Pontecuti - Todi

Pontecuti - Todi Pagina blog di Pontecuti un borgo lungo la Strada statale 79 bis Orvietana, tra il ponte sul Tevere e Todi.

Todi la città più vivibile al mondo: come e perchè è nata questa affermazione.Richard S. Levine assieme ad una équipe di...
05/06/2026

Todi la città più vivibile al mondo: come e perchè è nata questa affermazione.
Richard S. Levine assieme ad una équipe di studiosi americani andava alla ricerca di una città ideale. Era il 1991 e al computer Levine aveva tracciato una cittadina collinare, a forma piramidale, lunga un chilometro e larga cinquecento metri, con una popolazione tra i cinquemila e i diecimila abitanti. Tale centro aveva un’impressionante somiglianza con Todi, il comune dell’Umbria, che si affaccia sulla Valle del Tevere. «Todi è quanto di meglio l’uomo possa desiderare sulla Terra! La città più vivibile», sostiene tutt'oggi l’urbanista dell’Università del Kentucky.

Fondatore del CSC Design Studio, è un architetto ambientale, pioniere dell'energia solare e della sostenibilità, e professore emerito universitario. È stato un primo innovatore dell'architettura solare negli Stati Uniti e la sua ricerca sulla città sostenibile è stata la base di progetti di sviluppo urbano in Cina, Medio Oriente, Austria, Italia e Stati Uniti. Nel 2010 Levine è stato nominato “Passive Solar Pioneer” dall’American Solar Energy Society per onorare i suoi successi nel design solare.

A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri, costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare...
04/06/2026

A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri, costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un'acqua o saltarci dentro. (Cesare Pavese)

03/06/2026

Non lontano da Todi, c'era una volta il mare.Non vi dovrete stupire se qualcuno vi racconterà che l’Umbria molto tempo ...
02/06/2026

Non lontano da Todi, c'era una volta il mare.

Non vi dovrete stupire se qualcuno vi racconterà che l’Umbria molto tempo fa era una regione bagnata dal mare con belle spiagge sabbiose e coste rocciose a falesia.
Le ricerche geologiche hanno permesso di ricostruire i paleo-ambienti sedimentari di questa area: l’antico mare Tirreno (paleo-Tirreno in particolare durante il Pliocene e il Quaternario) si incuneava fra la catena dei Monti Narnesi-Amerini e la catena di Monte Cetona-Rapolano, formando un grande golfo bordato da spiagge sabbiose e ciottolose, foci fluviali e coste rocciose a picco sul mare.
La vita marina era al massimo della sua rappresentazione: i vertebrati e gli invertebrati popolavano i fondali sabbiosi e fangosi, i protozoi gremivano la colonna d’acqua marina fornendo il sostegno alla lunga catena alimentare. Le foci fluviali (delta e estuari) fornivano i nutrienti necessari alla proliferazione degli organismi unicellulari (fitoplancton e zooplancton) ed incrementavano lo sviluppo degli organismi superiori. Altre ricerche saranno necessarie per completare lo scenario, finora un grande contributo è stato fornito alla ricostruzione della storia geologica di questo settore dell’Umbria.

Se non ti emozioni davanti a un tramonto, non possiamo essere amici.
01/06/2026

Se non ti emozioni davanti a un tramonto, non possiamo essere amici.

Staremo accanto alla finestradritti nell’aria della seraritorneremo a respirareritroveremo la maniera.(Ivano Fossati)   ...
01/06/2026

Staremo accanto alla finestra
dritti nell’aria della sera
ritorneremo a respirare
ritroveremo la maniera.
(Ivano Fossati)

Ricostruzione della viabilità antica della zona di Pontecuti.
31/05/2026

Ricostruzione della viabilità antica della zona di Pontecuti.

Fibula rinvenuta nel castello di Pontecuti.Una scoperta fortuita permette di risalire ancora più indietro nella storia d...
31/05/2026

Fibula rinvenuta nel castello di Pontecuti.

Una scoperta fortuita permette di risalire ancora più indietro nella storia del sito di Pontecuti. Si tratta del recupero di una fibula in bronzo ad opera dall’abitante del castello di Pontecuti Fabio Pisco, all’interno di una spaccatura della roccia, in occasione di lavori di regolarizzazione del banco di arenaria affiorante nel suo orto (NCEU, foglio 94, particella n. 132 - Vocabolo Castello di Pontecuti, n. civico 43). Dimostrando un raro senso civico, lo scopritore ha consegnato il manufatto alla Soprintendenza Per i Beni Archeologici dell’Umbria. Si tratta di una fibula a sanguisuga in bronzo, con arco decorato da gruppi di linee incisi trasversalmente, e forse da altri motivi non più visibili, mancante della staffa e dell’ardiglione (lunghezza superstite 5,4 cm, altezza superstite 3,6 cm, spessore arco 1,2 cm). Esemplari simili sono stati rinvenuti in tutta la regione, soprattutto in contesti di necropoli, e sono databili all’ VIII sec. a.C. Per Todi si segnalano gli esemplari conservati nel locale Museo Comunale e probabilmente provenienti dalla necropoli cittadina.

