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«Roma medievale», incontro con Alessandro Barbero (èStoria 2025 - XXI Festival internazionale della Storia di Gorizia e ...
10/09/2025

«Roma medievale», incontro con Alessandro Barbero (èStoria 2025 - XXI Festival internazionale della Storia di Gorizia e Nova Gorica).

C’è una Roma meno raccontata, che sfugge alle cartoline e ai fasti cinematografici. Una città fatta di silenzi, di crolli, di ripartenze. Centro della corte pontificia, prezioso scrigno d’arte, avversaria del potere imperiale, ma anche città profondamente in crisi, sia demografica che sociale...

Nel corso dello scavo, sono stati riportati alla luce anche manufatti di epoca medioevale collegati alla Schola Saxonum,...
03/08/2023

Nel corso dello scavo, sono stati riportati alla luce anche manufatti di epoca medioevale collegati alla Schola Saxonum, un'organizzazione militare e civile fondata nella prima metà dell'VIII secolo dai Sassoni residenti in Roma, per l'assistenza ai propri connazionali.

La reliquie, che si consideravano perdute, sono considerate di eccezionale importanza per i membri della comunità scientifica

https://www.viella.it/libro/9788833137926
29/11/2022

https://www.viella.it/libro/9788833137926

Il volume propone il frutto di quaranta anni di ricerche, che affrontano problemi sia di carattere storico generale sia mirati ad alcuni aspetti dell’urbanistica, dell’edilizia, della topografia, dell’archeologia della produzione e del consumo di Roma medievale e moderna. Pazienti riscontri tr...

https://artemagazine.it/2022/10/20/la-roma-medievale-dal-vi-al-xiv-secolo-in-una-mostra-al-museo-di-roma-palazzo-braschi...
26/10/2022

https://artemagazine.it/2022/10/20/la-roma-medievale-dal-vi-al-xiv-secolo-in-una-mostra-al-museo-di-roma-palazzo-braschi/

Info: https://www.museodiroma.it/it/mostra-evento/roma-medievale-il-volto-perduto-della-citt

Catalogo De Luca: https://www.delucaeditori.com/prodotto/roma-medievale/

ROMA - “Roma Medievale. Il volto perduto della città”, a cura di Anna Maria D’Achille e Marina Righetti, è la mostra che grazie a 160 opere tra mosaici, affreschi e opere mobili messe a disposizione da 60 prestatori tra musei, enti religiosi e istituzioni pubbliche e private, racconta la cit...

Riaffiorano case medievali presso il Castrum Caetani.
01/06/2022

Riaffiorano case medievali presso il Castrum Caetani.

  Il Messaggero - Cronaca di Roma 30 maggio 2022

03/11/2021

Il riferimento alla fase storica è una invenzione per suggerire arretratezza, un brand politico-commerciale come lo smalto per le unghie. Dalla questione femminile alle conquiste dei diritti, sono stati anni di grande conoscenza

CASTEL S. ANGELO E IL CULTO DI S. MICHELE NEL MEDIOEVO.Probabilmente Castel S. Angelo è il monumento romano di più diffi...
02/09/2021

CASTEL S. ANGELO E IL CULTO DI S. MICHELE NEL MEDIOEVO.

Probabilmente Castel S. Angelo è il monumento romano di più difficile lettura storica e architettonica. Nonostante infatti il suo aspetto (in apparenza piuttosto omogeneo) e nonostante la sua storia venga raccontata in poche righe (anche nelle migliori guide della città), Castel S. Angelo è uno straordinario palinsesto artistico e architettonico, fatto di continui ampliamenti e sovrapposizioni, le cui vicende storiche possono ancora offrire ampi spazi per nuovi approfondimenti e reinterpretazioni.

Tutti sanno che la storia di Castel S. Angelo inizia con la volontà dell’imperatore Adriano (117-138), di costruire una colossale tomba, per sé e per i suoi parenti, a imitazione di quella di Augusto sull’altra riva del Tevere. La forma originaria del Mausoleo di Adriano doveva constare di un basamento quadrato, sormontato da un cilindro e da un podio altissimo che si rastremava per fornire il piano di posa di una monumentale quadriga in bronzo guidata dal dio Helios.
Ben presto, però, già nel Tardo Impero, si capì che la possente mole del Mausoleo di Adriano poteva essere facilmente adattata a fortezza, come risulta da un passo delle Guerre Gotiche di Procopio di Cesarea (sec. VI), che traduciamo liberamente: «poiché la tomba dell’imperatore Adriano appariva come una fortezza per la città, finì per essere congiunta alle cinta grazie a due bracci di muro, tanto che oggi essa sembra un'alta torre posta a difesa di porta Aurelia» (Bell. Goth., I, 22). Quindi, già prima delle Guerre Greco-Gotiche (535-553) l’Hadrianeum era diventato parte integrante del sistema difensivo romano. L'incorporamento probabilmente è da far risalire alla ristrutturazione di età onoriana (inizio sec. V) delle Mura Aureliane, che correvano sull'altra sponda del Tevere; i due bracci di muro a cui si riferisce Procopio sarebbero dunque dei raccordi tra il mausoleo e il Ponte Elio (l'odierno Ponte S. Angelo), che forse fu anch'esso fortificato. Il passaggio in direzione del Vaticano era permesso grazie all'apertura di una porta (Porta Cornelia, che Procopio chiama Aurelia), che si ritiene fosse posizionata proprio ai piedi del mausoleo (ma che forse, nel circuito originario, doveva essere posta all'imbocco del Ponte Elio, sull'altra sponda del fiume).
A proposito dei goti a Roma, vale la pena di ricordare, per inciso, che la denominazione di Domus Theoderici (con chiaro riferimento al re goto Teoderico, il quale fu a Roma nell’anno 500) non appare invece affibbiata al Mausoleo di Adriano prima del secolo X-XI e sembra che sia stata originata da leggende germaniche altomedioevali.

Un altro nome con il quale è chiamato Castel S. Angelo nel Basso Medioevo è quello Castellum Crescenti. L’origine di questa denominazione è da ricercare nelle drammatiche vicende che videro protagonista Crescenzio Nomentano (+998). Quest’ultimo aveva organizzato una rivolta contro papa Gregorio V, obbligandolo a una precipitosa fuga a Pavia. L’imperatore Ottone III, il cui aiuto era stato invocato dal papa esule, arriva alle porte di Roma nel febbraio 998. Crescenzio allora si rifugia in Castel S. Angelo, che il cronista Rodolfo il Glabro (ca.985-ca.1047) chiama Turris Intercelos per quanto era alta, scavandovi tutt’intorno un fossato. Le truppe sassoni si dispongono in modo da tagliare ogni via di fuga e costruiscono imponenti macchine di assedio. Nella primavera del 998, i soldati ottoniani riescono alla fine a irrompere in Castel S. Angelo e catturano Crescenzio. Per ordine dell’imperatore, Crescenzio Nomentano viene fatto precipitare dai bastioni più alti del Mausoleo. L’eco della vicenda rimase impressa nella memoria della città per molti secoli, tanto che troviamo la dizione di Castellum Crescentii ancora all’inizio del XV secolo, nel trattato detto Anonimo Magliabechiano.

