca.
In questo caso sono abbastanza sicuro che nella mente del progettista Calcaprina , la formazione ingegneristica abbia prevalso su quella architettonica. Nel senso che non aveva altra scelta ( e vedremo il perché) ma ovviamente questo non significa che la pianta a croce greca non racchiuda tutta una serie di significati simbolici che analizzeremo brevemente. Sono sicuro che questa ultima parola ha strappato piú di un sorriso rassegnato a chi sta leggendo, ma vi prometto che farò il possibile.
Partiamo comunque dalla situazione reale in cui si trovò ad operare il Calcaprina. Inizialmente gli venne chiesto di ristrutturare completamente l'oratorio seicentesco. E il tecnico genovese abbozzò una visione d'insieme di come avrebbe modificato la vecchia struttura con questo disegno che allego. Ma poi il parroco Don Caprini e l' avv. Sala si convinsero che era preferibile costruire una chiesa nuova, anche perché la popolazione parrocchiale ( che superava di poco le 500 persone) necessitava di spazi adeguati.
E se qualcuno ritiene che l'obiettivo non sia stato raggiunto, lo smonto subito ricordandogli che la chiesa attuale occupa una superficie tre volte superiore al vecchio oratorio.
Il primo problema che dovette affrontare il progettista era sicuramente quello di creare lo spazio necessario per la nuova costruzione. Perché dove sorge ora la chiesa la conformazione del terreno era un declivio che si raccordava con la quota altimetrica tutt'ora individuabile nel giardino della casa adiacente.
Bisognava quindi portare via una notevolissima quantità di metri cubi di sterro, senza ruspe e camion, ma potendo contare soltanto sulla abnegante laboriosità della popolazione parrocchiale. Già queste considerazioni ci fanno capire come siano cambiati i tempi. In meglio o in peggio ognuno lo stabilisca in base alla propria sensibilità.
Tutti , compresi i bambini ( ovviamente quelli che avevano almeno dieci - dodici anni) si misero a disposizione per scavare e soprattutto portare via la terra con il cosiddetto " vallo " ( un cesto di salice intrecciato aperto sul davanti e con due maniglie laterali).
Mi ha raccontato Angelo dei Morinetti che sua madre allora poco più che bambina subì un forte trauma cervicale che la costrinse a stare a letto per molto tempo, perché un cerisolese ( di cui non ricordo il nome ) le aveva caricato un "vallo" pieno di terra troppo pesante per la sua età.
Tutto questo comportò un dato di fatto oggettivo. E cioè che la superficie così faticosamente recuperata poteva avere solo una forma quadrata, e su questa poteva essere costruita solo una architettura a croce greca.
Se qualcuno si chiede il perché è abbastanza semplice comprendere che una eventuale scelta a croce latina avrebbe comportato scavi maggiori, ma soprattutto il terreno a disposizione della nuova chiesa non consentiva altra soluzione.
Quindi è quasi certo che il progettista si sia uniformato a queste esigenze e abbia optato per una architettura veramente inusuale ( anche se non mancano esempi di chiese a croce greca famosissimi come la Basilica di San Marco a Venezia per esempio) e che gli ha consentito di sfruttare al meglio tutto lo spazio a disposizione. Solo per avere una idea più realistica di quel tempo, cerchiamo di guardare la chiesa attuale, ma tenendo conto che il campanile era già costruito e non c'era ancora la strada camionale. Per cui la erigenda chiesa venne incastonata sapientemente come la tessera di un puzzle, tra il campanile e la spianata a forma quadrata.
Comunque scelta non poteva essere più felice, perché a differenza della croce latina di forma asimmetrica, in quella a croce greca lo spazio si raccoglie in modo omogeneo attorno al centro sormontato dalla cupola e ponendo tutti i fedeli alla stessa distanza dal fulcro liturgico.
Poi c'è tutto un simbolismo legato ai quattro lati uguali e che quindi fanno riferimento ai punti cardinali e agli evangelisti, ma personalmente ritengo che la migliore considerazione che si possa fare a favore di questa scelta architettonica, sia ricordare che la prima versione della Basilica di San Pietro a Roma, venne progettata dal Bramante nel 1506 ed era proprio a croce greca. E credo che in questo azzardato accostamento tra il sommo artista fermignanese e il nostro Calcaprina ci possa stare tutta la bellezza della nostra chiesa ormai prossima al centenario dall'inaugurazione avvenuta nell'agosto del 1928.
N.B. avevo promesso di essere sintetico, ma come sempre non ci sono riuscito. Eppure vi assicuro che ci ho provato. :)
Fotografia aerea di Giacomo Fontana.

