12/09/2026
OLTRE IL NOVECENTO: TARANTO E IL FALSO DILEMMA DELLA NARRAZIONE NAZIONALE
Per decenni su Taranto è stata costruita una narrazione nazionale comoda e miope: la favola secondo cui la città non avrebbe alternative, stretta nell'eterno e ingiusto ricatto tra il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Un racconto tossico, alimentato da chi ha precisi doppi fini o da una classe dirigente priva di visione, che continua a far credere che senza le ciminiere del siderurgico pesante per Taranto ci sia solo il baratro. Ma difendere a tutti i costi un vizio industriale e un modello produttivo risalente ai primi del Novecento non è tutela del lavoro: è pigrizia visionaria, conservatorismo d'interessi ed esclusione della città dalle dinamiche del futuro. I fatti e le esperienze internazionali dimostrano che questa narrazione è falsa. Voltare pagina e chiudere i conti con la monocoltura dell'acciaio non significa condannare un territorio al nulla, ma liberarne finalmente le enormi potenzialità attraverso la diversificazione economica, la bonifica e l'innovazione.
IL NODO ECONOMICO: PERCHÉ IL VECCHIO SIDERURGICO È FUORI MERCATO
Chi sostiene che si possa semplicemente ripartire come prima mente sapendo di mentire, ignorando volutamente la realtà dei mercati globali. L'idea di mantenere in vita l'impianto a ciclo integrale così com'era si scontra con tre fattori economici insuperabili. In primo luogo si registra il divario insostenibile delle materie prime e dell'energia, poiché produrre acciaio a ciclo integrale a Taranto richiede l'importazione di milioni di tonnellate di minerale di ferro e fossili dal Sudamerica o dall'Australia, oltre a subire i costi energetici europei, tra i più alti al mondo, azzerando i margini di guadagno rispetto ai paesi che dispongono di risorse estrattive a chilometro zero. In secondo luogo pesa la concorrenza imbattibile dei colossi asiatici come Cina, India e Paesi del Sud-Est asiatico, che dominano la produzione mondiale di acciaio convenzionale operando con costi di manodopera nettamente inferiori, normative ambientali pressoché inesistenti, sussidi statali imponenti e capacità produttive ciclopiche con cui l'Europa non può e non deve competere sul piano dei volumi primari. Infine incidono i costi della CO2 e le direttive europee legate al sistema ETS, che impone quote sulle emissioni di carbonio rendendo ogni tonnellata d'acciaio prodotta con carbone ed ex altiforni economicamente fuori mercato. Insistere su questa tecnologia significa accumulare centinaia di milioni di euro di perdite strutturali ogni anno, coperte solo da continui e ingiustificati trasferimenti di denaro pubblico.
LE CITTÀ CHE HANNO SPEZZATO IL RICATTO E CAMBIATO DESTINO
Chi continua a ripetere a livello nazionale che Taranto non possa vivere senza l'industria pesante ignora, o finge di ignorare, quanto accaduto in altre grandi città industriali del mondo che hanno affrontato e vinto la stessa identica sfida. A Bilbao, in Spagna, negli anni ottanta le istituzioni hanno rifiutato la logica dell'assistenzialismo a impianti obsoleti soffocati dai fumi della siderurgia e della cantieristica, scommettendo sulla bonifica integrale del fiume e dei suoli e trasformando la città in un polo mondiale di servizi, cultura, turismo e tecnologia con indici di vivibilità e occupazione oggi inarrivabili ai tempi delle ciminiere. A Duisburg e nel bacino della Ruhr, in Germania, il cuore industriale tedesco ha affrontato la dismissione e la trasformazione dei suoi colossi siderurgici riconvertendo ex altiforni e impianti di agglomerazione in parchi pubblici e centri di ricerca, reindirizzando l'economia locale verso la logistica avanzata, le energie pulite e le tecnologie legate all'idrogeno green. A Pittsburgh, negli Stati Uniti, la capitale mondiale dell'acciaio ha affrontato negli anni ottanta il crollo del settore valorizzando le proprie università e riconvertendo il tessuto economico, diventando oggi uno dei principali hub globali per le biotecnologie, la ricerca medica, la robotica e l'intelligenza artificiale. Ad Esch-sur-Alzette, in Lussemburgo, la sede storica della siderurgia lussemburghese nell'area di Belval ha trasformato i suoi vecchi altiforni nel cuore pulsante dell'Università del Lussemburgo e di centri di ricerca scientifica, dimostrando che l'archeologia industriale può convivere con la conoscenza e il terziario avanzato.
LE SOLUZIONI PER I LAVORATORI: LE COPERTURE E GLI SBLOCCHI OCCUPAZIONALI
La favola della perdita inevitabile di migliaia di posti di lavoro crolla di fronte a una gestione razionale delle risorse. Dopo aver speso miliardi di fondi pubblici per tenere in piedi un catorcio industriale vetusto, gli stessi finanziamenti possono e devono essere indirizzati alla tutela sociale e al ricollocamento mirato delle maestranze, perché un Paese membro del G7 e del G20 che non sa gestire la transizione di un singolo polo industriale dimostra solo incapacità d'indirizzo politico. La soluzione occupazionale per il bacino ex ILVA si sviluppa su direttrici chiare e immediatamente percorribili. Per la fascia anziana occorrono scivoli pensionistici e ammortizzatori dedicati che garantiscano la copertura economica e l'uscita dignitosa dal ciclo produttivo. Contestualmente va aperto il cantiere permanente delle bonifiche con l'impiego diretto dei lavoratori per la bonifica, la messa in sicurezza e la riqualificazione dei suoli e dei mari contaminati. Un'altra quota di personale può trovare assorbimento nelle competenze tecniche all'interno dell'Arsenale della Marina Militare di Taranto, una struttura strategica che soffre da anni di una carenza organica esasperata e necessita di personale qualificato. Inoltre, lo sviluppo del traffico crocieristico annuale con il consolidamento dello scalo portuale in tutte le stagioni, e non solo nei mesi estivi, richiede un indotto logistico e di servizi di terra capace di assorbire nuova forza lavoro. A questo si aggiunge il rilancio del polo aeroportuale di Grottaglie, la cui piena operatività per i voli passeggeri e commerciali, in maniera complementare e specializzata rispetto a Bari e Brindisi, permetterà di fare della provincia un hub logistico e turistico completo.
SPEZZARE LA NARRAZIONE PER COSTRUIRE IL FUTURO
La riconversione non è un'utopia, ma una scelta politica ed economica concreta. Continuare a raccontare a livello nazionale che Taranto non ha alternative significa condannare la città al ricatto permanente. Le risorse ci sono, le alternative occupazionali esistono e i modelli internazionali ne confermano la fattibilità: cambiamo pagina per restituire a Taranto il futuro che merita.