Hadrianeum, Castellum Crescentii, Domus Theoderici, Turris Intercelos: tanti i nomi con i quali fu noto il Mausoleo di Adriano nel Medioevo; perché però noi lo chiamiamo Castel S. Angelo?
La spiegazione tradizionale vuole che la dedica all’angelo (o, per essere più esatti, all’arcangelo) S. Michele risalga a una visione avuta da papa Gregorio Magno (590-604). Per far fronte al dilagare della pestilenza, Gregorio avrebbe stabilito di fare una processione lungo le Mura della città nel periodo di Pasqua. All’avanzare della processione, la pestilenza sarebbe retrocessa, mentre dal cielo si sarebbe stato udito un coro di voci angeliche, intonanti inni dedicati alla Vergine. Gregorio avrebbe visto allora, in cima al Mausoleo di Adriano, l’arcangelo Michele che riponeva una spada nel fodero; da ciò il papa avrebbe dedotto che la pestilenza era finita. Da quel momento il castello sarebbe stato detto Castel S. Angelo. Una decina d’anni dopo, a memoria dell’evento, papa Bonifacio IV (608-615) avrebbe costruito una chiesetta dedicata a S. Michele proprio in cima al Mausoleo, dove originariamente era stata collocata la quadriga bronzea.
A corroborare la tradizione, ci sarebbe il fatto che agli inizi del VII secolo l’Italia era quasi per intero sotto il dominio dei longobardi, che erano molto devoti a S. Michele. Nell’arcangelo guerriero i longobardi vedevano la trasposizione cristiana dei loro antichi culti nordici precedenti alla conversione. Vale la pena di ricordare che proprio a papa Bonifacio IV si deve una linea conciliante nei confronti dei Longobardi, dovuta al loro adattamento alla civiltà romana e al loro progressivo ripudio dell'arianesimo.

Tutto bene, dunque? La sovrapposizione del culto micaelico al Mausoleo di Adriano risale agli inizi del VII secolo?
Ovviamente no: il Medioevo romano nasconde sempre qualche insidia.
In primo luogo, della famosa visione di Gregorio Magno non c’è notizia nella biografia del papa redatta da Giovanni Diacono nel IX secolo; la prima attestazione di questa leggenda risale infatti alla Vita di S. Gregorio contenuta nella Legenda Aurea (46, 4) di Iacopo da Varazze, che però visse nel XIII secolo.
Anche l’attribuzione della costruzione della chiesetta a Bonifacio IV è tutt’altro che accettabile a occhi chiusi; infatti essa deriva da un passo del Martyrologium di Adone di Vienne (sec. IX), che purtroppo non è una fonte affidabilissima. Il Martyrologium, infatti, è un’opera tra le più imbarazzanti della letteratura mediolatina: molte date, ubicazioni e identificazioni riportate nell’opera spesso non sono altro che invenzioni dell’autore. Senza mai fare alcuna discriminazione, Adone confonde e frulla tra loro notizie da fonti diverse e d’incerta provenienza, mescolando nomi di persone e luoghi e aggiungendo di sua iniziativa particolari inventati di sana pianta.
Ma anche se prendessimo per oro colato la testimonianza di Adone di Vienne, i problemi non mancherebbero comunque. Infatti, Adone scrive che papa Bonifacio dedicò a S. Michele un chiesa 'in summitate circi' e che per la sua posizione elevata era detta iperbolicamente 'inter nubes'. Innanzitutto, Adone non chiarisce di quale Bonifacio si tratti (che sia il IV è solo una mera ipotesi moderna); poi, 'in summitate circi' è un’espressione piuttosto ambigua: taluni l’hanno interpretata nel senso che la chiesetta micaelica era sulla sommità della rotonda (ovvero del Mausoleo di Adriano), altri come all’estremità di un circo. Diciamo subito che questa ipotesi è seguita dai più; e probabilmente a ragione. Essa potrebbe avere un’analogia anche nella terminologia medioevale (la Torre della Moletta, per esempio, era detta anche 'in capite circi' per la sua posizione presso uno dei lati corti del Circo Massimo).
Seguendo questa seconda ipotesi, dovremmo ritenere che la chiesetta micaelica fosse posta nelle vicinanze di un antico circo; facile sostenere che il circo in questione fosse quello detto di Adriano, che si suppone fosse a nord dell’Hadrianeum.
Già in passato, tuttavia, si sostenne che Adone si riferisse non al Circo di Adriano, bensì al Circo di Flaminio (che era sotto il Campidoglio) e che la chiesa dedicata a S. Michele citata nel Martyrologium fosse in realtà l’attuale S. Angelo in Pescheria.
Ma forse non c’è bisogno di allontanarsi tanto: anche nell’area di Borgo, infatti, sorgeva un’altra chiesa dedicata a S. Michele ed essa era nei pressi del lato corto di un altro circo, ovvero quello di Nerone. Questa chiesa, oggi dedicata ai Ss. Michele e Magno, sorge su un’altura alle estreme propaggini settentrionali del Gianicolo, di fronte a S. Pietro. Non è di poco conto il fatto che alcuni scavi condotti sotto il Palazzo della Congregazione per la Dottrina della Fede, in piazza del Sant’Uffizio 11 (quindi in un punto vicinissimo alla chiesa dei Ss. Michele e Magno) sono state portate ala luce strutture di fondazione che sono state ritenute pertinenti ai carceres del Circo di Nerone.
La chiesa dei ss. Michele e Magno è 'in summitate circi' ed è in una posizione piuttosto elevata, tanto da poterla definire 'inter nubes'. Alla luce di quanto sinora detto, non è affatto da escludere che Adone stesse parlando non del sacello sul Mausoleo di Adriano, quanto piuttosto della primitiva chiesa dei Ss. Michele e Magno.

