12/05/2026
Lo Iacovone e il gioco dei paragoni impossibili: perché Taranto non è Parma o Cagliari
Nelle ultime ore, una singolare e contemporanea mobilitazione mediatica ha visto alcune testate giornalistiche locali lanciare una narrazione identica e chiaramente coordinata: tentare un parallelo tanto ardito quanto fuorviante, volto a dimostrare la presunta superiorità economica del progetto di ristrutturazione dello stadio Erasmo Iacovone di Taranto rispetto agli investimenti previsti a Parma, Cagliari, Bergamo e Venezia. Secondo questa tesi, il cantiere tarantino rappresenterebbe un modello di "efficienza e sostenibilità" in virtù di un costo complessivo inferiore, quantificato in 62 milioni di euro contro i 168 milioni di Parma e i 218 milioni di Cagliari.
Tuttavia, un’analisi approfondita dei dati e degli stessi dettagli tecnici ammessi da queste ricostruzioni dimostra come questo confronto non solo sia tecnicamente impraticabile, ma si traduca in un clamoroso autogol per chi tenta di difendere a oltranza la linea ufficiale. Mettere sullo stesso piano queste città significa infatti confondere una ristrutturazione parziale a carico dello Stato con stadi nuovi di zecca finanziati da imprenditori privati.
Il caso Parma: il modello a costo zero per la collettività
A Parma l'intervento non ha nulla a che fare con un semplice restyling. Il progetto prevede la demolizione integrale del vecchio stadio e la successiva ricostruzione da zero di una struttura modernissima da circa 21.000 posti, interamente coperta, integrata con una nuova piazza pubblica aperta alla cittadinanza e ampi spazi commerciali.
Il quadro finanziario parla chiaro: a causa dei rincari energetici e dei materiali, l'investimento complessivo è attestato a 168 milioni di euro. L'aspetto cruciale, tuttavia, è che il costo per le casse del Comune di Parma e per i contribuenti è pari a zero euro. Il 100% dei capitali viene immesso direttamente dalla proprietà privata del Parma Calcio (il gruppo americano Krause) in cambio di una concessione a lungo termine, garantendo alla città un impianto già certificato di "Categoria UEFA 4".
Il caso Cagliari: la sinergia del Partenariato Pubblico-Privato
A Cagliari l’iter per il nuovo stadio prevede l’abbattimento totale del vecchio impianto Sant’Elia per far posto a un’arena da 30.000 posti omologata per gli Europei. Il progetto include un hotel di lusso, un centro medico e aree commerciali destinate a ridefinire l’economia del quartiere con uno standard "UEFA Elite".
Il costo totale dell'opera si attesta oggi a circa 218 milioni di euro. Di questa cifra, la quota di denaro pubblico stanziata da Regione e Comune è rigorosamente bloccata a 60 milioni di euro. I restanti 158 milioni di euro di differenza, uniti a qualsiasi rischio legato a ulteriori aumenti dei materiali, gravano interamente sul partner privato, il Cagliari Calcio, che coprirà l'investimento attraverso un piano economico-finanziario pluriennale.
Il caso Taranto: l'ammissione sui limiti del progetto
Lo scenario dello stadio Erasmo Iacovone risponde a logiche completamente opposte. Il progetto prevede un intervento di rifunzionalizzazione e adeguamento dell’impianto esistente, con la demolizione dell’anello inferiore, il recupero di quello superiore per una capienza di circa 20.200 posti e una copertura totale in acciaio, realizzata ottimizzando i fondi a disposizione della struttura commissariale.
Il costo dell’opera si aggira intorno ai 62 milioni di euro, interamente pubblici e derivanti dai fondi stanziati dallo Stato per i Giochi del Mediterraneo. Ma il dato più eclatante, emerso proprio dalle recenti difese d'ufficio apparse sulla stampa, riguarda i limiti strutturali dell'opera. Viene infatti ammesso che lo Iacovone nascerà come un impianto di "Categoria UEFA 3 base", e che per ottenere l'upgrade alla Categoria 4 (quella necessaria per i grandi eventi internazionali) saranno necessari ulteriori interventi e altri finanziamenti in futuro.
Viene inoltre rivendicato con orgoglio che l'impianto tarantino sarà "meno orientato alla massimizzazione dei ricavi", preferendo l'essenzialità alla logica commerciale dei grandi hub europei. Tradotto dal linguaggio diplomatico: mentre a Parma e Cagliari i privati costruiscono hotel, negozi e strutture capaci di produrre utili e posti di lavoro 365 giorni all'anno, a Taranto lo Stato spende 62 milioni di soldi pubblici per un impianto puramente sportivo, che non genererà ricavi extra e i cui costi di gestione futuri rischiano di gravare interamente sulle casse comunali.
I limiti della propaganda
Appare evidente, dunque, come sostenere che Taranto "spenda meno" delle altre realtà sia un'operazione di pura ginnastica comunicativa. Parma e Cagliari stanno realizzando strutture polifunzionali destinate a creare ricchezza, finanziate in via esclusiva o largamente maggioritaria da investitori privati che si assumono il rischio d'impresa. Taranto sta ristrutturando una struttura preesistente al 100% con le tasse dei cittadini, portandola a uno standard UEFA inferiore rispetto alle città citate, nel disperato tentativo di recuperare i quattro anni precedentemente persi nella palude burocratica.
Tentare di accreditare una ristrutturazione pubblica e strutturalmente limitata come un modello più efficiente rispetto a impianti nati da zero con centinaia di milioni di capitali privati è una tesi che si scontra con la matematica e con l'economia. In calce a una delle testate locali che ha pubblicato questa difesa d'ufficio si legge una celebre massima: “Il giornalismo è divulgare un fatto che qualcuno non vuole che si pubblichi, il resto è solo propaganda”. Condividiamo pienamente lo spirito della frase: proprio per questo, da semplici cittadini che analizzano gli atti, riteniamo che Taranto meriti la verità dei numeri e non i rassicuranti comunicati della propaganda politica di turno.