Termoli, tra storia e mistero

Termoli, tra storia e mistero Pagina di divulgazione storica e ricerca e tutela del patrimonio culturale di Termoli (CB).

I due Pantocrator di Termoli e San Marco in Lamis, due storie quasi analoghe.Negli anni si sono dette e scritte moltissi...
03/01/2024

I due Pantocrator di Termoli e San Marco in Lamis, due storie quasi analoghe.
Negli anni si sono dette e scritte moltissime cose sul conto della nostra "città vecchia", che nei suoi meandri ha ancora tanto da insegnarci, e negli anni passati ci siamo sempre cimentati nelle più complesse ricerche d'archivio, indagini che ci hanno portato una ricca sequenza di risultati, purtroppo nel tempo trapelati nostro malgrado, ma c'è sempre tempo per rimediare a questo inconveniente, e lo si fa con la divulgazione e le pubblicazioni di tutto ciò che è passato per le nostre menti e dell'aiuto fornitoci dalle più illustri personalità accademiche.
Qui voglio porvi una riflessione sulla questione iconografica che nell'ultimo decennio ha interessato proprio il programma degli esterni della Cattedrale di Santa Maria della Purificazione, ecclesia dedicata unicamente al culto mariano, non di certo a San Timoteo e nemmeno San Basso, che sono unicamente i patroni della città, e fanno parte dell'allora ricco, tesoro liturgico della Diocesi, nel cui culto rientrano anche le reliquie di San Biagio, San Sebastiano ed altre minori subentrate nel culto locale in varie epoche storiche, come del resto avvenne in ogni dove nella nostra pen*sola.
Purtroppo sulla figura che noi troviamo alla destra del portale, si mantiene ancora una aura di "probabilità", nonostante anche l'opinione dei più grandi iconologi italiani a cui è stata posta, ne abbiano riconosciuto i tratti simbologici del Cristo Pantocratore, com'è rappresentato nelle icone di matrice greca e soprattutto, facente parte di uno dei culti più antichi del meridione, sviluppatosi in maniera vasta nella Longobardia Minor, e in particolare nel Ducato di Salerno.
Un culto tramandato dai Longobardi soprattutto nei territori tagliati dalle vie dei pellegrinaggi, area in cui rientrava a pieno titolo la stessa fortezza di Termoli, che nell'VIII secolo, seppur molto primitiva, cingeva ciò che in seguito diverrà la Diocesi di Termoli, occupata da una prima basilica datata già al VI secolo, purtroppo irrintracciabile, se non fosse per determinate aree ipogee e reperti erratici che tutt'ora sono visibili nel museo di Termoli Sotterranea , tra cui in special modo una colonnina fitomorfa del VI secolo, aree sepolcrali e una torre tardoantica usufruita per il controllo territoriale e autodifesa da parte del clero, e che nell'VIII secolo si collegava lungo la Valle del Biferno alle varie torri di vedetta che giungevano sino a Colle d'Anchise, nel cui intermezzo si trovano le torri di Matrice, Pescolanciano, Morrone, Oratino e così via.
Per quanto riguarda i soggetti di questa discussione, la statua cristica del portale di Termoli è stata purtroppo soggetto di vari malintesi nella storia, spinti da una scarsa imparzialità di alcune menti dotte locali e non, che l'hanno messa davanti ad un dubbio, quello della sua identità.
Purtroppo dopo la sua caduta negli anni 40 del '900, le uniche versioni furono date in primo luogo da persone che non si preoccuparono più di tanto ad attribuirle le sembianze di San Sebastiano, nonostante non ne avesse fattezza alcuna, in nessuna sua iconografia medievale e rinascimentale, mentre al seguito della riscoperta delle reliquie di San Timoteo, sotto l'episcopato di Mons. Oddo Bernacchia, l'importanza di tale avvenimenti causò una forte spinta su questa figura, addirittura spingendo lo stesso prelato ad indicare ogni cosa della Cattedrale come legata alla figura di Timoteo, come anche successe per vari reperti, tipo lo stemma rinascimentale del Vescovo Fabrizio Maracchi, che il Bernacchia attribuiva alla figura del Vescovo Stefano, colui che celò le reliquie nella absidola destra.
