24/07/2026
Cala il sole sui miei primi otto giorni qui.
Un "qui" di albe gelide, di sole che scalda nel pomeriggio, di orde di crucchi affamati che ordinano bratwurst e knodel e tracannano birre alle 11 del mattino, di nuvole e temporali, di silenzio e bellezza infiniti, di mille cose da imparare tra cui il menù in tedesco, di tanti sorrisi e di pazienza da parte dei miei compagni di lavoro, che forse pensano che sono imbranata a morte perché sto b***o non mi sogno nemmeno di mangiarlo e per loro sta semplicemente ovunque.
Sì, buona l'insalata di crauti, ogni tanto qualcuno la mangia anche, però il dio salume regna incontrastato, e l'unica che mangia le mele fuori dallo strudel è la sottoscritta.
Quando arrivi in rifugio entri in una bolla e il bisogno di contatti con il mondo esterno regredisce progressivamente.
Il telefono prende poco, e solo in alcuni punti, e dopo un paio di giorni ti scordi pure un po' di averlo. Conta l'orario in cui deve essere pronta la colazione, quanto sciroppo di sambuco ci sta nel bicchiere, quante fette di speck vanno nel tagliere, quanto devono stare le uova sul fuoco, dove vanno le bottiglie vuote, come tenere le dita quando affetti ("I think you need your fingers" mi ha detto il primo giorno Christian), quante mele bisogna sbucciare per lo strudel e come si serve la Buchweizenkuchen e con quanta marmellata.
Fumo poco, chiacchiero molto in inglese e un po' in italiano, leggo un romanzo bellissimo in cui scopro di essere addirittura una delle protagoniste, conosco tante persone diverse ma tutte felici di essere qui, che amano questo "rifugio vero" e si complimentano per la cucina e per le camere, cammino con Nini che vorrebbe tanto acchiappare uno dei marmottoni che saltellano a pochi passi da noi, mi rannicchio con lei sotto il piumone a fine giornata mentre fuori il sole scompare dietro le montagne, penso, mi riempio gli occhi e la mente di bellezza.
Per una volta, forse, ho avuto una buona idea. Ho fatto una scelta giusta.