Ora, si dirà: se pure la leggenda di Gregorio Magno è, per l’appunto, solo una leggenda (peraltro molto tarda), e se pure le informazioni pervenutaci da Adone di Vienne sono per noi di valore scarso o addirittura nullo, a ormeggiare agli inizi del VII secolo la nostra chiesetta sul Mausoleo di Adriano rimane pur sempre l’appiglio dei longobardi, a cui si deve la diffusione del culto di S. Michele Arcangelo in Italia.
Anche in questo caso però i dati storici non sono di conforto della tradizione. Infatti, la dominazione longobarda durò due secoli (dal 568 al 774) e la definitiva conversione al cattolicesimo dei longobardi avvenne solo alla fine del VII secolo; quindi, se anche volessimo riconoscere a tutti i costi il patronato longobardo sulla chiesetta in cima all'Hadrianeum, non avremmo basi concrete per datarne necessariamente la fondazione al tempo di Bonifacio IV.
A ben guardare, però, è probabile che i longobardi non c’entrino in alcun modo con Castel S. Angelo.
Innanzitutto, Roma non fu mai inclusa nel regno longobardo; inoltre, la comunità longobarda a Roma formò una propria schola peregrinorum solo nella seconda metà dell'VIII secolo, peraltro presso un'altra luogo di culto, ovvero la scomparsa chiesa S. Giustino (doveva forse trovarsi dalle parti dell'attuale Cortile di S. Damaso all'interno della Città del Vaticano).
Infine c'è un argomento che sovrasta tutti gli altri. È vero infatti che è diffusa la tradizione secondo cui i sacelli dedicati all’arcangelo sarebbero sorti a memoria della sua apparizione al Monte Gargano, considerato il santuario nazionale dei longobardi; ma, in realtà, la diffusione del culto di S. Michele a Roma è anteriore a quello sul Gargano. Il primo santuario dedicato in tutto l’Occidente all’arcangelo è infatti probabilmente quello che sorse sulla collina di Castel Giubileo, lungo la via Salaria. Creduto perduto fino a non molti anni fa, recenti scoperte archeologiche hanno individuato i resti delle fondazioni della basilica paleocristiana dedicata a S. Michele, impiantata tra la fine del sec. IV e gli inizi del V sui resti di una villa di età romana. I resti, venuti alla luce al di sotto del convento delle Suore Clarisse del SS. Sacramento (al numero 11 della Salita di Castel Giubileo), hanno permesso di desumere che la forma della basilica doveva essere non dissimile a quella di S. Agata dei Goti, della metà del sec. V: entrambe le chiese furono costruite adottando la medesima unità di misura (il piede bizantino) e le stesse proporzioni.
Poiché i primi avvenimenti (peraltro leggendari) legati al santuario garganico si datano alla fine del V secolo, mentre le più antiche attestazioni archeologiche non risalgono a prima del VII secolo, è legittimo ritenere che il culto romano sia effettivamente precedente a quello garganico. Orbene: intorno agli inizi del sec. IX assistiamo al declino del santuario sulla Salaria (probabilmente per le condizioni di progressivo abbandono e di scarsa sicurezza che si erano determinate nel corso dell’Alto Medioevo nel suburbio) e a una contemporanea migrazione all’interno delle mura della città del culto micaelico. Alla decadenza della basilica sulla Salaria corrisponde così un’improvvisa diffusione in Roma di chiese che vengono fondate o ridedicate a S. Michele: pensiamo alla diaconia di S. Paolo presso il Portico di Ottavia che nell’806 assume il nome di di S. Angelo in Pescheria; pensiamo alla poc’anzi citata chiesa dei Ss. Michele e Magno, citata per la prima volta nell’854; pensiamo alla chiesa del Beato Arcangelo in vico Patricii (oggi scomparsa, ma sicuramente esistente al tempo di Leone III: 795-816); pensiamo infine al sacello di S. Angelo de Agosto (o de cacumine), costruito in cima al Mausoleo di Augusto e citato in un diploma di papa Agapito II del 955.
Fin dai primi anni del IX secolo, dunque, la città di Roma si riempie di Michaeleia, che – a parte quello al Portico d’Ottavia – probabilmente sorgevano tutti in posizioni elevate (o comunque almeno apparentemente impervie) e lungo le vie battute dai pellegrini provenienti da nord.
Per questi motivi, è dunque legittimo proporre una datazione al IX secolo anche per la chiesetta dedicata a S. Michele in cima al Mausoleo di Adriano.
E’ sintomatico, in questo senso, che la prima attestazione certa dell’esistenza della nostra chiesetta si riferisca all’apertura, presso il Mausoleo di Adriano, della posterula Sancti Angeli, lungo il circuito delle Mura Leonine, che vengono costruite giusto a metà del IX secolo. Nella biografia di Leone IV (847-855) contenuta nel Liber Pontificalis (ed. Duchesne, II, CV, 73), la posterula è indicata come quella su cui "si eleva in modo mirabile il castello detto di Sant'Angelo" ("ubi mirum in modum castellum preminet que vocitatur Sancti Angeli"). Poiché si ritiene che le biografie del sec. IX siano in genere sostanzialmente coeve ai singoli papi, è probabile che al tempo di Leone IV la chiesetta doveva essere già stata costruita.

Nell’XI secolo, vediamo poi il mausoleo prendere il nome di Mons Sancti Angeli, denominazione che troviamo attestata in Pier Damiani.
Perché però Mons? Nel Medioevo il termine è talvolta utilizzato per indicare un punto elevato anche di origine non naturale; però, nel caso di Castel S. Angelo, possiamo tentare anche un’altra ipotesi, esaminando la geomorfologia del luogo.
Risaliamo dunque il corso del Tevere fino a Ponte Milvio. Questo ponte, anche a causa delle sue arcate di scarsa ampiezza, rappresentò per secoli un ostacolo al normale deflusso delle acque fluviali, andando a costituire una specie di diga. In occasione delle piene, il fiume tracimava dagli argini troppo bassi e inondava la Via Flaminia e il suo tratto urbano (ovvero la via Lata), oggi ricalcato da via del Corso. Il Tevere tuttavia, nei periodi di piena, aveva anche un’altra strada di deflusso che costeggiava le pendici di Monte Mario, per poi rientrare nell’alveo principale a monte di Castel S. Angelo: in sostanza, un braccio secondario del Tevere saltava un meandro e andava a percorrere a un cammino pressoché rettilineo. Inoltre, sempre poco prima di Castel S. Angelo, si gettavano nel Tevere anche due affluenti minori di destra, ovvero il Fosso della Balduina e il Fosso della Valle dell’Inferno (che oggi scorrono sottoterra). Possiamo dunque facilmente immaginare la quantità di detriti che il fiume e i suoi affluenti traevano con loro; detriti che trovavano in Ponte Sant’Angelo un ostacolo difficile da superare nei periodi di piena. L’accumularsi di materiali dovuti all’azione di erosione fluviale dovette probabilmente modificare l’aspetto del Mausoleo di Adriano, dandole l’aspetto di un monticello, rendendolo anche per questo motivo idoneo a ospitare un Micheleion.