È evidente che questo fraintendimento portò in seguito ad un enorme danno storico, che va a modificare con l'ottica moderna, una realtà passata che era ben diversa, soprattutto dal punto di vista iconologico, visto che a differenza di sole ipotesi, si tratta di argomenti di carattere scientifico se vogliamo, ben precisi e confutati prima di ogni cosa.
Vista l'inesistenza di una icona storica che rappresenti il discepolo Timoteo in questo modo, basterebbe questo e le miriadi di esecuzioni medievali della sua figura per sfatare il tutto, e la presenza antica di un culto dedicato al Santissimo Salvatore, ci da velocemente la risposta del perché sul portale sia presente un Cristo Pantocratore, riconoscibile facilmente come tale anche da chi possiede verosimilmente una scarsa preparazione teologica, pur se non è il nostro caso ovviamente.
La situazione, anche se molto più recente e con diverse modalità, è abbastanza simile a ciò che accadde alla statua del Santissimo Salvatore di San Marco in Lamis, che per ovviare alla grande devozione per San Matteo in loco, tra i rifacimenti rinascimentali del monastero ci fu anche una vera e propria metamorfosi della sua statua lignea, modificata da un monaco nel 1596 come icona posticcia di Matteo, modificando alcuni tratti dell'icona, tra cui una penna posta forzatamente sulla mano benedicente del Cristo.
L'unica differenza tra queste due splendide statue, è nella modalità dell'attribuzione identitaria, oltre che nello stile e il materiale con cui sono state create.
Nel primo caso, si tratta di una problematica che ha portato ad ignorare i dettagli del corpo, dettati pienamente dalla tradizione iconografica bizantina, dalle più orientali botteghe d'Italia alle imponenti opere costantinopolitane, un qualcosa che fino ad ora non ha ancora ufficializzato la storia di questa statuina, e che risiede solo in ulteriori pubblicazioni che si aggiungono al vasto numero di malintesi sulla storia termolese.
Nel caso del Cristo di San Marco in Lamis invece, si tratta di una riattribuzione dovuta, o voluta, dal clero, che comportò una conseguente manomissione della statua, come accadde peraltro in tante occasioni, dall'omonimia dei santi venerati alle "simpatìe" per un culto preciso da parte della feudalità e degli ordini religiosi e cavallereschi che dominavano le terre d'Italia, un concetto molto più complesso e vasto che si lega ad infinite realtà storiche di un periodo a noi molto lontano, protratte sino ad oggi.
Spero che in futuro, il nostro operato sarà utile per poter ristabilire una certa esattezza del panorama divulgativo della città di Termoli, affinché il passato di questa fortezza torni a rivivere negli occhi e nelle menti dei termolesi e dei visitatori che l'ammirano.

Oggi il vecchio anno volge lentamente al suo termine, facendo raccogliere i suoi frutti a quello venturo, che dall'indom...
31/12/2023

Oggi il vecchio anno volge lentamente al suo termine, facendo raccogliere i suoi frutti a quello venturo, che dall'indomani spianarà la strada del suo, e del nostro, nuovo cammino, che sempre sarà ignoto nel suo termine ma che noi potremo guidare con le nostre scelte.
Un auspicio di prosperità per tutti, e soprattutto per il nostro paese e per le sue terre, i suoi monti, le valli e le coste lambite dai mari, antichi ponti che ci collegavano ai popoli fratelli e le culture sorelle, di questa grande madre che è il Vecchio Continente, che spesso come bimbi viziati maltrattiamo nei nostri litigi e nelle brame di un potere fantasma.