Più mi addentro nella conoscenza ( forse sarebbe più corretto dire osservazione ) della nostra chiesa, più mi convinco c...
08/10/2026

Più mi addentro nella conoscenza ( forse sarebbe più corretto dire osservazione ) della nostra chiesa, più mi convinco che pur non presentando capolavori assoluti ( l'unica entità artistica presente che può legittimamente aspirare a questa dimensione è la statua mariana dello Storace) presenta molteplici motivi d'interesse artistico, ma che sono praticamente sconosciuti e quindi poco valorizzati.
Tra questi sicuramente possiamo catalogare a pieno titolo le diciannove vetrate policrome inserite nei tre prospetti della chiesa, ad esclusione della facciata.
Sono state tutte donate da parrocchiani in memoria di qualche congiunto e sono di ottima fattura, anche se non provengono tutte dalla stessa bottega.
È anche molto difficile attribuire ad ognuna la provenienza, ma almeno in due casi non solo è possibile, ma assolutamente sorprendente per il prestigio delle due storiche ditte che le hanno realizzate.
Si tratta delle due vetrate allegate e precisamente quelle di San Teodoro e della Madonna con Bambino.
Nonostante le fotografie non lo consentano, osservandole direttamente nella loro collocazione, certamente saremmo colpiti da particolari stilistici molto raffinati e da una cura realizzativa molto ricercata.
Nel corso dell' ultima passeggiata aneddotica Enzo Fontana mi ha accennato al fatto che una sconosciuta visitatrice della nostra chiesa gli aveva magnificato la qualità della vetrata di San Teodoro. Evidentemente la signora aveva una sensibilità artistica non comune. Comunque anche se io non ho la stessa cultura, la segnalazione di Enzo mi ha indotto a fare una ricerca specifica, cercando di sopperire alla mia ignoranza, almeno con la curiosità che mi contraddistingue.
Partiamo dunque dalla vetrata di San Teodoro. È stata donata dall' omonimo Teodoro Fontana e realizzata nientemeno che a Monaco in Germania dalla ditta Franz Xaver Zettler fondata intorno al 1870.
Per la verità la nostra vetrata non è possibile che sia opera del fondatore perché lo stesso è mancato nel 1916. Per cui sicuramente è stata realizzata intorno al 1928 dai figli Franz e Oskar che avevano continuato l'attività del padre.
Questa ditta era considerata all'epoca una delle realtà più prestigiose al mondo nel settore delle vetrate artistiche. Al punto che rivisitando l'arte medievale, crearono il cosiddetto " Stile di Monaco" che ebbe uno straordinario successo in Europa e negli Stati Uniti.
In Italia l'espressione più prestigiosa della loro arte è presente nella chiesa di Santa Caterina d'Alessandria a Pisa, oltreché incredibilmente nella nostra piccola chiesa.
Veniamo ora alla vetrata della Madonna con Bambino. Donata da Serafino Fontana e realizzata dalla ditta Cristiano Jorger di Torino.
Attiva nella prima metà del Novecento questa rinomata ditta ha caratterizzato la sua produzione artistica rifacendosi allo stile Liberty.
Le sue vetrate le ritroviamo quindi principalmente negli storici palazzi torinesi e nella prestigiosa Terrazza Solferino.
Non avendo presumibilmente eredi interessati a continuare l'attività del fondatore la ditta ha cessato l'attività verso il 1940.
Resta comunque una delle firme più importanti nel panorama italiano delle vetrate artistiche e sicuramente avere una sua opera nella nostra chiesa è un elemento che rappresenta un valore aggiunto rilevante e significativo.
La fotografia della Madonna con Bambino mi é stata gentilmente fornita da Carlo Fontana, mentre quella pessima di San Teodoro mi impegno a sostituirla il prima possibile.