Di certo, intorno all’anno 1000 l’aspetto dell’Hadrianeum era ben diverso da quello che noi oggi conosciamo. Per quanto ne sappiamo, la struttura del mausoleo doveva ancora mantenere l’aspetto originario, salvo che per il suo collegamento alle Mura di Aureliano (che abbiamo visto già esistente al tempo delle Guerre Greco-Gotiche) e per il fosso scavato intorno al perimetro a tempo di Crescenzio Nomentano.
Solo nel Basso Medioevo l’Hadrianeum cominciò a trasformarsi nel monumento che noi oggi ammiriamo. La prima importante struttura che andò a sovrapporsi all’antico mausoleo fu un'alta torre merlata, visibile nella più antica pianta di Roma pervenutaci, quella disegnata da fra Paolino nel 1323. La torre fu costruita alla fine del XIII secolo, quando papa Niccolò III Orsini (1277-1280) elesse l’Hadrianeum come propria residenza, giudicando poco sicura la sistemazione nel Palazzo Lateranense. Al di sopra del corpo cilindrico antico (quello che oggi termina con un paramento in cotto ultimato al tempo di papa Alessandro VI), Niccolò III fece costruire la torre quadrata che andò a inglobare l’originario coronamento con la ca****la dedicata all'arcangelo Michele. La torre di Niccolò III è ancora oggi facilmente riconoscibile sulla facciata est (ornata da una bella serie di archetti ciechi poggianti su mensoline marmoree), sebbene a essa oggi si addossino - su due dei suoi lati – gli appartamenti papali d’età rinascimentale.
A Niccolò III si deve inoltre probabilmente il primo raccordo tra il Castello e gli appartamenti vaticani, noto come Passetto di Borgo. Secondo altre fonti, la trasformazione delle mura in passetto sarebbe opera di Bonifacio IX (1389-1404) e degli antipapi Alessandro V (1409-1410) e Giovanni XXIII (1410-1415). A questi papi viene in particolare attribuita la chiusura della galleria interna ad arcate e la sopraelevazione del muro, nonché il rinforzo della cinta leonina, crollata in qualche parte, con grandi archivolti visibili dalla parte di via dei Corridori.
A papa Bonifacio IX (1389-1404) si debbono anche una serie di interventi all’interno di Castel S. Angelo che ne accentuarono il carattere militare, trasformandolo definitivamente in una fortezza inespugnabile. Stando alle informazioni che riporta Giorgio Vasari, Bonifacio IX affidò i lavori allo scultore e architetto militare Niccolò Aretino (Niccolò di Piero Lamberti). A questa fase risale il cosiddetto Ambulacro di Bonifacio IX, un ampio corridoio circolare interno tuttora accessibile dal Cortile del Salvatore (è Il primo ambiente cui si accede dopo aver varcato il portone di accesso che fronteggia il ponte; è così chiamato dal busto tardo quattrocentesco, oggi conservato nella Sala delle Colonne al sesto livello di Castel S. Angelo). L’ambulacro fu ricavato tra il cilindro esterno e la cinta quadrata, tagliando le celle radiali situate alla base del corpo cilindrico - adibite a magazzini e scuderie; L’obiettivo era quello di ricavare una sorta di fossato interno che isolasse il corpo cilindrico, rendendolo pressoché impenetrabile. Bonifacio IX fece poi aggiungere anche un nuovo tratto alla rampa diametrale (così da consentire un accesso diretto alla Sala delle Urne) e fece aprire un nuovo ingresso a metà altezza della mole cilindrica raggiungibile solamente attraverso una rampa di accesso ed un ponte levatoio.
I successivi lavori avvenuti sotto i papi Niccolò V, Alessandro VI e Urbano VIII, conferirono infine all'Hadrianeum l’aspetto attuale.

Per approfondimenti:
Fabrizio Alessio Angeli, Guida di Roma medioevale, Dodici itinerari di storia, arte e archeologia entro le Mura di Aureliano, Roma, Herald Editore, 2020, pp. 343 sgg.

Immagine: Nicolò Polani, Veduta di Roma, part. (1459) - Bibliothèque Sainte Geneviève, Parigi

LE ORIGINI DEI PIERLEONI. Il 6 dicembre del 1058 viene eletto a Siena papa Niccolò II, al secolo Gerard de Chevron, vesc...
01/09/2021

LE ORIGINI DEI PIERLEONI.

Il 6 dicembre del 1058 viene eletto a Siena papa Niccolò II, al secolo Gerard de Chevron, vescovo di Firenze e uomo di fiducia del duca di Lotaringia e marchese di Toscana, Goffredo il Barbuto. Non appena eletto, Niccolò esprime la volontà di recarsi subito a Roma per insediarsi in Laterano. C’è solo un problema: a Roma un papa c’è già. È Benedetto X, eletto nel marzo precedente dall’aristocrazia romana.
Niccolò II lascia comunque Siena e parte alla volta di Roma, accompagnato da Ildebrando di Soana (il futuro Gregorio VII), con una scorta armata condotta personalmente dal duca Goffredo.
Affinché Roma si prepari ad accogliere benevolmente Niccolò II, Ildebrando mette in strada un corteo di carri pieni di denaro con cui corrompere i romani, affinché quest’ultimi cessino di sostenere Benedetto X e lo abbandonino al suo destino.
Il corteo papale arriva agevolmente a Roma; entra in città, raggiunge Trastevere e passa sull’Isola Tiberina (tunc per Transtiberim venit in insula Lycaonia, leggiamo negli Annales Romani). Ad aspettarli al varco, sulla riva opposta, c’è però uno schieramento di uomini armati fedeli a Benedetto X.
Per molti giorni si combatte per le strade e le piazze del rione S. Angelo. Alla fine, però, Niccolò II e le truppe di Goffredo riescono a raggiungere il Laterano e a espugnarlo: il deposto Benedetto X è costretto a lasciare Roma, riparando prima nel castello di Passerano, tra Tivoli e Gallicano), in mano a un ramo dei Crescenzi, e poi nel castello di Galeria, presso il potente conte Gerardo. Papa Niccolò II può dunque insediarsi in Laterano.
È il 24 gennaio 1059.

Questi, in grandi linee, gli avvenimenti del gennaio del ‘59, che hanno visto protagonisti uomini come Ildebrando di Soana e Goffredo il Barbuto, tra i più importanti per la storia europea della seconda metà dell’XI secolo. A noi però interessa un personaggio che nella vicenda ha un ruolo di secondo piano. Si tratta di Leone di Benedetto Cristiano.
Leone è il destinatario dei carri pieni di denari con cui Ildebrando intende corrompere i romani; ed è probabilmente ancora Leone ad aprire le porte della città al corteo papale. Il doppio ruolo (che potremmo definire finanziario e militare) assunto da Leone negli eventi del gennaio ‘59 non deve sorprenderci. Infatti egli è, per quel che ne sappiamo, sia un uomo d’affari (un rogito notarile del 1051 lo ricorda come vir magnificus et laudabilis negotiator) sia uomo d’arme (nella battaglia del 14 aprile del 1062 sarà alla guida dei fedeli ad Alessandro II contro l’antipapa Onorio II). Leone, però, ai nostri occhi, riveste anche un altro ruolo: egli è infatti anche il padre di quel Pietro di Leone, figura centrale della storia romana della seconda metà dell’XI secolo, dal quale deriva il cognome della famiglia Pierleoni.

Tradizionalmente, si ritiene che la famiglia Pierleoni tragga origine da un certo Baruch, grande finanziere ed erede di una ricca famiglia ebrea, che nell’XI secolo avrebbe fatto grossi prestiti al cosiddetto movimento riformatore della Chiesa.
Potrà sembrare strano che un papa abbia chiesto denaro a una famiglia ebrea; bisogna però tener conto che nel Medioevo ai cristiani era proibita l’usura (intesa nel senso più ampio di un prestito con il calcolo degli interessi), in quanto la maturazione degli interessi era vista (e tecnicamente in effetti lo è) come una monetizzazione del tempo. Poiché infatti, secondo la teologia medioevale, il tempo è di Dio e non dell’uomo, il cristiano non lo può vendere. Ma se questa era la posizione ufficiale della Chiesa (propugnata tra gli altri da Anselmo d'Aosta e poi ufficialmente ribadita dai concili lateranensi del 1139 e del 1179), essa non poteva ovviamente riguardare anche gli ebrei, la cui religione, pur vietando l’usura tra aderenti alla medesima confessione, la tollerava nei rapporti con i gentili.
L’ascesa di Baruch e della famiglia avrebbe poi avuto il suo punto di svolta con la sua conversione al cristianesimo, avvenuta intorno alla metà dell’XI secolo. Baruch si sarebbe fatto battezzare, assumendo il nome di Benedetto Cristiano. Quindi, l’ebreo Baruch sarebbe il padre di Leone di Benedetto e il nonno di Pietro di Leone.

