13/02/2026
Ricordiamo oggi...
Leonardo Donà e l’Interdetto: quando Venezia sfidò il Papa
Il 10 gennaio 1606, dopo una lunga e complessa elezione seguita alla morte di Marino Grimani, Venezia scelse come suo 90º doge Leonardo Donà. Era nato il 12 febbraio 1536 in una famiglia patrizia di tradizione mercantile: non ricchissima, ma solida. Uomo colto, rigoroso, di austerità quasi monastica — rimase scapolo per tutta la vita, fedele a un voto di castità giovanile — Donà incarnava un’idea alta e severa della Repubblica.
Aveva costruito la propria carriera con determinazione: ambasciatore a Costantinopoli e a Roma, savio, podestà, procuratore di San Marco dal 1591. A Roma aveva maturato un’avversione profonda verso le ingerenze pontificie negli affari temporali. Celebre (anche se probabilmente leggendario) l’episodio che lo vede protagonista di un botta e risposta con il cardinale Borghese, futuro Papa Paolo V: «Se fossi Papa scomunicherei tutti i veneziani!» e Donà, per tutta risposta «Se fossi Doge riderei della scomunica!». Al di là della veridicità, il senso politico è chiarissimo.
Lo scontro esplose poco dopo la sua elezione. Per la questione dei due ecclesiastici arrestati dalla giustizia veneziana, Paolo V colpì la Repubblica con l’interdetto (1606). Donà reagì con fermezza, sostenuto dal servita Paolo Sarpi, teologo e giurista di straordinaria lucidità. Il “Protesto” veneziano dichiarò nullo l’atto pontificio; al clero fu ordinato di continuare le funzioni. I gesuiti, che rifiutarono, furono espulsi (torneranno solo nel 1659). La crisi si chiuse il 21 aprile 1607 grazie alla mediazione francese: l’interdetto fu revocato, i due ecclesiastici consegnati alla Francia. Formalmente un compromesso; politicamente, una vittoria veneziana.
Nel clima teso di quei mesi si inserisce il tentato assassinio di Sarpi (5 ottobre 1607), attribuito a sicari filopapali: sopravvisse, e l’episodio rafforzò l’immagine di Venezia come baluardo dell’autonomia statale.
Curiosamente, Donà fu anche tra i primi a osservare il cielo con il telescopio di Galileo Galilei, che il 21 agosto 1609 ne mostrò le potenzialità dal campanile di San Marco al Doge e al Senato. Il governo veneziano autorizzò la produzione dello strumento: un segnale di apertura verso la scienza in un’epoca di conflitti confessionali.
Morì il 16 luglio 1612, colpito da apoplessia. È sepolto in Basilica di San Giorgio Maggiore. Uomo severo, distante dal popolo ma inflessibile nel difendere la sovranità della Serenissima, Leonardo Donà resta il simbolo di una stagione in cui Venezia seppe opporsi a Roma non con le armi, ma con il diritto e con l’intelligenza politica.
—Antonio Vaianella
Nell'immagine Leonardo Donà in un ritratto del XVII secolo