Chiudo quest'anno pieno di emozioni con l'esaltazione al ricordo di un personaggio vero, un uomo esistito proprio nella nostra pen*sola italiana, il suo nome era Federico Ruggero Di Hohenstaufen, conosciuto da tutti noi come Federico II di Svevia, Re di Sicilia, duca di Svevia, Re di Roma, di Gerusalemme ed Imperatore del Sacro Romano Impero.
Questo spero sarà un amuleto dei più potenti, ed un monito per tutti noi, per preservare la cultura, ricercarla e farla rivivere in lungo e in largo, come fece lo Stupor Mundi in vita, a cui dobbiamo molto, più di quanto non pensiamo.
Qui riporto pertanto, le parole della scrittrice greca Margherita Mignaty, che nel suo "Vita ed opere del Correggio", ha celebrato la sua figura in uno dei modi più adatti ed esaustivi.
"per le sue qualità personali, Federigo II sembrava predestinato ad essere il protettore delle arti e delle lettere, l'iniziatore intelligente della più splendida coltura.
Nessun principe nella storia moderna offre per avventura contrasti così violenti fusi al crogiuolo di una energica individualità, e temperati alle più dolci armonie di una natura riccamente dotata. Straniero e indigeno al tempo stesso, figlio di uno Svevo e di una Normanna, Italiano per nascita, per educazione e tendenze dell'animo; spirito vivace, colto e penetrativo; indole ambiziosa e veemente, ingegno poetico, cuore appassionato e animo altero; sapiente, dolce e affabile talora, tiranno capriccioso e collerico talaltra, atto a trascorrere sino alla demenza sotto l'impero della passione; assennato, equo e generoso in certi momenti; superstizioso e libero pensatore ad un tempo, pur sempre pagano; accoppiando in sé la forza e la serietà del Nord alla venustà siciliana e all'ardore saraceno. Federigo II fu, sotto le splendide parvenze di un monarca orientale, l'inscrutabile sfinge, la meteora abbagliante del secolo in cui visse."
Buon termine del 2023, e un felice anno nuovo a tutti voi, nel nome della fenice sveva che nessuna dannazione potrà mai cancellare.

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Il Cristo Santissimo Salvatore, della Cattedrale di Termoli.Come ho già potuto enunciare in varie occasioni, la storia d...
21/12/2023

Il Cristo Santissimo Salvatore, della Cattedrale di Termoli.
Come ho già potuto enunciare in varie occasioni, la storia dei nostri beni comuni è pregna di quegli accadimenti inaspettati, benefici e talvolta catastrofici, che plasmano le fondazioni della nostra cultura e della tradizione, locale e nazionale.
La figura del ricercatore quindi, in qualsivoglia ambito e grado, deve attenersi ad un codice morale ed etico ove al momento dell'analisi di un reperto, egli svanisce, mantenendo però un pensiero critico-storico, ottenuto dalla propria formazione e con la pratica sul luogo del mestiere, cercando di rimettere insieme le pagine che raccontano la vita di tali manufatti e di chi li ha ideati.
Sulla facciata principale della Basilica Cattedrale di Termoli, tra gli ordini arcuati è inserito il portale maggiore, che si presenta in un carme di cornici, girali a racemi, archivolti ornati, policromie e soprattutto icone, con la più celebre di questo insieme, che da i connotati identitari al tempio mariano di Termoli, ovvero la lunetta della Presentazione al Tempio, collegata all'agiografia cristica della reincarnazione, a sua volta identificabile a partire dalla bifora di sinistra detta "Dell'Annunciazione", e che un tempo doveva essere composta da una continuazione, riscontrabile facilmente in esempi bipartiti come quello del pulpito di Mastro Guglielmo nella Cattedrale di Cagliari, posizionato originariamente in quella di Pisa.
Quanto alle statue di questo portale, senza nominare le altre del programma iconografico, possiamo elencare con certa facilità le due coppie di santi che posano ai lati dell'archivolto, su mensole recanti la committenza di queste opere, originaria della Repubblica Marinara di Amalfi.