Per raccontare le origini dei Pierleoni abbiamo usato il condizionale. Sebbene infatti la loro discendenza dall’ebreo Baruch sembra essere oggi un dato assodato, la questione è in realtà tutt’altro che chiusa. Infatti la discendenza giudaica dei Pierleoni sembra essere, più che una verità accertata, la cristallizzazione storica di un argomento fatto girare ad arte per screditare la famiglia, in un’epoca in cui l’antisemitismo era una piaga diffusa.
Su quali basi si sostiene l’origine ebraica dei Pierleoni? Per tentare di essere il più chiaro possibile, riassumo le argomentazioni in cinque punti distinti:
1) uno scrittore del tempo, Benzone d’Alba, sostiene (e lo mette per iscritto nei suoi Ad Heinricum IV Imperatorem libri VII) che Leone era judeus;
2) il nome del padre di Leone (Benedetto) è esplicita traduzione dell’ebraico Baruch; inoltre il secondo nome (Cristiano) sarebbe un appellativo dato agli ebrei convertiti;
3) i Pierleoni sarebbero originari di Trastevere, ove risiedeva un’ampia comunità ebraica;
4) la famiglia emerge come finanziatrice del papato: e gli ebrei erano legittimati (a differenza dei cristiani) a prestare denaro e praticare l’usura;
5) l’unico papa Pierleoni, Anacleto II (che peraltro è passato alla storia come antipapa), è stato identificato con il leggendario papa ebreo, tramandato da tradizioni giudaico-ashkenazite e dall’aneddotica popolare.

Ci sarebbero dunque abbastanza elementi per stare certi delle origini ebraiche dei Pierleoni, peraltro sostenute da tutti gli storici fino a oggi. Eppure c’è motivo di dubitare. Ammetto che tremano i polsi quando si tratta di rimettere in discussione argomenti consolidati che compaiono in innumerevoli testi, anche a opera di illustri studiosi, primo fra tutti Paolo Brezzi, il quale, già settant’anni fa, scrisse che l’origine ebraica dei Pierleoni è indiscutibile.
In realtà, già nel Settecento, ci fu chi sostenne un’origine diversa della famiglia Pierleoni. Felice Maria Nerini, abate generale dell’Ordine di S. Girolamo (1705-1787), nel suo De templo et coenobio sanctorum Bonifacii et Alexii historica monumenta, non solo contestò le origini ebraiche dei Pierleoni, ma sostenne che essi traessero origine dall’aristocrazia tiburtina: egli addusse due passi (mal citati, il che spiega perché Pietro Fedele non li abbia individuati) tratti dagli Excerpta ex Archivo Monasterii Sublacensis, in cui sono citati un Petrus et Leo filius eius magnifici viri in un giudizio tenutosi a Tivoli sotto Sergio III (papa dal 904 al 911), mentre sotto Giovanni XIII (papa dal 965 al 972) era dux et comes civitatis Tiburtinae un certo Graziano. Nerini tuttavia non spiega come, secondo lui, questi personaggi tiburtini sarebbero collegati ai Pierleoni, a parte la ricorrenza di nomi che ritroveremo al'interno della famiglia PIerleoni. Inoltre Nerini fa risalire la notizia dell’origine giudaica dei Pierleoni ad Arnolfo di Séez, che scrisse il suo Tractatus de schismate orto post Honorii II papae decessum con chiari intenti diffamatori nei confronti di Anacleto II Pierleoni (papa dal 1130 al 1138), del quale era contemporaneo. Tuttavia come abbiamo visto, già Benzone d’Alba, mezzo secolo prima di Arnolfo, aveva sostenuto che Leone di Benedetto era judeus.
Quindi, nel complesso, la posizione di Nerini appare non solo nebulosa, ma anche mal fondata sulle fonti storiche. Eppure Nerini potrebbe comunque aver avuto una straordinaria intuizione; ma per provarlo, dobbiamo riprendere in mano tutta la questione e riaffrontare a uno a uno i cinque punti sopra elencati.

1) Benzone d’Alba effettivamente sostiene che Leone di Benedetto Cristiano è judeus e originaliter procedenti de judaica congregatione. Benzone in effetti è un contemporaneo molto informato sugli avvenimenti che narra; era giunto a Roma intorno al 1061, al tempo di papa Alessandro II, successore di Niccolò II. L’opera principale di Benzone, l’Ad Heinricum imperatorem libri VII, riceve la sua forma attuale probabilmente tra il 1085 e il 1086, ma sarà più volte rimaneggiata fino alla morte dell’autore.
Benzone, tuttavia, è tutt’altro che un testimone imparziale: egli, con larghi mezzi finanziari messigli a disposizione dall’imperatore Enrico IV, svolge una vasta campagna di proselitismo a favore dell’antipapa Onorio II. La sua polemica contro Alessandro II e Ildebrando di Soana è violenta e radicale. Ne sono già un segno gli epiteti, spesso grotteschi, con cui egli apostrofa sia papa Alessandro II (al secolo Anselmo da Baggio, che lui chiama Asinelmus, Asinander, Asinandrellus, Anselmus Phariseus, ecc.) sia Ildebrando (detto Merdiprandus, Folleprand manicheus, Diabolus cucullatus, Sarabaita - un termine che nel Medioevo indicò i monaci degenerati - e via dicendo). Secondo Benzone, Alessandro II e Ildebrando sono eretici, perché vogliono distruggere l'autorità imperiale, stabilita da Dio. Dare dunque dello judeus a Leone potrebbe non essere molto diverso dall’epitetare Ildebrando come eretico: siamo nell’ambito della letteratura polemica e libellistica, dove largo spazio è lasciato all'invettiva e all’ingiuria e dove il gusto per metafore, antitesi e ossimori è di maggior peso rispetto alla fondatezza delle argomentazioni.

2) Il nome del padre di Leone, Benedetto, è effettivamente la traduzione dell’ebraico Baruch, citato in molti studi moderni e contemporanei. Come, però, ha giustamente già sottolineato Chris Wickham, il nome di Baruch non si riscontra in alcuna delle fonti medioevali. E, tanto per fare due esempi di età moderna, né Antoine Pagi (1624-1699) né Antonio Vendettini (1704-1781), che pure trattarono dei Pierleoni facendo proprie l’opinione corrente sulle origini ebraiche dei Pierleoni, non fecero menzione di Baruch. Si tratta, pertanto, con tutta probabilità, di un’invenzione posteriore, ottocentesca, basata su un banale sillogismo: se Benedetto Cristiano era ebreo, il suo nome ebreo doveva essere la traduzione di Benedetto in ebraico, ovvero Baruch. Il problema che questa ricostruzione, del tutto ipotetica, è stata presa come un dato assodato da quasi tutti gli storici contemporanei.
E il soprannome Cristiano? Non è forse una caratteristica dei convertiti? Anche questa ipotesi ha tutta l’aria di una spiegazione data a posteriori. In realtà, il nome Cristiano è infrequente in Italia, ma ha una certa diffusione Oltralpe (nella duplice forma Chrétien o Christian) e non è affibbiato a ebrei convertiti: a meno di non ritenere di origine ebrea anche il celebre autore di romanzi cortesi Chrétien de Troyes o san Cristiano di Douai! Pertanto credo che Cristiano sia un semplice antroponimo senza particolari valenze, in un periodo in cui l’identificazione anagrafica era tutt’altro che rigida.
Per inciso, vale la pena di ricordare che, se a Roma era d’uso prevalente l’impiego del de tra nome e patronimico (come nel caso del nostro Leo de Benedicto Christiano), altrove in Italia (soprattutto nel Nordest) è frequente la declinazione del patronimico nello stesso caso del nome: esiste dunque una possibilità che Cristiano possa essere semplicemente il nome del padre di Benedetto.

