31/05/2026
PONTECUTI prima del ponte, a cura di Valerio Chiaraluce (archeologo e guida ambientale escursionistica)
III e ultima parte
L’elemento architettonico inedito consiste in un concio di travertino, evidentemente appartenente ad un grande arco, il cui diametro è ricostruibile in circa tre metri. Le dimensioni del blocco sembrano esagerate per un edificio funerario di medie dimensioni mentre sarebbero compatibili con una delle luci laterali di un ponte a più arcate collegante le opposte sponde del fiume. A questa struttura possono essere riferiti anche gli altri due blocchi identificati come conci di un grande arco trasportati a Todi nel 1990. L’esistenza stessa della necropoli male si spiegherebbe in assenza di una struttura di passaggio, è infatti noto come in epoca romana fosse consuetudine disporre i sepolcri attorno alle città lungo le principali vie di comunicazione. Gli spazi immediatamente contigui al bordo stradale erano i più ambiti in quanto visibili dai passanti. Luoghi particolarmente favorevoli spesso erano occupati da tombe di personaggi importanti, tra questi c’erano i punti di passaggio obbligato, tra cui i ponti. L’esempio più appariscente, ma se ne potrebbero portare molti altri, è forse quello del mausoleo dei Plautii presso Tivoli edificato immediatamente accanto al Ponte Lucano che scavalca l’Aniene.
Il Bruschetti sostiene che il punto in cui i blocchi erano stati ripescati si trovi immediatamente a valle della confluenza con il torrente Naia, ma tale affermazione non coincide con quanto tuttora ricordano gli abitanti del luogo che collocano il rinvenimento all’incirca 300 m più a monte. Sulla base di questa informazione nel dicembre 2012 è stata effettuata una ricognizione delle sponde fluviali mirata all’individuazione di resti ancora in situ di un ponte romano. Il momento era particolarmente propizio poiché il livello dell’acqua era relativamente basso per la stagione e inoltre, in seguito alla disastrosa piena del 13 novembre precedente, in molti punti le sponde erano state erose ed era stata asportata una grande quantità di materiale alluvionale accumulatosi nei secoli. Sono stati così individuati sulla sponda sinistra due blocchi contigui di opus caementitium della larghezza complessiva di 6,5 m. Le strutture si trovano ad un metro dall’acqua, all’incirca sotto la proprietà Alongi (42°46’31.48”N, 12°22’32.46”E16). Il primo blocco è visibile per un’altezza massima di 1,5 m e per una lunghezza di 3,5 m, si presenta leggermente inclinato verso valle dalla potenza del fiume, in esso sono visibili due discontinuità corrispondenti ai piani delle diverse gettate ciascuna delle quali presenta uno spessore di circa 1,2 m (4 piedi). Il secondo blocco si trova a circa 1 m dal primo ed è visibile per un’altezza massima di 0,7 m e per una lunghezza di 1,8 m; è probabile che esso si trovi piegato di 90° verso valle rispetto alla posizione originaria. La muratura è composta da caementa di calcarenite legati da malta di calce, manca del tutto l’originario rivestimento che doveva essere realizzato con blocchi di travertino.
La posizione e le dimensioni dei resti lasciano pochi dubbi che si tratti della spalla di un ponte databile per la tecnica edilizia utilizzata all’epoca imperiale romana, probabilmente ad età augustea quando Tuder, da poco divenuta colonia, provvide a potenziare le proprie infrastrutture (ampliamento del foro, realizzazione delle cisterne dell’area forense, della terrazza dei “Nicchioni” e degli edifici da spettacolo). Non sono al momento visibili i resti dell’altra spalla e delle pile che dovevano esistere poiché la larghezza del fiume esclude la possibilità che il ponte avesse avuto un’unica arcata. Non è escluso però che parti di queste strutture possano essere identificate a seguito di un’indagine mirata condotta durante il periodo estivo quando il livello del corso d’acqua è al minimo.