Un tempo dette mensole dovevano essere sorrette da colonne tristili, di cui restano solo frammenti, in parte trafugati, e un capitello a colletto trilobato, capovolto e conservato nella prima stanza ipogea di Termoli Sotterranea, riconducibile ad una scuola artistica che tende a superare i caratteri del romanico pugliese arcaico e che tendono ad andare verso il gotico nascente, come si può notare anche nelle icone di cui si parlerà e in esempi di colonnati riscontrabili nelle opere di Nicola Pisano, ma anche dei cantieri federiciani del Castello di Siracusa, Castel Del Monte e riportando una sincronia schematica che troviamo anche nel Medio Oriente, come nelle nicchie della Moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme, e nel vicino pulpito Minbar Al-Sayf, nel Monte del Tempio.
Le statue presenti in questo portale sono ad ora per la maggior parte anonime e oggetto di studio da parte di tanti eruditi, passati e presenti.
A sinistra abbiamo la prima statua di un uomo in abito episcopale, nell'atto benedicente e che poggia su di un uomo ormai distrutto dall'erosione, e tale figura sembra essere quella del proto-vescovo lucerino San Basso, patrono di Termoli, confermato dai caratteri incisi a piombo nella mitria, recanti "SCS BASS".
L'insieme è seguito da due statue purtroppo anonime, vestite anch'esse come vescovi, ma di cui purtroppo mancano i volti, tranne per la figura di destra, testimoniata da una fotografia scattata intorno agli anni 60 del '900, dove compare nella neo-cripta, un uomo barbuto con una aureola spaccata in due lati, purtroppo oggi scomparsa come tanti altri oggetti di questa veneranda basilica.
Ma se c'è una statua davvero singolare tra tutte, è di certo quella di destra, che si mostra con una postura sempre benedicente, ma con un panneggio diverso da quelle pere elencate, che ci indica la presenza di un personaggio biblico, con il suo pallio che copre metà busto e scende lungo la spalla destra, i legacci e le cinture, ma anche le striature del drappeggio che in tutto il programma della facciata, ci indicano bene la presenza di uno stile che non è per nulla simile al gotico fiammeggiante (es. Chartres) ma nemmeno ad un romanico borgognone come a Notre Dame De La Grande, oppure anche un semplice romanico pugliese che si ferma alle strutture di T***a o anche Trani e Ruvo.
Questo stile presenta tutte le caratteristiche di una scuola di pensiero locale, che aveva a che fare con le caratteristiche iconografiche bizantine, pregne di simbolismi, colori e didascalie che determinavano una ferrea regola rappresentativa dell'icona, con un suo posto adeguato e una sua caratteristica evangelica, in gran parte apocrifa, ma che nell'esecuzione sembra comunque evolversi in uno stile sempre più plastico ed espressivo, o dinamico, che ci mostra una perfetta transizione stilistica nata probabilmente nel romanico della scuola di Foggia attorno alla figura del protomagister Bartholomeus e condotta in ogni dove, sino a raggiungere l'evoluzione più tarda e prettamente gotica, come nel caso del programma iconografico del duomo di Zara, e che nel caso di Termoli trova un suo uso contemporaneo nel cantiere tardo-romanico di San Giovanni in Venere a Fossacesia.
Per poter parlare della statua anonima di Termoli, espongo qui i risultati di uno studio condotto negli anni con una vera e propria equipe di esperti se vogliamo, una confutazione di questo studio sviluppata per esempio con il prezioso parere del Professor Ivan Polverari di Roma, e in collaborazione anche con l'Iconografa Assunta Fraraccio , e molti altri che hanno voluto contribuire alla ricerca, che ben presto citerò in maniera dovuta in un saggio storico incentrato sulla figura in questione.
La statua purtroppo tra gli anni 30 e 40 del '900, cadde rovinosamente sul pavé della Cattedrale, poiché il suo cuore di piombo come anche asseriva Don Luigi Ragni, era ormai usurato e sarebbe bastato un non nulla per distruggerla, anche e soprattutto usandola come semplice appiglio per teli.