Se avete letto qualche commento descrittivo sul nostro campanile sicuramente avrete notato che la forma ottagonale susci...
07/10/2026

Se avete letto qualche commento descrittivo sul nostro campanile sicuramente avrete notato che la forma ottagonale suscita sempre un certo interesse, probabilmente perché inusuale per la nostra valle.
Mentre altrove è una scelta che ritroviamo sovente in campanili, battisteri, oratori ... ed è riconducibile sostanzialmente a due possibili motivazioni molto diverse.
Sinteticamente potremmo dire che la forma ottagonale unisce un forte simbolismo spirituale e nel contempo consente soluzioni strutturali di grande stabilità.
Non può essere un caso infatti che il campanile piú alto d' Italia, quello di Mortegliano in provincia di Udine ( 113,20 metri ) sia di forma ottagonale.
E anche il nostro pur gravando su un terreno che presenta fragilità geologiche non ha mai accusato criticità strutturali come per esempio la facciata della chiesa.
Poi come dicevo c'è un simbolismo religioso propriamente legato alla forma ottagonale.
Forse quello principale passa attraverso una considerazione geometrica, nel senso che l'ottagono nasce visivamente dall'unione tra il quadrato ( simbolo della terra ) e il cerchio ( simbolo del cielo), ma non solo perché ci sono riferimenti numerici come le Beatitudini e l'ottavo giorno per esempio.
C'è una curiosità che interesserà particolarmente gli amici villanocesi perché riguarda il loro Santo Patrono.
Infatti proprio San Rocco è il santo a cui sono stati dedicati il maggior numero di oratori e cappelle a forma ottagonale.
La spiegazione che viene fornita fa riferimento alla forma accentrata e protettiva del poligono con otto lati e al Santo invocato per eccellenza contro epidemie e la pestilenze.
Certamente entrambi rappresentano un simbolo di salvezza e di protezione è questo particolare li accomuna.
Ma chissà se quando l'avvocato Sala portò a Magnasco agli inizi del XX secolo, il Renzo Piano dell'epoca, l'ing. arch. Amedeo Calcaprina da Genova, il professionista progettò il campanile di questa inusuale forma geometrica per una scelta statica o simbolica, o per entrambe.
Non lo sapremo mai ovviamente, ma certamente possiamo affermare con sicurezza che la stessa forma che ha voluto assegnare successivamente al tiburio della chiesa è una raffinatezza architettonica che conferma la sua duplice capacità professionale, sia come strutturalista sia come architetto. E pensare che oltre a Genova e Roma abbia lavorato anche a Magnasco è un fatto straordinario, che merita di essere ricordato.
Per concludere vi voglio regalare un' ultima curiosità sul nostro campanile, sempre legata alla sua forma.
Ovviamente durante la costruzione le pietre venivano dapprima sgrossate e successivamente lavorate nella forma perfetta che ammiriamo ancora oggi. A rifinire i blocchi di pietra era uno scalpellino rimasto ignoto di Mezzanego che ovviamente utilizzava le opportune seste e con grande abilità e precisione ha trasformato il progetto cartaceo in questo gioiello architettonico.