PONTECUTI prima del ponte, a cura di Valerio Chiaraluce (archeologo e guida ambientale escursionistica)III e ultima part...
31/05/2026

PONTECUTI prima del ponte, a cura di Valerio Chiaraluce (archeologo e guida ambientale escursionistica)

III e ultima parte

L’elemento architettonico inedito consiste in un concio di travertino, evidentemente appartenente ad un grande arco, il cui diametro è ricostruibile in circa tre metri. Le dimensioni del blocco sembrano esagerate per un edificio funerario di medie dimensioni mentre sarebbero compatibili con una delle luci laterali di un ponte a più arcate collegante le opposte sponde del fiume. A questa struttura possono essere riferiti anche gli altri due blocchi identificati come conci di un grande arco trasportati a Todi nel 1990. L’esistenza stessa della necropoli male si spiegherebbe in assenza di una struttura di passaggio, è infatti noto come in epoca romana fosse consuetudine disporre i sepolcri attorno alle città lungo le principali vie di comunicazione. Gli spazi immediatamente contigui al bordo stradale erano i più ambiti in quanto visibili dai passanti. Luoghi particolarmente favorevoli spesso erano occupati da tombe di personaggi importanti, tra questi c’erano i punti di passaggio obbligato, tra cui i ponti. L’esempio più appariscente, ma se ne potrebbero portare molti altri, è forse quello del mausoleo dei Plautii presso Tivoli edificato immediatamente accanto al Ponte Lucano che scavalca l’Aniene.
Il Bruschetti sostiene che il punto in cui i blocchi erano stati ripescati si trovi immediatamente a valle della confluenza con il torrente Naia, ma tale affermazione non coincide con quanto tuttora ricordano gli abitanti del luogo che collocano il rinvenimento all’incirca 300 m più a monte. Sulla base di questa informazione nel dicembre 2012 è stata effettuata una ricognizione delle sponde fluviali mirata all’individuazione di resti ancora in situ di un ponte romano. Il momento era particolarmente propizio poiché il livello dell’acqua era relativamente basso per la stagione e inoltre, in seguito alla disastrosa piena del 13 novembre precedente, in molti punti le sponde erano state erose ed era stata asportata una grande quantità di materiale alluvionale accumulatosi nei secoli. Sono stati così individuati sulla sponda sinistra due blocchi contigui di opus caementitium della larghezza complessiva di 6,5 m. Le strutture si trovano ad un metro dall’acqua, all’incirca sotto la proprietà Alongi (42°46’31.48”N, 12°22’32.46”E16). Il primo blocco è visibile per un’altezza massima di 1,5 m e per una lunghezza di 3,5 m, si presenta leggermente inclinato verso valle dalla potenza del fiume, in esso sono visibili due discontinuità corrispondenti ai piani delle diverse gettate ciascuna delle quali presenta uno spessore di circa 1,2 m (4 piedi). Il secondo blocco si trova a circa 1 m dal primo ed è visibile per un’altezza massima di 0,7 m e per una lunghezza di 1,8 m; è probabile che esso si trovi piegato di 90° verso valle rispetto alla posizione originaria. La muratura è composta da caementa di calcarenite legati da malta di calce, manca del tutto l’originario rivestimento che doveva essere realizzato con blocchi di travertino.
La posizione e le dimensioni dei resti lasciano pochi dubbi che si tratti della spalla di un ponte databile per la tecnica edilizia utilizzata all’epoca imperiale romana, probabilmente ad età augustea quando Tuder, da poco divenuta colonia, provvide a potenziare le proprie infrastrutture (ampliamento del foro, realizzazione delle cisterne dell’area forense, della terrazza dei “Nicchioni” e degli edifici da spettacolo). Non sono al momento visibili i resti dell’altra spalla e delle pile che dovevano esistere poiché la larghezza del fiume esclude la possibilità che il ponte avesse avuto un’unica arcata. Non è escluso però che parti di queste strutture possano essere identificate a seguito di un’indagine mirata condotta durante il periodo estivo quando il livello del corso d’acqua è al minimo.
La scoperta ci porta a conoscenza di un importante elemento della topografia del territorio antico. Il sito era particolarmente adatto per la realizzazione di una struttura di attraversamento poiché vi convergeva la viabilità proveniente dalle valli del Naia e del Tevere, inoltre si trova immediatamente a monte della confluenza dei due corsi d’acqua che aumenta ulteriormente la portata del fiume. Sul ponte passava sicuramente la “Via della Montagna” che scendeva dal crinale di Monte Lupino seguendo la linea di minore pendenza. Lungo tale strada esisteva almeno un insediamento testimoniato da un’area di fittili individuata in un terreno agricolo nei pressi dell’abitazione Seccaroni (42°46’32.94”N, 12°23’2.56”E). Non sappiamo se la viabilità diretta alla gola della Pasquarella avesse inizio direttamente presso il ponte sul Tevere o se piuttosto – come la viabilità contemporanea – si staccasse dalla strada principale presso il poggio di S. Giacomo e scendesse a valle in direzione di Ponte Martino.
