13/07/2026
Se chiedi a qualcuno che lavoro vorrebbe fare spesso ti risponde che sogna di svolgere un lavoro che gli permetta di viaggiare.
Ci sono dentro un immaginario e anche forse una versione un po’ idealizzata della vita professionale. E lo capisco, perché anch'io l'ho inseguita e tutt’oggi ne traggo i benefici.
Poi però ci vivi dentro e scopri che il viaggio ha un peso.
Un peso mentale, sociale. È il tipo di peso che non si vede nelle foto delle Galapagos o del deserto boliviano.
I miei amici mi guardano e pensano che faccia la vita più bella del mondo.
(Probabilmente hanno ragione.)
Ma non vedono le telefonate che non riesci a fare quando sei in viaggio. Non vedono i momenti in cui la vita fuori dal lavoro richiede la tua presenza e tu sei a dodicimila chilometri di distanza.
Non vedono quanto sia complicato gestire una situazione delicata in famiglia quando hai un gruppo di persone che dipendono da te dall'altra parte del mondo, e che attingono al tuo entusiasmo per vivere una bella esperienza.
Ci sono periodi in cui il lavoro e la vita si incastrano bene.
E altri in cui trovi un equilibrio a fatica.
Racconto questa cosa con rispetto verso chi ancora sta costruendo la propria strada. Il privilegio di fare un lavoro che ami, nei posti che ami, con le persone che scegli tu, lo si conquista nel tempo.
E quando ce l'hai, vale tutto quello che hai messo dentro per arrivarci.
Però sarebbe sbagliato comunicare solo la parte bella.
In questo lavoro, come in tutti d’altronde, esiste anche la gestione di tutto il resto, la ricerca costante di un equilibrio da riscrivere tutti i giorni.