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?(Giacomo Leopardi )Magnasco ore 6 e 30temp. 9,5 gradi - umidi...
07/10/2026

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna?
(Giacomo Leopardi )
Magnasco ore 6 e 30
temp. 9,5 gradi - umidità 98 %

Ci sono date che segnano profondamente l'evoluzione  di una comunità, perché coincidono con la conquista di elementi imp...
05/10/2026

Ci sono date che segnano profondamente l'evoluzione di una comunità, perché coincidono con la conquista di elementi imprescindibili per il progresso sociale. Ma che paradossalmente diventano nel tempo talmente di uso comune, da farci ritenere che accendere una luce attraverso un interruttore o bere un bicchiere d'acqua dal rubinetto di casa siano azioni assolutamente normali e sin qui possiamo essere nel giusto, ma se riteniamo che lo siano sempre state, siamo completamente fuori strada.
Perché in questo post vorrei parlare di due " utenze " ( per usare una terminologia che oggi suscita sempre diffidenza e irritazione) fondamentali nella vita delle persone : l'energia elettrica e l'acqua potabile. Ovviamente riferite al nostro paese. Oggi presumibilmente la maggior parte dei magnaschesi ( come tutti del resto ) rimbalza come una pallina da ping pong nel cosiddetto mercato libero dell' energia e impreca ad ogni bolletta idrica, ma non sa com'era la situazione tra il finire del XIX secolo e la prima metà del XX. Provo a soddisfare qualche vostra curiosità sperando naturalmente che ci sia, in caso contrario fermatevi qui. 😊
Se vi state chiedendo se a Magnasco è arrivato prima l'acquedotto o la linea elettrica vi dico subito che prima di vedere la luce nelle case, l'acqua sgorgava già dalle fontane pubbliche da circa quattro decenni.
Infatti il primo acquedotto pubblico a Magnasco venne realizzato a spese del Cav. Brizzolari
in contemporanea alla costruzione della fontana di Mezzo da Villa che nel 1885 aveva donato ai propri compaesani.
Mi sono sempre chiesto da dove attingesse l'acqua questa primordiale conduttura e mi sono convinto che non poteva che essere una fonte posizionata nella zona del rio Fussello, ovviamente sopra all' attuale strada Statale. Sicuramente non subiva alcun trattamento e arrivava direttamente alla fontana che non aveva alcun rubinetto, ma come ora un semplice tubo ricurvo da cui sgorgava continuamente l'acqua che alimentava le due vasche. Collegate tra di loro e di cui quella di destra con uno scarico per il troppo pieno.
Come ho già scritto e detto, sino alla fine degli anni Trenta, praticamente tutte le famiglie venivano a rifornirsi di acqua dalla fontana, mentre una decina di anni dopo la maggior parte delle case aveva un allaccio alle rete idrica .
L'anno dopo 1886, la contrada di Ca' de Biggin non volle essere da meno e rivolse la legittima istanza al loro benefattore Andrea Biggini, che fece costruire la fontana omonima.
In questo caso si potrebbe ipotizzare che l'acqua provenisse dalla zona sopra la contrada del Cugneu da dove successivamente venne attinta l'acqua per l'acquedotto delle ville del Negroponte.
L' energia elettrica invece arrivò nel 1923 ed era prodotta dalla piccola centrale collocata sul torrente Dugaia a cura della società idroelettrica Lame con sede legale a Magnasco.
La stessa società si occupava anche di approntare i primi impianti elettrici nelle case.
Erano molto semplici ( non c'erano prese per esempio) ed erano limitati al massimo a due locali della casa ( cucina e camera) con una lampadina con poche " candele" come venivano chiamati allora i Watt e con filo intrecciato esterno con punti di fissaggio in ceramica.
Mio padre ricordava gli anni della sua infanzia senza corrente e dove si utilizzavano le lampade a petrolio. Ovviamente per economizzare si abbassavano d'intensità, confidando sulla capacità dell' occhio di adattarsi alla penombra. E sull'aiuto dei lampi rossastri che fuoriuscivano dallo sportello della stufa a legna.
Immagini di un mondo che non esiste più e che certamente nessuno rimpiange. Ma anche riflettere su cosa è diventato il mercato dell'energia oggi, potrebbe risultare non proprio gratificante. E fermiamoci qui, per carità di patria.

Indirizzo

Val D'Aveto
Rezzoaglio
16048

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0185

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