La scoperta ci porta a conoscenza di un importante elemento della topografia del territorio antico. Il sito era particolarmente adatto per la realizzazione di una struttura di attraversamento poiché vi convergeva la viabilità proveniente dalle valli del Naia e del Tevere, inoltre si trova immediatamente a monte della confluenza dei due corsi d’acqua che aumenta ulteriormente la portata del fiume. Sul ponte passava sicuramente la “Via della Montagna” che scendeva dal crinale di Monte Lupino seguendo la linea di minore pendenza. Lungo tale strada esisteva almeno un insediamento testimoniato da un’area di fittili individuata in un terreno agricolo nei pressi dell’abitazione Seccaroni (42°46’32.94”N, 12°23’2.56”E). Non sappiamo se la viabilità diretta alla gola della Pasquarella avesse inizio direttamente presso il ponte sul Tevere o se piuttosto – come la viabilità contemporanea – si staccasse dalla strada principale presso il poggio di S. Giacomo e scendesse a valle in direzione di Ponte Martino.
È probabile che il ponte venne distrutto da una delle tante piene del Tevere verificatasi prima del 1155, anno in cui inizia la narrazione della cronaca dell’Atti, che per questi anni riproduce un testo trecentesco. La memoria della struttura romana doveva essere ancora viva ai tempi del primitivo cronista, mentre è probabile che l’Atti copiò il testo senza comprenderne a pieno il significato. Molti dei materiali del ponte crollato e dei vicini mausolei dovettero essere oggetto di spoglio nel corso dei secoli, infatti il sito si trova lungo un percorso utilizzato dalla città per approvvigionarsi di pietra da taglio: arenaria dalle cave di Pontecuti e travertino proveniente via fiume dal monte della Roccaccia. Queste seconde cave erano già utilizzate in epoca antica ma non ci sono dati di una loro attività in epoca medievale, mentre rientrano in funzione dal Rinascimento in poi. Il travertino utilizzato a Todi durante il Medioevo sembra provenire esclusivamente dallo spoglio di monumenti antichi. Alcuni elementi di questo materiale sono ancora oggi visibili reimpiegati nei ruderi del vicino mulino dei Monaci Camaldolesi risalente almeno al sec. XVII.
Quando nel 1246 la città si dotò di un nuovo ponte le esigenze erano profondamente cambiate: la pace dell’antico impero era ormai soltanto un ricordo lontano e le scaramucce con i vicini orvietani erano all’ordine del giorno. Per questo quando si decise di realizzare il nuovo ponte venne scelto un luogo roccioso e meglio difendibile circa 600 m più a monte del sito precedente. Proprio questo spostamento di sito spiega e risolve l’apparente incongruenza tra la bolla di Gregorio IX e la cronaca di Ioan Fabrizio degli Atti.
Una scoperta fortuita permette di risalire ancora più indietro nella storia del sito di Pontecuti. Si tratta del recupero di una fibula in bronzo ad opera dall’abitante del castello di Pontecuti Fabio Pisco, all’interno di una spaccatura della roccia, in occasione di lavori di regolarizzazione del banco di arenaria affiorante nel suo orto (NCEU, foglio 94, particella n. 132 - Vocabolo Castello di Pontecuti, n. civico 43). Dimostrando un raro senso civico, lo scopritore ha consegnato il manufatto alla Soprintendenza Per i Beni Archeologici dell’Umbria. Si tratta di una fibula a sanguisuga in bronzo, con arco decorato da gruppi di linee incisi trasversalmente, e forse da altri motivi non più visibili, mancante della staffa e dell’ardiglione (lunghezza superstite 5,4 cm, altezza superstite 3,6 cm, spessore arco 1,2 cm). Esemplari simili sono stati rinvenuti in tutta la regione, soprattutto in contesti di necropoli, e sono databili all’ VIII sec. a.C. Per Todi si segnalano gli esemplari conservati nel locale Museo Comunale e probabilmente provenienti dalla necropoli cittadina.
Il ritrovamento testimonia la presenza umana nel sito del castello di Pontecuti già in età protostorica, all’incirca in contemporanea con le prime testimonianze note per l’area urbana di Todi. Appare probabile che durante l’età del ferro, e forse poi in epoca arcaica, sul ripido costone di roccia a monte del castello medioevale sia esistito un insediamento di qualche tipo, posto a controllo dell’attraversamento fluviale, che al tempo doveva essere realizzato soltanto a guado o con l’ausilio di imbarcazioni. Il sito venne scelto per la sua posizione impervia e quindi facilmente difendibile, caratteristiche che ne comportarono l’abbandono in epoca romana, quando, venute meno le necessità difensive, si preferì realizzare il ponte sul fiume in una posizione più comoda e meno acclive. La rioccupazione durante il Medioevo del sito utilizzato dalle popolazioni umbre si colloca all’interno di una tendenza diffusa e ben documentata.
FINE