3) Passiamo alle origini trasteverine di Benedetto Cristiano e quindi dei Pierleoni. Ebbene, nonostante questo dato venga riportato praticamente sempre, non c’è alcuna fonte medioevale che lo attesti. Tutte le proprietà sicuramente dei Pierleoni sono raccolte lungo quella straordinaria Linea Maginot costituita dalle fortificazioni sull’Isola Tiberina, da una torre, oggi scomparsa, nei pressi dell’attuale Sinagoga, dal Teatro di Marcello (o almeno una porzione di esso), dalla casa-torre sull’altro lato della strada dell’attuale via Petroselli, dalla chiesa e dal campanile (in origine una torre) di S. Nicola in Carcere (una sorta di ca****la di famiglia dei Pierleoni), e dal palazzo, ricostruito nel secolo scorso al Velabro, ma che in origine si elevava nella oggi scomparsa via del Ricovero, a pochi passi dal Teatro di Marcello. E a Trastevere? A Trastevere niente.

4) Parliamo ora del fatto che si sostiene che il papato (cosiddetto “riformatore”) aveva bisogno di denaro nella lunga lotta delle investiture e che solo gli ebrei potevano praticare l’usura. A parte il fatto che a Ildebrando di certo non mancavano certo i finanziatori (ricordiamoci che dietro di lui c’era sia Goffredo il Barbuto sia, probabilmente, i ricchissimi cluniacensi: sia l’uno che gli altri avevano infatti tutto l’interesse a svincolare il papato dalle ingerenze imperiali), poteva mai una famiglia ebraica avere veramente una tale disponibilità economica da sostenere il papato nella sua lotta per la riforma della Chiesa? Probabilmente no: i prestatori ebrei nel Medioevo operavano soprattutto nel settore del piccolo e medio credito, fra i ceti più bassi della società.
C’è però un altro punto da considerare: se lo stereotipo dell’ebreo usuraio giustificò l’opinione (errata) secondo cui tutti gli ebrei erano usurai, da ciò derivò, specularmente, che tutti i prestatori venivano detti ebrei. E allora, se pure i Pierleoni avessero prestato soldi al papato, ciò sarebbe bastato ai loro oppositori per tacciarli di essere israeliti. Se è vero infatti che la posizione ufficiale della Chiesa proibiva l’usura, non per questo non esistevano prestatori cristiani, che Bernardo di Clairvaux - con un’espressione per noi eloquente - definiva ebrei battezzati.
C’è poi ancora un’altra considerazione da fare: se erano i proto-Pierleoni a finanziare i cosiddetti riformatori, perché è Ildebrando a inviare a Leone di Benedetto le già ricordate carrettate di soldi per convincere i romani ad abbandonare l’antipapa Benedetto X? Non ha alcun senso che Ildebrando abbia spedito denari al suo stesso finanziatore!

5) Accenniamo, infine, alle presunte frequentazioni ebraiche dell’unico papa sicuramente Pierleoni (passato poi alla storia come antipapa). Voglio dire subito che l’identificazione di Anacleto II (1090-1138, antipapa dal 1130 alla morte) con il papa ebreo, raccontato in mille varianti dalla tradizione popolare, ha probabilmente le stesse caratteristiche e la medesima infondatezza delle fantasiose storie sulla papessa Giovanna e sulle arti negromantiche attribuite a papa Silvestro II.
La leggenda del papa ebreo vuole che un fanciullo, rapito alla sua famiglia ebraica (romana, magontina o sp****la, a seconda delle versioni), fosse stato cresciuto secondo usi cristiani e, per ironia della sorte, avviato alla carriera ecclesiastica. Una volta diventato addirittura papa, il protagonista avrebbe scoperto le sue origini e sarebbe ritornato segretamente alla sua prima fede.
Ancora oggi, c’è chi identifica Anacleto II, nato nel 1090, con Elhanan, figlio del rabbino (morto intorno al 1015-1020) Simeone ben Isaac ben Abun di Magonza.
In realtà è possibile che la storia del papa ebreo sia nata e si sia sviluppata solo nel XVI secolo in ambienti giudaico-ashkenaziti, basandosi forse sulle opere polemiche scritte al tempo dello scisma del 1130-1138 dai già ricordati Arnolfo di Séez e da Bernardo di Clairvaux (1090-1153). Bernardo, in particolare, fu uno dei più accaniti nemici del suo coetaneo Anacleto II Pierleoni e di re Ruggero II di Sicilia (1095-1154), nella lotta che vide questi ultimi contrapposti, rispettivamente, a papa Innocenzo II (papa dal 1130 al 1143) e all’imperatore Lotario II di Supplimburgo (1075-1137). Per usare un’espressione cara al giornalismo contemporaneo, Bernardo di Clairvaux mise in moto una vera e propria macchina del fango per screditare Anacleto e Ruggero, che fu definito da Bernardo come un re mezzo pagano. Dobbiamo dunque meravigliarci se nel 1130, nell’acredine della lotta politica, sia venuta fuori la storia dell’origine ebraica dei Pierleoni, che per di più trovava un appiglio nell’opera di Benzone d’Alba? E dobbiamo meravigliarci se tutto ciò si tradusse, nell’aneddotica popolare, in storie che possono tutt’al più interessare lo storico del folklore?

Torniamo però, ancora una volta, all’aggettivo judeus usato da Benzone d’Alba, che è, ripetiamolo, la prima testimonianza della supposta origine ebraica dei Pierleoni, da cui forse trassero ispirazione i polemisti del XII secolo.
Volendo portare l’analisi alle estreme conseguenze, c’è una possibilità che Benzone d’Alba non pensasse affatto che Leone di Benedetto fosse israelita, né che volesse ingiuriarlo dandogli dell’ebreo. Infatti, l’aggettivo potrebbe essere inteso non come sinonimo di ebreo, bensì nel senso di seguace di Giuda Iscariota, il traditore per antonomasia; quando scrive Leo Iudeus, Anselmus Phariseus, probabilmente sta ‘solo’ accusando Leone di Benedetto e Anselmo da Baggio di essere come i nemici di Cristo. Un possibile avallo a questa mia ipotesi è nella singolare corrispondenza con un’altra definizione affibbiata da Benzone (II, 9) a Leone di Benedetto Cristiano, che viene detto synonica stropha plenus, espressione traducibile come dotato dell’arte ingannatrice di Sinone, il greco che perfidamente raggirò i Troiani con lo stratagemma del cavallo di legno. Benzone, paragonando Leone di Benedetto a Giuda e Sinone, vuole sottolinearne la falsità e l’infedeltà.
Vale la pena di ricordare che il parallelismo tra Sinone e Giuda trova riscontro nella cultura medioevale: ne è testimone niente meno che Dante, che li pone nel punto più basso dei rispettivi cerchi dell’Inferno (il penultimo e l’ultimo); e anche Geoffrey Chaucer, nel Racconto del ca****lano della monaca, li ricorda entrambi, insieme a Gano di Maganza (il traditore di Roncisvalle), come massimi esempi di ingannatori.
È interessante in tal senso anche l’espressione Iudeus erat, iudaice loquebatur con la quale Benzone commenta un discorso di Leone. Se intendessimo iudeus nel senso di ebreo, potremmo tradurre la frase con ebreo era e da ebreo parlava, che però, si ammetterà, non significa molto, a meno che non si ritenga che Leone abbia arringato la platea in lingua ebraica! Viceversa, intendendo iudeus nel senso di seguace di Giuda, la frase potrebbe stare a significare ingannatore era e da ingannatore parlava, che mi assolutamente sembra più pertinente.