È probabile che il ponte venne distrutto da una delle tante piene del Tevere verificatasi prima del 1155, anno in cui inizia la narrazione della cronaca dell’Atti, che per questi anni riproduce un testo trecentesco. La memoria della struttura romana doveva essere ancora viva ai tempi del primitivo cronista, mentre è probabile che l’Atti copiò il testo senza comprenderne a pieno il significato. Molti dei materiali del ponte crollato e dei vicini mausolei dovettero essere oggetto di spoglio nel corso dei secoli, infatti il sito si trova lungo un percorso utilizzato dalla città per approvvigionarsi di pietra da taglio: arenaria dalle cave di Pontecuti e travertino proveniente via fiume dal monte della Roccaccia. Queste seconde cave erano già utilizzate in epoca antica ma non ci sono dati di una loro attività in epoca medievale, mentre rientrano in funzione dal Rinascimento in poi. Il travertino utilizzato a Todi durante il Medioevo sembra provenire esclusivamente dallo spoglio di monumenti antichi. Alcuni elementi di questo materiale sono ancora oggi visibili reimpiegati nei ruderi del vicino mulino dei Monaci Camaldolesi risalente almeno al sec. XVII.
Quando nel 1246 la città si dotò di un nuovo ponte le esigenze erano profondamente cambiate: la pace dell’antico impero era ormai soltanto un ricordo lontano e le scaramucce con i vicini orvietani erano all’ordine del giorno. Per questo quando si decise di realizzare il nuovo ponte venne scelto un luogo roccioso e meglio difendibile circa 600 m più a monte del sito precedente. Proprio questo spostamento di sito spiega e risolve l’apparente incongruenza tra la bolla di Gregorio IX e la cronaca di Ioan Fabrizio degli Atti.
Una scoperta fortuita permette di risalire ancora più indietro nella storia del sito di Pontecuti. Si tratta del recupero di una fibula in bronzo ad opera dall’abitante del castello di Pontecuti Fabio Pisco, all’interno di una spaccatura della roccia, in occasione di lavori di regolarizzazione del banco di arenaria affiorante nel suo orto (NCEU, foglio 94, particella n. 132 - Vocabolo Castello di Pontecuti, n. civico 43). Dimostrando un raro senso civico, lo scopritore ha consegnato il manufatto alla Soprintendenza Per i Beni Archeologici dell’Umbria. Si tratta di una fibula a sanguisuga in bronzo, con arco decorato da gruppi di linee incisi trasversalmente, e forse da altri motivi non più visibili, mancante della staffa e dell’ardiglione (lunghezza superstite 5,4 cm, altezza superstite 3,6 cm, spessore arco 1,2 cm). Esemplari simili sono stati rinvenuti in tutta la regione, soprattutto in contesti di necropoli, e sono databili all’ VIII sec. a.C. Per Todi si segnalano gli esemplari conservati nel locale Museo Comunale e probabilmente provenienti dalla necropoli cittadina.
Il ritrovamento testimonia la presenza umana nel sito del castello di Pontecuti già in età protostorica, all’incirca in contemporanea con le prime testimonianze note per l’area urbana di Todi. Appare probabile che durante l’età del ferro, e forse poi in epoca arcaica, sul ripido costone di roccia a monte del castello medioevale sia esistito un insediamento di qualche tipo, posto a controllo dell’attraversamento fluviale, che al tempo doveva essere realizzato soltanto a guado o con l’ausilio di imbarcazioni. Il sito venne scelto per la sua posizione impervia e quindi facilmente difendibile, caratteristiche che ne comportarono l’abbandono in epoca romana, quando, venute meno le necessità difensive, si preferì realizzare il ponte sul fiume in una posizione più comoda e meno acclive. La rioccupazione durante il Medioevo del sito utilizzato dalle popolazioni umbre si colloca all’interno di una tendenza diffusa e ben documentata.

FINE

Una cantina è la memoria della casa. Piena di cose che non servono più, ma in mezzo ai ricordi che non si vuole dimentic...
30/05/2026

Una cantina è la memoria della casa. Piena di cose che non servono più, ma in mezzo ai ricordi che non si vuole dimenticare.

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