Per mezzo secolo era possibile visionare la statua solamente dalle fotografie del 1910 svolte dai fratelli Trombetta e ripubblicate dalla storica Ada e da colleghe come la celebre Maria Stella Calò Mariani, oggi rintracciabili facilmente negli archivi Alinari e in quello di Stato come nel caso delle frontali.
In questi decenni fortunatamente la statua venne ripresa in considerazione e, avendo anche io la possibilità di vederla in pezzi da vicino, ho potuto anche ammirarne la riapposizione sulla mensola, al seguito di restauri, però dove manca, ancora oggi, il volto perso di quest'uomo dalla barba appuntita e i capelli lunghi.
Nel corso del tempo è poi stata inserita in numerose ricerche ma che purtroppo hanno dato tutte esiti contrastanti, da chi avvalorava la credenza popolare secondo cui fosse San Sebastiano e anche da chi, senza una minima prova, ne asseriva di leggervi le sembianze di San Timoteo, co-patrono della città adriatica e discepolo prediletto di San Paolo Apostolo, presente nel celebre trittico con la presenza di Tito nella prima parasta a sinistra della facciata, e dove si evidenzia la caratteristica iconografica del discepolo, che appartiene alla più parte dello schema greco in cui è rappresentato questo santo, e le cui raffigurazioni anche più elaborate come nella vetrata del Musée De Cluny (XII sec.) e nei Codex Barberini, non sono minimamente rintracciabili nella statua senza volto del protiro termolese, sfatando definitivamente la teoria secondo cui ci troviamo davanti al co-patrono di Termoli.
In accordo invece con ciò che resta del personaggio, e seguendone la simbologia, si può certo dire che non è un vescovo, a differenza dei precedenti tre, si mostra con una postura benedicente e con capelli e barba lunghi, uno sguardo severo, un uomo dormiente ai suoi piedi, che portano dei calzari e che nella mano sinistra doveva sorreggere un oggetto di non grandi dimensioni.
Per districarci in questo groviglio di fili, un notevole aiuto ci viene dato non solo dalle caratteristiche base dell'iconografia greco-ortodossa, ma ovviamente dalle tante modalità in cui esse sono create, dall'alto al basso medioevo, riuscendo finalmente a poter definire l'identità di quest'uomo, che altri non potrebbero essere se non il Cristo Pantocratore, venerato come Santissimo Salvatore in maniera massiccia negli antichi ducati e principati longobardi come quello di Salerno per fare esempi, e che a Termoli rappresenta uno dei culti più antichi della storiografia locale, più antico del culto bassiano, timoteano e persino dei santi minori come Biagio e Sebastiano, un culto che viene confermato esistere ancora nel 1700 dal vescovo Tommaso Giannelli, e che nei primi del '900 era rimasto solo come memoria storica della vecchia comunità cristiana termolese, dissolto nei secoli e dimenticato, probabilmente portando gli stessi analizzatori della statua ad essere influenzati dalla riscoperta di San Timoteo negli anni 40, e tralasciando totalmente la presenza del culto cristico, forse prima consacrazione della ecclesia esistente già nel VI secolo, soppiantata dalla seconda basilica bizantina del X-XI secolo.
La rappresentazione del Cristo Pantokrator è quasi onnipresente nei programmi iconografici degli edifici di culto medievali, soprattutto in opere votive, manufatti liturgici e pareti musive o affrescate, tra i cui esempi più celebri troviamo le deesis della basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, ma anche negli esempi di architettura Arabo-normanna e bizantina dell'Italia insulare e continentale.
Preziosi sono anche i pendenti aurei bizantini e le placchette votive in avorio e steatite, che ad oggi costituiscono un patrimonio davvero inestimabile per l'iconografia storica, anche per l'analisi delle grandi variazioni che potevano essere osservate tra una bottega e l'altra in determinate epoche storiche della cristianità, anche nella nostra pen*sola, pur se in maniera molto ridotta e postuma.
