04/06/2025
La scuola è finita.
Questa è solo una pagina dei tanti quaderni che ho sfogliato questo anno scolastico nel mio studio pedagogico, pagine piene di segni rossi e giudizi taglienti. E non riesco più a trovare motivazioni valide per una certa scuola, che mina l’autostima dei bambini etichettando gli alunni, compromettendo gli apprendimenti.
Davvero pensiamo che così quel bambino possa migliorare?
Quando un bambino è disattento, disordinato o sembra ‘non collaborare’, dietro non c’è solo disinteresse. C’è spesso un’emozione non accolta, un bisogno celato, una difficoltà non compresa.
⛱️Cara maestra per le prossime vacanze sotto l’ombrellone ti invito a leggere e rileggere La scuola che vorrei dove l’«I care» e il «Tu mi stai a cuore» si trasformano in pratiche educative quotidiane, vive, possibili.
La scuola che vorrei è una scuola che non riempie ma nutre, che non misura ma accompagna, che non pretende ma ascolta. Una scuola che riconosce il valore dell’errore, coltiva la fiducia e fonda l’apprendimento sulla connessione tra mente ed emozione.
Allora magari dal prossimo anno scolastico, su quel quaderno cara maestra, potresti provare a scrivere “Oggi non è stato facile, ma domani riproviamo insieme.”
”Hai iniziato bene! Con un po’ di aiuto possiamo fare ancora meglio.”
”Ho visto che ti sei distratto : cosa ti aiuterebbe a concentrarti di più?”
Perché si impara solo su un fondo di piacere condiviso.
Perché educare significa anche scegliere con cura le parole.
Perché i bambini che sentono il nostro interesse per loro imparano meglio. Sempre.
«Se un bambino impara con gioia, la lezione si inciderà nella mente insieme alla gioia. Nella sua memoria resterà traccia dell’emozione positiva che gli dirà: “Ti fa bene, continua a cercare!”» D.Lucangeli
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