Si ammetterà che già il fatto stesso di avere il sospetto che Benzone potrebbe non aver mai pensato che Leone di Benedetto fosse ebreo, ha come conseguenza che non abbiamo alcuna testimonianza certa dell’origine ebraica dei Pierleoni che risalga a prima del XII secolo, quando, effettivamente, le voci si moltiplicano. A quest’epoca però, sono ormai passati più di cento anni dalla presunta conversione di Benedetto Cristiano e le testimonianze non sono di certo più di prima mano. I primi dunque che forse fecero circolare la notizia dell’origine ebraica dei Pierleoni furono probabilmente Arnolfo di Séez e Bernardo di Clairvaux (1090-1153), i quali, essendo probabilmente a conoscenza dell’opera di Benzone, potrebbero avere avuto buon gioco a travisare (in buona o in mala fede) il termine judeus. D’altronde, l’uso spregiudicato delle fonti da parte di Bernardo è ben noto. Nella famosa disputa con Abelardo, non mancò di affibbiare al filosofo di Le Pallet tutta una serie di testi apocrifi, pur di far cadere su di lui l’accusa di eresia (guardandosi bene poi di affrontarlo a viso aperto in un confronto pubblico).
C’è, infine, anche un aspetto cronologico da tenere a mente: quando scriveva Benzone l’antisemitismo non aveva ancora preso la piega che prenderà anni dopo, e che sfocerà negli eccidi di ebrei nel corso della prima crociata del 1096. Al tempo di Bernardo di Clairvaux, invece, la situazione era profondamente cambiata e dare dell’ebreo ad Anacleto II era un argomento fortissimo per screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica. Poiché poi, nell’albero genealogico di Anacleto II, non era possibile (e non lo è tuttora) risalire oltre Benedetto Cristiano, si è desunto che sia stato quest’ultimo il primo converso.

Alla luce di tutto quanto sopra esposto, si dovrà dunque concedere che c’è quanto meno - per dirla con un famosa espressione giuridica - del fumus boni juris nel pensare che i Pierleoni non fossero affatto ebrei.

Torre Pierleoni
La Torre dei Pierleoni al Teatro di Marcello

A lato del problema dell’origine dei Pierleoni, non possiamo esimerci dall’affrontare la vexata quaestio della parentela dei papi Gregorio VI e Gregorio VII con i Pierleoni. Qui andiamo a riaprire una vecchia ferita negli studi su Roma medioevale, che ha contrapposto grandissimi storici, soprattutto nella prima metà del secolo scorso; e oggi, dopo molte polemiche, la parentela tra i due pontefici e i Pierleoni si dà per definitivamente esclusa. Purtroppo, però, tale esclusione trae fondamento proprio sull’origine ebraica dei Pierleoni; e avendola messa in dubbio, è giocoforza per noi affrontare di nuovo la questione.
La notizia secondo cui Gregorio VI, al secolo Giovanni Graziano, romano di nascita, sarebbe legato ai Pierleoni da vincoli di parentela è tarda: compare infatti per la prima volta nell'epigrafe che Ottavio Pierleoni fece apporre, nel 1674, sul sepolcro del suo avo Pietro di Leone nell'atrio della basilica di S. Paolo, per essere poi trasferita nel museo lapidario del monastero, al centro del riquadro XXIV, ove tuttora è affissa.

Sepulcrum / Petri Leonis montis Aventini comitis / ex Anicia mox Perleonia stirpe / qui Gregorii VI . P. M. patrui S.R.E. defensoris / vestigia sectando Urbanum II / ab inreligiosa civium contumacia domi / suae ospitantem vivum mortuumque tutavit / et Gelasium II ab armata Cencii Frangepanis insolentia / sui licet consanguinei summopere vindicavit / et pluries urbem tali pietate rexit / ut patria mortuo ut patri parentavit a. MCXXVIII / tumulum hunc vetustate corrosum / Lucretia Perleonia ne sui progenitoris memoria preteriret / Octavio Perlonio nepoti ac eredi reparari mandavit / quod vero / Petrus Perleonius Octavii f . absolvit a. MDCLXXIV.

In essa, Gregorio VI è detto patruus, ovvero zio paterno, di Pietro di Leone. La testimonianza è sicuramente molto tarda e per questo motivo è da prendere certamente con estrema cautela. Che motivo aveva, tuttavia, Ottavio Pierleoni per inventarsi una simile parentela? Gregorio VI fu certamente un papa controverso: fu probabilmente una santa persona, ma le modalità con cui divenne papa (con il versamento di una sorta di buonuscita al tuscolano Benedetto IX) lo sottoposero all’accusa di simonia e ne causarono la deposizione. Era veramente il caso di tirar fuori (o addirittura inventare) una simile compromettente parentela se non ci fosse stato un qualche fondamento?
La principale obiezione a questo vincolo familiare si basa sul dato, accertato, secondo cui Giovanni Graziano fu il padrino di Teofilatto III dei Conti di Tuscolo (ca.1012 - ca. 1056), ovvero il futuro papa Benedetto IX; di conseguenza Giovanni Graziano, quando nacque Teofilatto III, non era certo più un bambino ed era sicuramente cristiano. Ora però, se lui era lo zio paterno di Pietro di Leone, significa che era fratello di Leone e quindi figlio di Benedetto Cristiano. Dato però che, fino ad oggi, l’origine ebraica dei Pierleoni è stata data per assodata, ci sarebbe un’incongruenza cronologica tra il fatto che Giovanni Graziano fosse già cristiano intorno al 1012, mentre il padre si sarebbe convertito (stando all’opinione comune) negli anni Quaranta o Cinquanta del secolo: pertanto Baruch/Benedetto Cristiano sarebbe rimasto ebreo perfino durante il pontificato del figlio (1045-1046), per poi convertirsi solo in vecchiaia. È evidente che tutta questa spiegazione poggia sull’assioma dell’origine ebraica dei Pierleoni: ma essa viene giù come un castello di carte se togliamo fondamento a tale origine. Se i Pierleoni erano cristiani da sempre, Benedetto Cristiano può essere stato benissimo il padre di Giovanni Graziano; e quest’ultimo può benissimo aver fatto da padrino a Teofilatto III.
Un’altra obiezione posta alla parentela tra Pierleoni e Giovanni Graziano è che quest’ultimo non viene mai accusato dai suoi detrattori di essere di origine ebraica: ovviamente la nostra risposta a tale obiezione è sempre la stessa.