Particolarmente interessanti sono i bassorilievi che immortalano il Pantokrator eretto, singolo o nella deesis, dove, anche nelle icone pittoriche, la similitudine con la nostra statua è elevatissa.
Ma ci sono dei dettagli che portano la prova ufficiale di questa identità cristica nella sua esecuzione, ovvero la sua statua gemella, che si trova attualmente sulla già citata basilica di San Giovanni in Venere a Fossacesia, dove si riscontra la medesima mano scultorea, seppure in proporzioni differenti poiché inserite in una lunetta e non poste su dei piedistalli aggettanti, che dimostrerebbero grossomodo la presenza della stessa maestranza operante nel cantiere federiciano di Termoli nella metà del XIII secolo, intorno al 1230, proveniente da quella scuola romanica di ambito foggiano, ma lontana ancora molto da quella plasticità e delicatezza realistica tardo-duecentesca di Nicola Di Bartolomeo Da Foggia, il che ci porterebbe a pensare alla figura di un ulteriore magister formatosi nella scuola romanica di Foggia, che tutti noi conosciamo come Alfano Da Termoli, "figlio di Ysembardo", e la cui famiglia (gli Alfani) trae origine dall'antico Ducato longobardo di Salerno e nei territori stretti di Amalfi, Scala e Ravello.
La caratteristica iconografica delle due statue è prettamente la medesima, mostrandoci il volto purtroppo scomparso alla nostra, con la stessa lavorazione della capigliatura lunga e mossa nelle punte, che travalicano le orecchie, e nell'insieme simbologico del drappeggio e della benedicenza, conferma ancor di più i metodi e le proporzioni che contraddistinguono questo esecutore e ovviamente questa scuola di pensiero.
Altro dettaglio fondamentale di questo studio è capire gli elementi che tutt'ora mancano alla statua del Cristo di Termoli, e ci può ve**re in aiuto la stessa iconologia bizantina, che ricorda come nella figura del Pantokrator, egli sia raffigurato con il manoscritto nella mano sinistra e la mano destra nell'azione benedicente, ma è altresì vero che il Cristo in moltissime occasioni è ritratto o scolpito con la pergamena, nell'atto di cedere la sua parola ai discepoli affinché la promulgassero al prossimo, ed è un elemento fondamentale per capire la sua familiarità nel nostro territorio, non solo nel caso di Fossacesia, ma anche in quello di San Marco Evangelista nella Cattedrale di Zara, nello stesso San Timoteo del trittico di Termoli e così via, sino anche a giungere in pendenti di ambito votivo come il Cristo Pantocratore di Santa Maria di Trastevere, opera duecentesca di una bottega centro-meridionale del XIII secolo, ulteriore prova delle caratteristiche iconografiche di queste scuole di pensiero locali e delle influenze che esse hanno dato alla produzione artistica sacra.
Seppure la figura del Cristo, per rango religioso viene vista come fuori posto in un contesto che non sia centrale nella facciata, non mancano quegli esempi in Europa, maggiormente gotici, di una variazione della sua posizione in base al lessico dell'intero schema, cosa che ci fa evincere come nel caso di Termoli anche questa ferrea regola scultorea sia stata ammorbidita, permettendoci anche di identificare come il portale rechi nei piedistalli le quattro figure principali venerate in questo luogo di culto, oltre alla presenza del patrono Timoteo in una zona alta, probabilmente di esecuzione variata dalla originale scelta "progettuale" dell'ordine superiore.
Tutte queste premesse mi hanno concesso di poter postulare una ipotesi di ricostruzione della modesta icona, partendo dai rimasugli strutturali del corpo, come i monconi delle mani, i cui resti dei ponti di giunzione con il busto, del pollice e del dito indice, sono rimasti fusi nel petto, mentre nel caso della gamba sinistra è riconoscibile la sbozzatura ammaccata del panneggio, scambiata in passato per la base di un bastone pastorale o da pellegrinaggio.
