22/08/2026
Dalla festa alle macerie: Taranto, lo specchio di una città che fischia le sue stesse occasioni
Un’inaugurazione dovrebbe rappresentare il momento in cui una comunità mette in mostra il suo volto migliore, un'occasione di riscatto e di coesione attorno a un progetto comune. Ma la cerimonia d'apertura dei Giochi del Mediterraneo allo stadio Erasmo Iacovone ha restituito un'immagine ben diversa, trasformando la festa in un turbine di fischi indirizzati alla politica nazionale, alle amministrazioni locali e persino alla delegazione della nazionale francese.
Fischiare la premier Giorgia Meloni al suo ingresso è la spia di un malessere profondo, ma rischia di rivelarsi una protesta miope. La drammatica e complessa vicenda dell'ex ILVA e le ferite ambientali di Taranto non sono certo nate ieri, ma trascinano criticità irrisolte nate e consolidate sotto i governi Letta, Renzi e Conte. Dimenticare questa continuità storica significa cedere a una memoria corta e selettiva, così come appare paradossale contestare il governo centrale senza considerare che proprio l'attuale esecutivo di destra ha nominato Massimo Ferrarese nel ruolo di commissario straordinario, figura oggi acclamata e considerata da molti decisiva per sbloccare i cantieri e portare a compimento le opere.
Altrettanto contraddittorio è stato il trattamento riservato all'attuale sindaco Piero Bitetti, votato a furor di popolo dalle ultime consultazioni, eppure già sommerso dai fischi della piazza. Un paradosso che si consuma nel ricordo di Rinaldo Melucci, l'ex sindaco cacciato per ben due volte, al quale va tuttavia riconosciuto che — pur tra scherni, scetticismo e derisioni iniziali — senza la sua intuizione originaria di candidare la città, i Giochi del Mediterraneo a Taranto non sarebbero mai arrivati.
I fischi rivolti alla nazionale francese, infine, rappresentano il cortocircuito finale di una contestazione incomprensibile verso un Paese ospite, che tradisce lo spirito stesso di una manifestazione nata per celebrare la pace, il dialogo e l'unità tra i popoli del bacino mediterraneo.
Va detto che, al netto delle polemiche, lo Iacovone fa la sua figura ed è nel complesso un gran bell'impianto. Tuttavia, come ampiamente previsto, c'è ancora parecchio da lavorare e i cantieri dovranno proseguire verosimilmente fino a novembre per rifinirlo a dovere. La struttura paga comprensibili limiti di gioventù e fretta: due soli bar sono del tutto insufficienti per la capienza dello stadio, le pitturazioni sono rimaste parzialmente incomplete e il campo B risulta fortemente ammalorato, complice una preesistente mancanza di manutenzione aggravata dal carico dei lavori alla struttura principale e dall'uso intensivo per la gestione del dietro le quinte dell'evento.
Ma la contraddizione più dolorosa si è consumata proprio a riflettori spenti. È vero che la macchina organizzativa ha mostrato evidenti lacune, non posizionando cestini all'interno dello stadio ed erigendo solo pochi bidoni gialli all'ingresso degli spalti. Ma se di fronte all'organizzazione imperfetta c'è chi ha provato a fare la propria parte lasciando la spazzatura accumulata vicino ai pochi contenitori disponibili, per molti incivili la mancanza di bidoni è diventata il solito alibi perfetto per consumare e abbandonare tutto sugli spalti senza il minimo scrupolo. A fare da controcanto a questa incuria sono state solo poche "mosche bianche": quei rari cittadini dotati di senso civico che, finita la festa, si sono rimboccati le maniche per raccogliere i rifiuti lasciati dagli altri.
Chi si è venduto in passato alla grande industria per un piatto di lenticchie o per beceri interessi personali non può oggi ergersi a giudice, se poi il risultato quotidiano è il degrado lasciato sugli spalti del proprio stadio. La colpa del declino di una città martoriata non può essere sempre e solo delegata dall'alto: finché non ci sarà un'assunzione collettiva di responsabilità e di rispetto per i beni comuni, anche la più grande vetrina internazionale rischierà di trasformarsi nell'ennesima occasione sprecata.