24/09/2026
Oggi, 24 settembre, Antonio Tabucchi avrebbe compiuto 83 anni.
Era nato a Pisa nel 1943 e aveva trascorso l’infanzia a Vecchiano, paese da cui proviene anche parte della mia famiglia.
Per me è difficile parlarne soltanto come di uno scrittore: ho avuto la fortuna di conoscerlo e, prima ancora di arrivare davvero in Portogallo, il Portogallo era già dentro di me, attraverso le sue parole e soprattutto grazie ai suoi libri.
All’inizio, per lui, ci fu Pessoa.
Da ragazzo, a Parigi, quasi per caso, Tabucchi trovò Ta*****ia di Álvaro de Campos in un’edizione bilingue portoghese-francese. Da quel piccolo libro nacque il desiderio di imparare la lingua, poi il viaggio, Lisbona, e una cultura che sarebbe diventata parte indissolubile della sua vita e della sua letteratura.
Ma Pessoa, in Tabucchi, non rimase soltanto un modello.
Quell’inquietudine — la sensazione che un essere umano non coincida mai completamente con ciò che dice di essere — entrò profondamente nel suo modo di raccontare.
Nei suoi libri continuamente qualcosa vacilla. La memoria non è mai soltanto il ricordo fedele di ciò che è stato: ricostruisce, nasconde, inventa. Il sogno si mescola alla realtà, i morti ritornano a parlare, i fantasmi entrano nelle nostre vite. E accanto alla vita che abbiamo vissuto continuano ad affacciarsi quelle che avremmo potuto vivere.
Forse è anche per questo che la sua letteratura mi sembra ancora così necessaria.
A dispetto di certe litanie che vorrebbero l’identità come qualcosa di compatto, puro e definitivo, Tabucchi ci ricorda che l’identità non è granitica. È attraversata continuamente da ciò che siamo stati, da ciò che ricordiamo di essere stati, da ciò che abbiamo desiderato, mancato, immaginato.
Non si tratta semplicemente di mettere l’identità “in crisi”. È qualcosa di più profondo: fa parte dell’essere umano vivere con gli altri e, proprio per questo, essere anche altro. Portare dentro di sé altre voci, altre possibilità, altre vite.
Non c’è una vera frattura tra il Tabucchi più onirico e sospeso di Requiem o Notturno indiano e quello più apertamente civile di Sostiene Pereira.
Anche Pereira cambia attraverso l’incontro con gli altri. È il dottor Cardoso a parlargli della “confederazione delle anime”: l’idea che dentro di noi non esista un io unico e definitivo, ma una pluralità di voci. Ed è significativo che questa trasformazione avvenga proprio nella Lisbona di Salazar, dentro un regime che costruiva e celebrava invece un’identità nazionale compatta, monolitica, anche attraverso la retorica della “razza”.
Pereira cambia perché entra in relazione con gli altri, perché qualcosa dentro di lui si sposta, perché un’altra possibilità di sé prende lentamente forma.
Tabucchi, parlando di Pessoa, usava una bellissima espressione: la “nostalgia del possibile”.
Forse la letteratura nasce proprio da lì: dal sospetto che la realtà, da sola, non basti. Che sotto la superficie delle nostre biografie esista un magma molto più mobile, contraddittorio e vivo.
E che per capire qualcosa di noi e degli altri sia necessario, ogni tanto, affacciarsi anche su ciò che non siamo. O su ciò che avremmo potuto essere.
Comune di Vecchiano Associazione Culturale Antonio Tabucchi