Quanto al retro del capo, dietro i capelli e il pallio, si può vedere in maniera chiara un bozzo a rilievo con leggera inclinazione, probabile riminescenza di una aureola scolpita con il busto superiore, elemento comune delle statue in rilievo dal romanico al gotico e anche in età rinascimentale, seppure poi venissero soppiantate dall'uso di aureole metalliche in epoche più prossime a noi.
Basandoci sugli stessi esempi locali, e sulle proporzioni del volto, nonché della durevolezza della pietra calcarea, si può dedurre la presenza di una modesta aureola come nel caso della statua scomparsa, con una fase centrale da cui partivano i bracci della croce, probabilmente patente, e le due scritte identificative del Cristo, come in Fossacesia e generalmente nelle icone; "IHS - XPS", con un bordo ornato dall'alternarsi di file forate.
Nella mano sinistra è plausibile che anche questa statua non recasse la presenza del manoscritto aperto, pensì di una modesta pergamena arrotolata, e per ultimare, sembrerebbe evidente dalle tracce di pigmento bruno in questa, e di foglie d'oro nella statua bassiana e nella lunetta, che le icone della facciata termolese, come anche altrove, fossero dipinte, forse solo negli indumenti e nei dettagli più minimi che la scultura non poteva essere in grado di ricreare per le modeste dimensioni e sottigliezza decorativa.
Una basilica che non smetterà mai di stupirci quella di Termoli, con dei misteri e derivanti elucubrazioni che ogni volta mi fanno girare la testa di fronte a cotanta bellezza,8 da preservare, ma soprattutto, da valorizzare.

05/12/2023

Ogni comunità ha sviluppato nel tempo, la capacità di tramandare il proprio verbo lungo le tortuose linee del tempo, fac...
15/11/2023

Ogni comunità ha sviluppato nel tempo, la capacità di tramandare il proprio verbo lungo le tortuose linee del tempo, facendo giungere questi ricordi sino a noi, forse non nella maniera più coerente possibile, ma impedendo la cancellazione di quella che è divenuta una cultura popolare, un folklore che non si ferma al mero mangiare e bere, comune di tutto il mondo e privo talvolta di un distinguo qualitativo.
La Campana di Santa Caterina, è la leggenda che affonda le sue radici nella notte dei tempi, di quando la cittadella fortificata di Termoli, vedeva un ben diverso orizzonte e si riconosceva in vesti differenti da quelle di oggi, una comunità di commercianti marini, di ciò che restava degli ordini militari e monastici, facenti riferimento alla veneranda Diocesi Termolana e alla feudalità ducale del tempo.
Secondo una visione concorde di ambedue le versioni, la campana era localizzata su uno scoglio extramoenia ai piedi della turris nola, attuale tornola, dedicato alla santa e che ne avrebbe conferito il nome.
Nell'estate del 1566, il comandante delle flotte turche Piyale Paša, attaccò numerosissimi porti e fortezze dell'adriatico, delle quali solo poche resistettero, come la fortezza cuspidata di Pescara e l'abbazia roccaforte delle Isole Tremiti, mentre le altre città vissero quello che era descritto come il peggior inferno dell'immaginario umano.
Termoli venne messa a ferro e fuoco, le abitazioni e le rimesse saccheggiate ed arse dalle fiamme, come le chiese, i conventi e anche il castello Normanno-Svevo, di cui oggi dopo tante avversità, rimane solo il fiero mastio turrito in pieno stile federiciano.
Era cosa comune per i pirati ottomani, trafugare i metalli preziosi oltre che rapire cittadini utili alla schiavitù ed eliminare ogni simbolo vivente o inanimato del cristianesimo, qui subentra la parte della leggenda in cui la campana sarebbe stata sottratta dal suo trespolo di travi arse dal mare, e tramite una passerella, condotta da due uomini della flotta al termine dell'assedio.
Pare che nell'atto di questo furto come anche quello di cannoni e ulteriori metalli, un'onda o uno scossone dell'imbarcazione avrebbe fatto perdere l'equilibrio ai due incursori, facendo precipitare la campana in mare, dove sarebbe scomparsa per sempre.