Aggiungiamo però un’altra constatazione. È infatti piuttosto curioso che anche chi ha sostenuto la parentela con i Pierleoni non solo di Gregorio VI ma anche di Gregorio VII abbia utilizzato, specularmente, un ragionamento analogo per spiegare come mai nessuno avrebbe mai dato dell’ebreo a Gregorio VII. Il motivo risiederebbe nel fatto che egli sarebbe stato di origine ebrea solo per parte di madre. Ora, è evidente che sia coloro che negano la parentela tra Gregorio VI e i Pierleoni, sia coloro che sostengono quella tra gli stessi Pierleoni e Gregorio VII non poggiano le proprie argomentazioni su alcun fondamento, dal momento che si basano non solo sulla presunta origine ebraica dei Pierleoni, ma anche su argumenta ex silentio.
In particolare poi su Gregorio VII, va detto che la spiegazione secondo cui la linea matriarcale sarebbe stata meno importante (tale per cui un’origine ebraica per parte di madre non sarebbe stato argomento utile per i detrattori di Gregorio VII) si scontra con il fatto che, nei secoli centrali del Medioevo è attribuita grande importanza alla discendenza matrilineare (o, per meglio dire, cognatizia). Se si fosse voluto attaccare Gregorio VII per la sua discendenza ebraica, il fatto di esserlo per parte di madre non sarebbe stato di minor importanza.
Per ironia della sorte, gli argomenti contro la parentela dei Pierleoni con i due papi (Gregorio VI e VII) vanno a sostegno della nostra tesi: se Gregorio VI e Gregorio VII non vengono tacciati di essere ebrei e se la famosa epigrafe di Ottavio Pierleoni si scontra con una cronologia basata sull’origine ebraica dei Pierleoni, tutto ciò va di fatto a corroborare la nostra ipotesi secondo cui i Pierleoni non erano affatto ebrei.

Certo è che se ammettiamo che i Pierleoni non erano affatto ebrei e che Giovanni Graziano/Gregorio VI era imparentato con loro, è possibile che l’origine dei Pierleoni sia stata tutto sommato più tradizionale. Se Giovanni Graziano fa da padrino a un Tuscolano e se egli stesso potrà diventare papa dopo aver dato allo stesso una ricchissima buonuscita (che gli costò l’accusa di simonia), significa che dietro a lui c’era una famiglia già abbastanza ricca e potente. In tal senso non sarebbe una coincidenza che giunto in questo torno di tempo inizia a emergere la figura del (presunto) fratello, ovvero il nostro Leone di Benedetto, che forse proprio in questo frangente ha modo di mettersi in luce a Roma. Sebbene l’investimento si rivelerà un pessimo affare (Gregorio VI sarà deposto, mentre Benedetto IX tenterà di riprendere il potere, causando l’intervento imperiale), esso potrebbe aver catapultato comunque Leone al centro della politica romana.
Di certo, i Pierleoni non poterono impossessarsi di tutta l’area tra l’Aventino e il Teatro Marcello se non avessero avuto una solida base finanziaria. Controllare il porto di Ripa Graeca, il Ponte Emilio (che non era ancora Ponte Rotto) e l’Isola Tiberina significava controllare l’accesso a Roma (e soprattutto al mercato del Campidoglio) di tutte le merci d’importazione, con tutti i dazi e le gabelle che tale controllo permetteva di imporre.
Arditamente, potremmo vedere negli antenati dei Pierleoni uno dei tanti rami della sfuggente galassia familiare dei Crescenzi: la supposizione di Felice Maria Nerini secondo cui i Pierleoni fossero originari dell’area tiburtina (dove alcuni castelli appartenevano ai Crescenzi), il fatto che uno zio di Ildebrando (probabilmente figlio di Leone di Benedetto) fosse abate nel monastero di S. Maria in Aventino (da sempre legato ai discendenti di Teofilatto e Alberico, a loro volta imparentati con i Crescenzi) e il diretto coinvolgimento negli incontri/scontri tra Tuscolani (discendenti di Alberico) e Crescenzi, rendono l’ipotesi non totalmente priva di una qualche fondatezza.
Di certo, la deposizione contemporanea di papa Benedetto IX (tuscolano), Silvestro III (crescenziano) e Gregorio VI, sottolinea come i proto-Pierleoni già potessero, nel 1046, giocare alla pari con Tuscolani e Crescenzi. Sarà l’acume politico di Ildebrando a far emergere definitivamente i Pierleoni: dopo il 1059, Leone di Benedetto Cristiano e i suoi discendenti potranno dominare per un secolo (anche se con alterne vicende) la scena politica romana.
Inoltre, i Pierleoni potrebbero avere un qualche legame genealogico con il ramo crescenziano degli Stefaniani, con i quali condividono la frequenza del nome Benedetto e una posizione schierata apertamente contro i Tuscolani e i cosiddetti Crescenzi Ottaviani. Questi ultimi in particolare erano diretti antagonisti degli Stefaniani nel controllo dell’area prenestino-tiburtina e fecero eleggere un loro papa (il già citato Silvestro III), in contrasto con Gregorio VI; tanto più che non ha probabilmente fondamento il presunto appoggio degli Stefaniani a Benedetto X, la cui ipotesi sarebbe stata generata da una confusione tra Ottaviani e Stefaniani.
Purtroppo, però, la storia e la genealogia degli Stefaniani è particolarmente sfuggente proprio nel periodo in cui emergono i Pierleoni.

Quello che forse sarebbe l’effetto più storiograficamente sorprendente della nostra ricostruzione riguarda però la figura di Gregorio VII. Abbiamo visto che è possibile che Ildebrando fosse imparentato alla famiglia di Leone di Benedetto e che la correlazione tra Pierleoni e Ildebrando non fosse solo meramente economica; ciò permette di dare credito a un noto passo degli Annales Pegavienses che afferma che Pietro di Leone era avunculus (lo zio materno) di Ildebrando.
Ora, però, se consideriamo la possibilità che i Pierleoni non fossero estranei alla vecchia aristocrazia romana, la figura di Ildebrando smette di essere quella dell’homo novus a cui la storiografia ci ha abituato. Ciò rimette in discussione molte vicende dell’XI secolo legate al cosiddetto movimento riformatore, che, pertanto, sarebbero non in rottura con la scena politica precedente, ma, addirittura, in continuità.

Riferimenti bibliografici

Saggi e studi
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Paolo Brezzi, Roma e l’impero medioevale (774-1252), Bologna, Cappelli, 1947 (Istituto di Studi Romani, Storia di Roma, X), praes. pp. 205 ss.
Pietro Fedele, Le famiglie di Anacleto II e di Gelasio II, in "Archivio della (R.) Società romana di storia patria", XXVII (1904), p. 399 ss.
Ludovico Gatto, Storia di Roma nel Medioevo. Politica, religione, società, economia e urbanistica della Città Eterna tra l’avvento di Costantino e “il Sacco di Roma” nel 1527, Roma, Newton Compton, 1999 (Volti della storia, 50) e 2014 (Biblioteca romana).
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Fonti citate
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Geoffrey Chaucer, Canterbury Tales, VII, vv. 3227 ss. (The Nun’s Priest’s Tale).
Arnulphi Sagiensis Tractatus de schismate orto post Honorii II papae decessum, ed. L. Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, III, Milano 1723, p. 426.
Excerpta ex Archivo Monasterii Sublacensis, ed. L. Muratori, in Antiquitates Italicae Medii Aevi, V, Milano 1741, col 773.

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