La leggenda vuole che durante le mareggiate, fino a mezzo secolo fa, i termolesi potessero sentire il suono di questa campana fantasma mossa dalle correnti marine.
Certamente una storia avvincente, che come leggenda va trattata se si vuol parlare della campanella usata dai pescatori per evitare di andare in mare durante le burrasche, e che pur non essendo mai stata trovata, era possibile sentirla, come fosse una "campana fantasma".
Io sono dell'idea invece che sia possibile dare delle spiegazioni scientifiche o quantomeno contestualizzate di questo mito non poi così strano.
Per incominciare, l'uso delle campane nelle aree marine per poter percepire la stabilità del mare è un argomento molto più recente rispetto alla origine di quest'ultima, che sarebbe addirittura precedente al 1500 se ci si basa sulla vetustà del porto commerciale di Termoli.
Un largo uso delle campane tra medioevo e rinascimento, non era concentrato solo nel richiamo dei fedeli alla messa, bensì alla segnalazione dei pericoli da parte delle vedette di un fortilizio, e talvolta a tale scopo erano utilizzate anche le campane di una qualsiasi chiesa oppure come per molti castelli mediterranei, l'uso di trabeazuoni o di celle campanarie al di sopra di una delle torri di vedetta dei fortilizi.
Non è un caso che la leggenda sia discorde in due versioni secondo cui al momento del furto fosse posizionata entro le mura e non fuori, probabilmente perché in un periodo almeno precedente dell'incursione turca del 1566, la campana potrebbe essere stata localizzata a metà tra lo scoglio ed il centro urbano, forse sulla torre tornola, fornendo un indizio che la ricollegherebbe a tante torri medievali della costa italiana.
Per un secolo e mezzo si è frainteso da parte della comunità storica, il significato ancestrale della toponomastica termolese.
Nel momento in cui si parla di tornola come antica comunità del luogo, si era tralasciato che il nome di tale luogo era già Thermulis, e che il nome del largo di tornola è nato solo dopo il toponimo di civita Termole, di uso volgare tra il XIII e il XVIII secolo, che quindi allontanerebbe definitivamente dalla teoria cliternina, vista la componente medievale e rinascimentale della toponomastica locale.
In questo caso, il termine tornola, (turris nola), sarebbe da ritrovarsi nella caratteristica dell'elemento murario, e che in latino si ritradurrebbe facilmente in una torre avente una campana o campanella al suo coronamento, tra i due cannoni posti a meridione e settentrione, e ciò sarebbe non solo una caratteristica comune, ma sensata per quanto concerne la localizzazione della mole, all'estremo nord della fortezza termolese, punto in cui la visuale tra Punta Penna, le Tremiti e la costa garganica, favoriva una maggiore attenzione sugli arrivi via mare dei tanti assediatori che nei secoli colpirono la città a più riprese sin dalla sua nascita antica.
Questo quindi spiegherebbe l'esistenza di un sistema di segnalazione del pericolo nella cuspide muraria della città, tra i due porti di piè di castello e della insenatura di Rio Vivo fino la torre del futuro educandato, che senza difficoltà sarebbe potuta essere la stessa campana della leggenda, probabilmente mai finita in mare oppure seppellita dagli interventi di inspessimento del porto e della passeggiata del paese vecchio, che oggi hanno nascosto sotto metri e metri di scogli artificiali e cemento, le originali forme del promontorio tremolano e delle sue baie pittoresche.
Questo excursus dovrebbe far percepire a tutti noi quanto le vicende raccontate, talvolta siano state molto romanzate e sminuire dalla carenza della memoria storica della nostra cittadina.
Dovrebbe far pensare anche alle più volenterose menti, che questo luogo non era solo una comunità di pescatori morente, o che il sanguinario Piyale Paša si fosse limitato a far bruciare le paranze, quando la comunità storica sa bene cosa le flotte turche sono state capaci di fare alle coste della pen*sola.
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